Non lasciamoci rubare la forza missionaria

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di Antonio Martino - «Non lasciamoci rubare la forza missionaria, piuttosto sbilanciamoci in avanti. In termini calcistici, passiamo da un prudente, difensivo e a volte comodo modulo 3-5-2 ad un coraggioso modulo d’attacco 4-3-3, che richiede più estro, più fantasia, maggiore capacità di reazione ai rischi dello sbilanciamento, ma che ci proietta in avanti nella partita della vita». È con questa metafora che chiude il suo intervento il Presidente nazionale Matteo Truffelli, al termine dei lavori del Convegno delle Presidenze diocesane di Ac. Facendo nei fatti proprio, a nome di tutta l’associazione, quando indicato da Francesco al n.109 della Evangelii gaudium: «Le sfide esistono per essere superate. Siamo realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia e la dedizione piena di speranza! Non lasciamoci rubare la forza missionaria!».

Nel ripercorre i lavori di questa tre giorni dei “quadri” associativi diocesani dell’Ac, riuniti a Roma per interrogarsi su come risignificare il proprio impegno alla luce del magistero di Francesco, il presidente Truffelli sottolinea da prima come «l’essere missionari significhi accorgersi innanzitutto che è il Signore stesso che abita la vita di ciascuno». Ciò comporta, logica naturale, il lasciarsi incontrare dalla vita concreta delle persone, «capaci di soffermarsi di più sulle domande che salgono dalle persone, dalle famiglie, dalle comunità». Come fare? Quale Ac può rispondere più efficacemente? Per Truffelli «non c’è un modello unico. Bisogna partire dalla realtà specifica che ci è data da vivere e avere la capacità come Ac di dare risposte specifiche efficaci per quel territorio, per quella data realtà». Ad una realtà complessa occorrono azioni complesse. Il discernimento diventa dunque centrale per ciascuno, interrogato da attese e da bisogni diversi.

«Come Ac abbiamo un patrimonio vero da mettere a disposizione della Chiesa. Un patrimonio che vive e respira la centralità di ciascuna realtà parrocchiale. Non servono dunque attendere imput centrali per poter agire da Ac nei propri territori, intensificare e migliorare la propria azione missionaria. Certo restando in rete e comunicando quello che si sta facendo, come parte e in ragione di un'unica esperienza di Chiesa». Ciò che dunque conta di più – sia per le grandi che per le piccole realtà di Azione Cattolica – è saper “abitare il proprio essere piccolo o grande periferia” della Chiesa. «Facendolo con fiducia, perché senza fiducia la battaglia è persa», sottolinea il Presidente dell’Ac. Chi non ha fiducia presta il fianco al più grande dei pericoli: la desertificazione spirituale denunciata da Francesco (e da Benedetto XVI) ai nn. 85 e 86 della EG. «Nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza».

«Fiducia significa anche non avere nessuna nostalgia dei tempi passati» spiega Matteo Truffelli, «ma “gettare” il proprio contributo come fa il seminatore (che abbiamo scelto come icona del triennio), che non sceglie la stagione o il tipo di terreno, ma cui spetta una semina copiosa, generosa e a più mani». Anche per questo- annuncia il Presidente nazionale dell’Ac - «abbiamo deciso, con appuntamenti regionali, di incontrare tutti presidenti parrocchiali Ac d’Italia». Affinché ciascun “seminatore” di Ac, «viva la centralità e l’unicità della propria opera di discernimento e ritrovi la bellezza dell’essere associazione». Insieme – aggiunge Truffelli - «daremo vita a un Libro Bianco dell’Ac. Per rendere condivisa ogni piccola parte di Chiesa che ci è affidata». Allo stesso tempo, «incoraggiare a prendersi cura della vita delle persone, dando concretezza agli impegni presi dalla XV Assemblea nazionale dell’Associazione». Impegni di animazione e di promozione, di condivisone e partecipazione «per realtà belle come Casa san Girolamo a Spello (vero polmone spirituale per tutta l’Ac), ma rivolti anche all’editoria associativa, alla stampa e al portale Ac, chiamati a fare rete delle esperienze di Ac sui territori». Per essere al meglio un’associazione «capace di parlare a partire da un’identità propria, vissuta ed alimentata». E per poter parlare al meglio «quando avremo qualcosa di nostro e significativo da dire».

Non dobbiamo sottovalutare nulla. Compresa la nostra storia. «Per questo ci prepareremo tutti a celebrare tra poco più di un anno, i 150 anni dell’Azione cattolica italiana, consapevoli dell’importanza che l’Ac ha avuto nella formazione di tante generazioni di questo Paese». Una storia che ci invita, l'ha ricordato il presidente Truffelli, «a costruire legami di amicizia con i nostri pastori», che ci aiutano con generosità a vivere il nostro impegno laicale e il nostro: quello di un Ac che ha capito che solo Dio tiene le chiavi del cuore dell’uomo e amandolo sopra ogni cosa ne intuisce i desideri, ne ascolta la chiamata e lo segue con generosità, ricevendone in cambio vita piena che mette a disposizione di tutti.