Dalla collaborazione alla corresponsabilità, sulle strade del mondo

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Dalla relazione di Ina Siviglia

di Gianni Di Santo

Accogliere il dono della comunione per vivere la fraternità a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II. È il tema sviluppato da Ina  Siviglia, docente alla Pontificia Facoltà teologica dell'Italia meridionale di Palermo. Che comincia da una riflessione sul "noi". Il "noi" ecclesiale è dentro la storia, in una comunione tra laici e gerarchia per il bene del mondo. È stata la grande riflessione del Concilio Vaticano II. Parole come pluralità, reciprocità significano oggi accogliere l'altro nella sua alterità.

Abbiamo dunque recepito appieno il Vaticano II? È un processo lungo, ha bisogno di tempi che sono la storia. Ogni ricezione fa parte di un processo storico. Ecco perché non dobbiamo scoraggiarci se ancora oggi parliamo di Vaticano II, se lo dobbiamo capire, se lo dobbiamo accogliere.

A 50 anni dal Concilio, secondo il parere della Siviglia, ci si rende conto che la realtà della Chiesa è così plurale e aperta che non si può ridurre a una sola prospettiva ecclesiologica la ricezione dello asso Concilio Vaticano II. Certo, ci sono state categorie ecclesiologiche, come il popolo di Dio, che è stato innalzato all'attenzione della Chiesa tutta. Quindi la prospettiva comunionale è una delle prospettive che qualifica la pastorale e la teologia della Chiesa.

Al cuore di questa comunione è il mistero eucaristico, la sorgente, la fonte del nostro operare.  La comunione si forma con l'eucaristia ma si regge e vive con il soffio dello Spirito. Per l'Ac si tratta dunque si tratta di realizzare la comunione tra le aggregazioni laicali e le chiede diocesane. Realtà ecclesiali e chiesa del territorio. È il suggerimento della relatrice: l'Ac ha continuato sempre in uno stile di comunione, senza perdere la sua autonomia. Una grande risorsa per la Chiesa in Italia. È questa la scommessa per proseguire il cammino insieme, laici e gerarchia.

La comunione che noi riceviamo in dono esige un processo di storicizzazione. Dobbiamo sforzarci di essere nel mondo, con il mondo, e sporcarci le mani in questo mondo. In vangelo che amiamo è quello delle competenze relazionali per mettere in moto dei meccanismi relazionali che vanno a contagiare il mondo. È il vangelo dell'alterità che si fonda sulla Trinità. Noi assumiamo dalla Trinità le caratteristiche della persona umana, la reciprocità, il noi della Chiesa che si apre verso gli ultimi.

Oggi i lontani si aspettano dalla Chiesa questa conversione di servizio, essenzialità,povertà. Siamo chiamati all'essenzialità della fede. E la crisi della nostra epoca può essere colmata da questo desiderio di Dio. Oggi è bello credere, e papa Francesco ce lo fa capire ogni volta.

I fedeli laici sono chiamati a rispondere a questa responsabilità, passando dalla collaborazione alla corresponsabilità. Per i laici di Ac è necessario puntare sulla formazione personale e sul l'attenzione a una spiritualità diffusa, aperta al dialogo con Dio. Una formazione che spinge allo studio, allo scambio, alla comunione, che è corresponsabile con la parrocchia.

Oggi è tempo di farsi sentire, soprattutto nel luogo principe dell'impegno cristiano che è la parrocchia. L'Ac è capace di dialogare, deve essere capace di dialogare. È l'impegno che la relatrice consiglia all'Ac. Un dialogo capace di parlare alle lingue degli uomini.