Seguendo fratel Carlo e la sua Chiesa in uscita

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di Gianni Di Santo - «Oggi Carlo sarebbe molto contento. Le parole e il sorriso di papa Francesco lo avrebbero “galvanizzato” ancora di più». Liliana Carretto, sorella di Carlo, mi ricorda sempre questa considerazione ogni volta che ci incontriamo. Aggiungendo, subito dopo, «con l’accortezza, però, che queste cose però non si scrivono…» (e sapendo, al contempo, che i giornalisti ogni tanto non mantengono la parola) che l’ex maestro, dirigente di Azione cattolica e poi fratello dei Piccoli Fratelli del Vangelo, prima nel deserto del Sahara e poi residente nel convento di San Girolamo presso il grazioso borgo umbro di Spello, alla fine «si sia ripreso la sua rivincita». In sintesi, che la sua vicenda umana e terrena sia stata accolta in toto anche dalla gerarchia e, in questo caso, dal successore di Pietro.

La Chiesa in uscita di papa Francesco è, ancora oggi, ed è stata per i lunghi ventitré anni in cui fratel Carlo ha dimorato in solitudine con Dio e in compagnia degli uomini nel convento di San Girolamo, fino a quel 4 ottobre del 1988, giorno del suo commiato definitivo e sorridente da questa terra, la Chiesa in uscita di Carlo Carretto. Una Chiesa domestica del dialogo, della misericordia, della tenerezza, persino della chiarezza, anche quando dialogo e trasparenza fornivano alibi a polemiche pastorali-ecclesiali, sempre benvenute – diremmo oggi – perché fonte di arricchimento e crescita nell’annuncio del vangelo, o a pretesti per intervenire nel dibattito politico, in omaggio a quella città dell’uomo di lazzatiana memoria, da costruire e da pensare insieme.

Ma la Chiesa in uscita di fratel Carlo rappresenta la sapiente opera di dialogo e di ascolto che un laicato adulto e maturo nella fede (e nella storia), non ha mai smesso di approfondire e praticare. Ripensando alla straordinaria avventura umana di Carlo, oggi possiamo dire, con tranquillità, che lui ci aveva visto giusto. Aggiungendo, però, che la memoria storica e religiosa di fratel Carlo ha senso e valore se, nel quotidiano – sì, questo benedetto “oggi”, che viviamo a volte con fatica e presi da mille fragilità –, anche noi restituiamo allo sguardo mistico sul creato e a uno stile di vita amico dell’uomo e dell’ambiente, l’arma migliore per resistere alle sfide della storia.

Carlo è presente in mezzo a noi con la sua biografia esistenziale, il suo sguardo contemplativo mai disatteso dalle “attese della povera gente”, con le sue lettere dal deserto e la sapiente pratica della compagnia con gli uomini, e con il vissuto di un ambiente, una casa, il convento, la cella, la cucina, il letto, la sala da pranzo, che noi sentiamo “nostri” e riusciamo a far diventare casa di tutti. Una casa che accoglie l’ospite inatteso, nonostante diversità e lontananze.

Una Chiesa aperta e in uscita e una Chiesa casa di tutti. Il 4 ottobre, come ogni anno, ricorderemo Carlo così. Non per una memoria sterile, ma per un nuovo impegno missionario sulle strade del mondo e sulle vie di casa, magari più vicine ma non per questo meno difficili e impervie, che accolgono in sobrietà e letizia chi ancora si domanda “chi è Gesù di Nazareth?”. Sapendo, senza ombra di dubbio, che la Chiesa è con noi.