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Notarstefano intervistato da Avvenire

«Serve un inizio di dialogo tra i popoli. No alla normalizzazione del conflitto»

foto: Shutterstock
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Siamo di fronte a un passaggio delicatissimo del conflitto in Ucraina. «Più passa il tempo, più il conflitto ridisegna il confronto sul campo» osserva Giuseppe Notarstefano, presidente dell’Azione cattolica, che segue con «un sentimento di grande speranza l’iniziativa diplomatica e umanitaria che papa Francesco ha affidato al cardinale Matteo Zuppi. Lo accompagniamo con l’affetto e con la preghiera».

A novembre, alla vigilia della manifestazione contro la guerra organizzata a Roma da Europe for Peace, lei disse che l’unica parte con cui dobbiamo schierarci è sempre quella delle vittime, di tutte le vittime.

È sempre più così: davanti ai nostri occhi, c’è una guerra fratricida, che procede senza fermarsi mai e allarga l’elenco dei morti. Nell’elenco di questi mesi ci sono i bambini ucraini, le famiglie che stanno soffrendo per i bombardamenti, chi ha abbandonato la propria casa e tenta di reinventarsi un futuro in altri Paesi. E la sofferenza riguarda anche coloro che, dentro la Russia, assistono impotenti a questo ordine di cose.

Che spazio può esserci per la diplomazia?

La strada è oggettivamente in salita, ma incontri e conversazioni come quelli che hanno per protagonista Zuppi possono scaldare i cuori e generare possibilità che sembrano precluse. L’auspicio è che si possa aprire una via, avviare un inizio di dialogo. Ce n’è davvero bisogno: a parte il Papa, si sente la mancanza di testimoni e voci credibili, perché tutti gli interlocutori sono chiamati a raccolta e a sostegno di un fronte o dell’altro. In un contesto di sostanziale assenza della politica internazionale, sarebbe necessario invece mettersi dalla parte dei più deboli: questo dovrebbero fare le istituzioni, proteggere gli indifesi attraverso regole che tutelano l’umanità innanzitutto nei trattati. Le regole infatti sono di tutti e la cura dei più fragili è fondamento del diritto, ovunque.

La sensazione è che più passano i giorni, più rischia di sedimentarsi l’odio… 

Più il conflitto si allarga, più gli innocenti aumentano. I piccoli e le loro mamme dovrebbero stare a cuore a tutti, perché stanno pagando un prezzo doppio, con le ferite del presente e quelle del futuro da scontare. Poi non possiamo dimenticare che è in atto un vero e proprio sradicamento di popolo, una specie di migrazione forzata per guerra. Basta vedere a quanto sta accadendo in Polonia, con il flusso continuo di profughi. Tutto questo ci tocca nel profondo: non si può metabolizzare la guerra come necessaria, non si può pensare a una normalizzazione del conflitto.

Il movimento pacifista sembra essere minoritario nel Paese, nonostante il grande attivismo…

In realtà, tante iniziative in questi mesi hanno contribuito a tenere alta l’attenzione e a respingere questo stato di assuefazione alle bombe in cui rischiamo di finire tutti. Come Ac, innanzitutto, siamo chiamati a un grande lavoro culturale e spirituale. Essere artigiani di pace, come ci chiede Francesco, è un impegno da realizzare ogni giorno. Penso a quanto ci indica la nostra Costituzione, all’articolo 11: occorre ripudiare la guerra e questo va fatto a mio parere a partire dalla coscienza pubblica del Paese. È vero, è difficile trovare ciò che unisce soprattutto se l’Europa non coglie la grande occasione di costituirsi essa stessa come forza di pace. Il grosso rammarico purtroppo è questo, insieme al fatto che stanno prevalendo narrazioni nazionalistiche. Eppure adesso è il momento del dialogo: non tra i leader, ma tra i popoli.

*l’intervista, a cura di Diego Motta, è stata pubblicata a pag. 4 di Avvenire, martedì 6 giugno

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