Sanità: da spesa a investimento

Note di politica/10. È bene dirlo con chiarezza: le risorse economiche “spese” nella sanità come nel sociale sono un investimento. In questo senso dovremmo cercare di favorire sempre di più un approccio sereno dove non bisogna tremare ogni qualvolta in termini di bilancio si teme per la sostenibilità del sistema Paese

La salute, secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dal 1946, deve essere espressione di un equilibrio tra benessere «fisico, psichico, morale, economico e sociale»; questa visione implica una presa in carico molto più complessa che coinvolge non solo i professionisti della salute in senso stretto ma anche altre figure professionali chiamate a sostenere il cittadino nel contesto sociale dove vive. La salute poi non è un fattore individuale ma anche collettivo, e la pandemia ci ha chiaramente dimostrato come “nessuno si salva da solo”; la stessa pandemia che ha evidenziato in maniera violenta le falle del nostro sistema sanitario nazionale (Ssn) che tutto sommato è riuscito comunque a resistere. Il nostro Ssn, infatti, non è totalmente sbagliato ma necessità di essere ricalibrato sulle più moderne conoscenze scientifiche nonché sulla nuova condizione epidemiologica dei cittadini: non dico nulla di nuovo nell’affermare che l’aspettativa di vita è aumentata determinando una maggiore richiesta di assistenza specializzata e multidisciplinare. (Per leggere gli altri contributi cliccare qui)

Fragilità e solitudini

La fragilità di molti anziani è spesso associata alla solitudine che compromette il più delle volte l’aderenza a molte terapie, senza contare le difficoltà legate all’igiene personale, a una alimentazione adeguata, a una relazione sociale stimolante ed è evidente come le risposte a queste problematiche che minano il benessere non siano esclusivamente “sanitarie”. L’esempio che ho fatto non vuole banalizzare la questione ma offrire una visione che possa portare, coloro che avranno l’onere di governarci nel prossimo futuro, a ripensare alla salute come a una “filiera” dove non serve una contrapposizione tra ospedale e territorio, né in termini economici né di investimenti o di competenze; ma semmai una chiara distribuzione dei ruoli in cui si realizzano nelle varie fasi del problema salute la diagnosi, la terapia, la presa in carico immediata e a lungo termine di ogni singolo cittadino. 

I pilastri del Ssn

Il nostro Ssn si basa su alcuni pilastri fondamentali: l’universalità (che garantisce le prestazioni sanitarie a tutta la popolazione); l’uguaglianza (che garantisce l’accesso alle “prestazioni sanitarie” del Ssn senza nessuna distinzione) e l’equità (intesa come parità di accesso alle prestazioni e ai servizi in rapporto a uguali bisogni di salute). Questi tre pilastri scricchiolano e dalla lettura dei programmi elettorali emerge una certa ritrosia a voler ammettere come la sanità rappresenti una questione complessa che necessita non solo di un elenco di possibili soluzioni ma di una coraggiosa rivisitazione dei modelli e di un altrettanto coraggioso investimento economico inteso appunto non come spesa dovuta ma come realizzazione di un diritto da garantire a ciascun cittadino. Siamo tutti ben consapevoli di quanto siano forti le disuguaglianze relative all’accesso e alla qualità delle cure, l’inadeguatezza dell’assistenza territoriale, la scarsa integrazione tra assistenza sanitaria e assistenza sociale, l’impressionante carenza di personale, l’annoso problema delle liste di attesa. 

Soldi e strategie per il lungo termine

Quindi sicuramente servono più soldi da destinare alle politiche socio-sanitarie ma al tempo stesso servono più visioni e strategie a lungo termine. L’investimento economico da garantire non solo deve essere cospicuo ma intelligente, così da consentire sia la ristrutturazione architettonica dei nostri ospedali (ancora oggi ci sono tanti presìdi dove spesso i degenti sono in 4 in una stanza senza magari avere nemmeno i servizi in camera, e questo non aumenta forse il rischio di trasmissione di infezioni ospedaliere?) sia un numero adeguato di medici e di altri professionisti della salute all’interno degli ospedali, delle Rsa e delle strutture territoriali dove agiscono tra l’altro gli operatori dei servizi sociali e il Terzo Settore. Siamo tutti ben consapevoli come il dolore e la malattia facciano parte del vissuto di ciascuno e la persona che vive una fragilità non può essere relegata solo a un contenitore da riempire di servizi/prestazioni, è necessario trovare quella miccia da accendere per far divampare l’individuo all’interno della comunità cui appartiene al fine di affidargli un ruolo proattivo. 

Dall’assistenza alla responsabilità

Occorre quindi passare da una visione assistenziale a una che tenda a responsabilizzare.  Responsabilizzare ogni cittadino al prendersi cura di sé stesso, le comunità a farsi carico gli uni degli altri, lo Stato affinché possa programmare, sostenere, realizzare e garantire questi processi. È sempre più urgente un sistema socio-sanitario che si concretizzi in un welfare di comunità che guardi non solo ai pochi ai margini ma ai tanti che soffrono isolamento, solitudine, povertà relazionale, pur non avendo un problema economico o un problema di salute nell’immediato. È necessaria una lettura intelligente dei bisogni (vecchi e nuovi) e delle risorse (professionali e del volontariato) da far interagire in un contesto che riconosca anche il ruolo di quel “Quarto Settore” che è rappresentato da quelle azioni informali e non strutturate che sempre di più si animano all’interno delle comunità e dei quartieri e che possono interessare singoli cittadini come piccoli gruppi di persone e che durante la pandemia hanno garantito la sostenibilità di un sistema sotto una intensa pressione. 

Occorre una visione strategica che superi il limite del “qui ed ora” e che riesca a sviluppare una dimensione temporale che sappia con coraggio prevedere gli effetti a lungo termine; una visione che sappia riconoscere il valore dei professionisti che entrano in gioco in questo investimento sanitario e sociale

Sanità: da spesa a investimento

Ebbene sì; le risorse economiche “spese” nella sanità come nel sociale sono un investimento quindi credo sia più corretto d’ora in poi sostituire la parola “spesa sanitaria e sociale” con “investimento sanitario e sociale” ma non per strizzare l’occhio agli amanti dei neologismi quanto piuttosto per favorire sempre di più un approccio sereno dove non bisogna tremare ogni qualvolta in termini di bilancio si teme per la sostenibilità del sistema Paese. È ovvio però che le risorse non sono illimitate. Quindi occorre valutare sempre di più l’efficacia degli interventi, l’efficienza delle azioni, l’appropriatezza delle performance anche per riuscire a decidere cosa è giusto continuare a realizzare perché realmente utile alla persona (e cosa invece sarebbe meglio interrompere al fine di spostare risorse su azioni più proficue). Questa dimensione chiama in causa tutti: in primis le persone che vivono la fragilità, poi le associazioni che le rappresentano, gli ordini professionali, il Terzo Settore, il già citato Quarto Settore, gli enti locali, le regioni e lo stato: la comunità che si prende cura di sé stessa.

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Autore articolo

Michele Gennuso