SCHEDA: Tassazione e territorio: quale federalismo fiscale?

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Tassazione e territorio: quale federalismo fiscale?

 

A cura del Gruppo di ricerca socio-politica

 

Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa:

  • Cap. 4 (I principi della DSC):
    • parte II (Il Bene comune) n. 167;
    • parte IV (La sussidiarietà), n. 186-188;
  • Cap. 7 (La vita economica):
    • parte IV (Istituzioni economiche al servizio dell’uomo) n. 351-352 e 355 (Raccolta fiscale e spesa pubblica)
  • Cap. 8 (La comunità politica):
    • parte 4 (Il sistema della democrazia), n. 412 e 420

  

ACI, Progetto Formativo “Perché sia formato Cristo in voi”:

  • Introduzione, 4: Con il linguaggio dei laici
  • Introduzione, 2: Cristiani dentro la vita
  • Cap. 4, 1: Per la vita del mondo
  • Cap. 4, 2: Discernimento
  • Cap. 4, 2: Pensosità (cultura e senso critico)
  • Cap. 4, 2: Impegnati per la città degli uomini (cultura e senso critico)

 
ACI, Sentieri di Speranza:

  • SG - “Fino in cima”, (Proposte educative per i passaggi), pp. 168-169 (Responsabilità)
  • SA - “Essere e diventare adulti” 3 (Le scelte), pp. 214 e 216-217 (Responsabilità e esercizio della laicità)

 
Quando oggi si discute del rapporto tra la dinamica “pubblico-privato” (a prescindere dalla questione se queste categorie siano ancora valide) e l’elemento del “territorio”, molto ricade sotto l’egida del prelievo fiscale, quale strumento perché il “privato” partecipi al bene comune che il “pubblico” è chiamato a riconoscere in un determinato “territorio”.

Parlando di “territorio” in questo contesto emerge il tema del “federalismo fiscale”. Di certo, allo stato dell’arte, questo corrisponde solo ad una serie di “prospettive” e non ad una vera e propria dimensione applicativa definita.

In Italia il “cantiere delle riforma federalista” è in atto da tempo. Potremmo individuarne le radici già a partire dall’istituzione delle regioni “ordinarie” (1970), ma per arrivare a tempi recenti  è necessario il richiamo al federalismo delle funzioni legislative (L. Cost. 3/2001) e di quelle amministrative (con la normativa c.d. “Bassanini” – 1997).

In materia di federalismo reale, i sostenitori dell’attuale riforma in corso (cfr. L. 42/2009 – http://www.altalex.com/index.php?idnot=42789) affermano che è necessario equilibrare la responsabilità impositiva con quella di spesa per evitare che persistano alcune inefficienze congiunturali nel Paese.

Per ora, come chiarito anche nel recente «Documento preparatorio per la 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani» (http://www.settimanesociali.it/) «Una risposta esauriente non sembra possibile allo stato dei fatti. Il criterio guida è chiaro: nei rapporti fra i territori debbono crescere il potere dei diversi livelli di governo e la loro responsabilità rispetto alle persone che vi abitano. Il sistema fiscale è l’architrave di questo processo, lontano dalle opposte ideologie della chiusura egoistica e identitaria di tipo territoriale e della centralizzazione burocratica dello Stato nazione» (cfr. n. 32).

Il “criterio guida” deve però essere verificato alla luce dei decreti delegati e della prassi ordinaria di attuazione di una riforma che potrebbe (in teoria) modulare l’intervento pubblico statuale sotto prospettive finora inedite.

Tali prospettive, per certi versi, richiamano l’attenzione sull’alternativa allo statalismo che la Chiesa ha da sempre proposto tramite la Dottrina Sociale, già con Pio XI, ed il principio di sussidiarietà (cfr. http://www2.azionecattolica.it/node/284)

La presente scheda ha l’obiettivo di offrire alcuni spunti introduttivi per verificare a quali condizioni il federalismo fiscale possa favorire la concretizzazione dei principi della DSC.

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La questione in sintesi è: quanto questa forma consente una concreta realizzazione della sussidiarietà e quanto rappresenta un rischio per la tutela della comunità nel suo insieme?

Prendendo come parametro il principio di sussidiarietà, difatti, si indica un’alternativa radicale rispetto al modo corrente d’intendere sia l’individuale che il sociale (e quindi il “privato” e il “pubblico”). La radicalità, riconosciuta nella richiesta di riportare “il più vicino possibile” ai singoli la decisione politico-giuridica, non può però essere divisa dal diritto/dovere di ciascuno di attuare «il conseguimento più pieno della perfezione» (GS n. 74).

In materia specifica, in uno dei rari passi relativi alla materia fiscale, lo stesso Compendio DSC richiede «una finanza pubblica, equa, efficiente, efficace» che solo così può produrre «effetti virtuosi sull’economia, perché riesce (…) ad accrescere la credibilità dello Stato quale garante dei sistemi di previdenza e di protezione sociale, destinati in particolare a proteggere i più deboli»; ed ancora la DSC indica i fondamentali principi cui deve ispirarsi la finanza pubblica: «il pagamento delle imposte (…); razionalità ed equità nell’imposizione dei tributi; rigore e integrità nell’amministrazione e nella destinazione delle risorse pubbliche» (Compendio n. 355).

La legge-delega di riforma non può non essere che il richiamo per evidenziare come il tema è urgente nel nostro Paese e la riflessione da parte dell’Associazione è necessaria anche come contenuto di formazione per i nostri aderenti.

Sul punto sono chiare le note critiche proposte dal già citato Documento Preparatorio: «Al momento si prevedono dosi massicce di uniformità anche per i territori fiscalmente autosufficienti, rimettendo in moto un meccanismo centralistico che non fa crescere poteri e responsabilità, che rende un servizio incerto al principio di solidarietà e dimentica i pregi sistemici del principio di sussidiarietà». E così il federalismo fiscale che emerge dalla Riforma potrebbe essere «foriero di una possibile chiusura egoistica ed identitaria di tipo territoriale» (cfr. n.31).

La cifra critica è necessariamente posta in termini interlocutori in attesa che tutti i decreti attuativi siano redatti ed entrino in vigore.

Ad oggi possiamo individuare in alcuni nuclei portanti il perno della prospettiva federale futura, tutta posta sotto il cono d’ombra di un aumento della responsabilizzazione per gli amministratori pubblici (soprattutto locali):

1)     Principio della perequazione basato sul “costo standard” dei servizi e non sulla c.d. “spesa storica”;

2)     Principio della territorialità dei gettiti;

3)     Principio di premialità per gli enti virtuosi e Principio sanzionatorio per quelli inefficienti (in termini di limitata autonomia);

4)     Principio del c.d. “fallimento politico” per quegli amministratori che portano un ente pubblico al dissesto finanziario.

Scorrendo questa serie di principi-base, innanzi tutto si nota la volontà politica di cambiare rotta nei confronti del parallelo “pubblico=inefficiente” puntando molto sulla competitività e sulla responsabilità vincolata al territorio.

Il risultato lo potremmo vedere solo fra qualche tempo, ma da subito alcuni dubbi emergono soprattutto per quanto riguarda il parametro dei c.d. “costi-standard”. Da un lato, difatti, non è ancora nota la procedura per stabilirne l’entità; dall’altro è comprensibile che non vi possono oggettivamente essere dei “costi-standard” validi per l’intero territorio nazionale. Su entrambi i punti il Legislatore si è mosso in questi ultimi mesi comprendendo le obiezioni svolte da più parti e migliorando la proposta di riforma.

Difatti, anche di recente, la C.E.I. è tornata sul punto affermando che i principi fondamentali della Costituzione «hanno bisogno di una traduzione equilibrata con le istanze federaliste» «il punto non è mettere in contrapposizione unità e federalismo, perché è una falsa contraddizione. Il punto è creare quell’equilibrio che permette alla soggettività locale e territoriale di comporsi in maniera armonica e attenta al tutto, con la totalità del popolo e della nazione. Ma solidarietà e sussidiarietà non possono essere contrapposte, devono essere articolate e integrate, perché se è vero che una certa unitarietà gestita in maniera centralista (…) rischia di mortificare o di non tenere conto di esigenze proprie di determinati territori e parti del Paese, é vero anche che all’opposto, il chiudersi delle singole parti nella difesa, tutela, di interessi locali e parziali, alla fine non solo priva tutto il Paese di un beneficio comune, ma alla fine impoverisce anche quelle parti che si isolano pensando illusoriamente di essere autosufficienti in tutto» (Interv. di S.E. Mons. Crociata).

Per affrontare il tema quindi si torna alla tensione tra individuo e società che non è eliminabile, poiché è strutturale alla dimensione umana dato che senza la soggettività della comunità, l’uomo smarrisce la propria identità: gli uomini non possono diventare tali senza le comunità sociali in cui nascono. Ecco che in tal senso la forma federale è del tutto auspicabile, soprattutto se legato ad alcuni accorgimenti fiscali che aumentano la responsabilità del singolo ente territoriale e, di conseguenza, del singolo soggetto che partecipa a questo ente. Perché «l’uomo in società è l’oggetto proprio e immediato della dottrina sociale» (CA, n. 54).

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Sul punto, vista anche le recente attenzione della Chiesa (cfr. Documento “Chiesa e mezzogiorno”), è necessaria una parentesi specifica sull’influsso che il federalismo potrebbe comportare su questa zona del Paese tra le più delicate e depresse.

Le considerazioni possono essere per ora solo ipotetiche. Se da un lato alcuni economisti affermano che vi è il rischio di un ulteriore recesso, dall’altro altri studiosi (economisti, politologi, giuristi, sociologi) affermano che il federalismo fiscale potrebbe essere un vantaggio soprattutto per il meridione almeno per due ordini di motivi. Innanzi tutto perché ridurrebbe la “dipendenza da sussidi” tipica di queste zone, limitando così l’effetto del voto di scambio e incentivando la libertà personale. In secondo luogo, tramite un percorso probabilmente anche doloroso, la competitività istituzionale del territorio locale innalzerebbe di molto l’autorevolezza di queste regioni in ambito industriale, commerciale ed economico in genere, specie se calibrata con la prospettiva futura di territorio primario (per posizione geografica e per rilevanza) di approdo della EU verso il medio-oriente ed il continente africano.

Di certo, sempre secondo uno studio della sola legge delega, da una reale attuazione del federalismo fiscale rischia di rimetterci la classe politica del meridione, che sarebbe chiamata ad una celere responsabilizzazione e all’abbandono coattivo della spesa pubblica come leva per il consenso.

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 In sintesi, se da un lato il federalismo fiscale è da incentivare quale felice opportunità per una maggiore realizzazione del principio di sussidiarietà della DSC, dall’altro lato spetta anche ai responsabili associativi verificare come questa Riforma nel concreto non aumenti il divario tra territori diversi del nostro Paese.

Un maggior federalismo (anche, ma non solo, fiscale) può incentivare una politica che abbia attenzione soprattutto per le esigenze fondamentali della vita delle persone e delle relazioni tra cittadini e che limiti il rischio latente di quella che è stata già definita una “pan-politica” che alla fine, volendosi occupare di “tutto”, si palesa una gabbia per la libertà della persona umana.

 


Indicazioni bibliografiche

 

Per una introduzione al tema:

  • G. Bizioli, Il federalismo fiscale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010
  • Il federalismo fiscale in Italia: vantaggi, criticità e dibattito politico, in Ricerca (mensile della FUCI), n. 11-12/2009, pp. 5-17

 

Per un approfondimento:

  • L. Sturzo, Il panteismo di Stato, Pro civitate christiana, Assisi 1955
  • Zanardi, Un federalismo fiscale responsabile e solidale, Mulino, Bologna 2006
  • P. Falasca – C. Lottieri, Come il federalismo fiscale può salvare il mezzogiorno, Rubbettino,  Soveria Mannelli 2009

(Giugno 2010)