Tre no e tre sì per vivere da corresponsabili nella Chiesa e nel mondo

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dalla riflessione di mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto

di Gianni Di Santo

Custodire. Un termine caro all’Azione cattolica. Che l’arcivescovo di Chieti-Vasto offre come riflessione ai delegati delle diocesi presenti alla Domus Pacis. Custodire come primo atto di amore tra gli individui, tra le relazioni, le mura domestiche e il tempo della politica.

Chiamato a stimolare tutta l’Ac sul tema Custodire e coltivare la vita. Perché essere corresponsabili?, mons. Forte si sofferma su tre ambiti specifici: l’uomo come custode del creato, come custode dell’altro e come custode di Dio.

L’uomo custode del creato. Con il lavoro, il rispetto e la festa. Il lavoro è in relazione con la creazione, la trasforma e la finalizza. In questo senso, la mancanza di lavoro offende la dignità più profonda dell’essere umano. Sia come individui, sia come comunità civile, non possiamo stare inermi di fronte al dramma occupazionale soprattutto delle nuove generazioni. Nello stesso tempo  dovremmo avere rispetto verso la dignità di ogni creatura. «Questo rapporto – spiega mons. Forte –fatto di sobrietà e di spirito di povertà, di attenzione e di ascolto discreto, riconosce e accoglie in ogni realtà creata l’evento della donazione da parte del Creatore, che in essa si compie, il miracolo, sempre nuovo e sorprendente, dell’atto di essere».

Infine, il riposo e la festa: con l’ottavo giorno, la domenica, noi celebriamo il Signore e la sua creazione sena tramonto. E lo celebriamo con il riposo: esso non è la semplice cessazione delle attività produttive, ma la rigenerazione di tutti i rapporti, «il tempo in cui tutto è visto e trasfigurato nella prospettiva dello “shalom” biblico, della creazione unificata in Dio».

L’uomo custode dell’altro. Custode del creato, l’uomo è anche custode dell’altro. Occorre mettersi in ascolto dell’Altro, aprirsi all’avvento del Tu. L’Altro è il nostro “primo prossimo”. In questo senso mons. Forte indica quattro tesi per un’etica caratterizzata dalla custodia dell’altro. Non c’è etica senza trascendenza, non c’è etica senza gratuità e responsabilità, non c’è etica senza solidarietà e giustizia e, infine, l’etica rimanda alla Trascendenza libera e sovrana, ultima e assoluta.

Che cosa dice tutto questo all’Azione Cattolica? L’attenzione al Tu è in realtà alla base dell’impegno associativo, «la condizione con la quale sta o cade la stessa vita dell’Associazione». Questo dovere morale di custodia dell’altro, non riguarda solo l’altro cui si è legati dal comune impegno associativo, ma ogni essere umano, la cui dignità va rispettata e promossa. Per mons. Forte il protagonismo laicale proprio dell’Azione cattolica vuol dire anche questo: ciascuno viva la propria dignità personale e riconosca l’altrui, assumendosi la responsabilità comune e quella per l’altro, specialmente se debole, indifeso e senza voce.

L’uomo, custode di Dio, custodito da Lui nella Chiesa dell’amore. La Chiesa di Gesù è l’icona viva della comunione trinitaria, in cui ciascuno è “custode” dell’altro nel reciproco accogliersi e donarsi. «La Chiesa sarà, allora, dalla parte dei poveri, perché solidale ad essi nell’unione a Colui, che si è fatto solidale con loro: una Chiesa del primato della carità, voce dei deboli, debole e povera essa stessa, fiduciosa nell’unica forza su cui le è dato di contare, quella del suo Signore crocifisso e risorto».

Una comunione che spinge i fedeli, le parrocchie, le associazioni ecclesiali, a dire con forza tre “no” e tre “sì”. Il primo “no” è al disimpegno, cui nessuno ha diritto, perché ognuno è per la sua parte dotato di carismi da vivere nel servizio e nella comunione: ad esso deve corrispondere il “sì” alla corresponsabilità, per cui ognuno si faccia carico per la propria parte del bene comune da realizzare secondo il disegno di Dio. Il secondo “no” è alla divisione, che parimenti nessuno può sentirsi autorizzato a produrre. il “sì” che ad esso corrisponde è quello al dialogo fraterno, rispettoso della diversità. Il terzo “no” è alla stasi e alla nostalgia del passato, cui nessuno può acconsentire, perché lo Spirito è sempre vivo e operante nello svolgersi dei tempi: ad esso deve corrispondere il “sì” alla continua, «necessaria purificazione e riforma, per la quale ognuno possa corrispondere sempre più fedelmente alla chiamata di Dio, e la Chiesa tutta possa celebrarne pienamente la gloria».

Tre no e tre sì da custodire per il tempo dell’ascolto. Ma anche per i tempi futuri della semina e del raccolto.