Ritratto di città

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di Gianni Di Santo - La città degli uomini, e la città di Dio. È questa la dinamica di fondo che rende le metropoli contemporanee così contraddittorie: in una distanza geografica molto limitata si ritrovano gli ambiti  finanziari, economici, tecnologici più avanzati del nostro tempo e masse di diseredati sprofondate nella miseria, non solo economica. «In questo scenario – riflette Mauro Magatti, sociologo dell’Università Cattolica di Milano – la città riveste un interesse crescente per chi voglia occuparsi di nuovo umanesimo. Un vero e proprio laboratorio a cielo aperto: dove, al proprio interno, si dovranno e potranno cercare di realizzare, negli anni a venire, nuovi equilibri umani e sociali».

Il cambiamento è sotto i nostri occhi. Dalla provincia italiana, dove la qualità della vita ogni anno viene riconfermata, alle grandi metropoli, per le quali si stanno approntando, nel nostro paese, legislazioni specifiche. Dalle megalopoli americane o cinesi vessate dallo smog, alle baraccopoli delle periferie mondiali che gli obiettivi del millennio vorrebbero pian piano trasformare in quartieri dignitosi e vivibili. Per Ilaria Vellani, direttrice dell’Istituto Bachelet, «ciò che accomuna queste realtà, pur nella loro varietà, è che esse rappresentano “il” luogo della socialità, il luogo in cui l’io, il tu, il noi, l’Altro si incontrano e si scontrano.

Portare lo sguardo su questi nodi problematici è stato l’intento del XXXV Convegno Bachelet (6 e 7 febbraio, Roma), Il presente e il futuro delle città: verso un nuovo umanesimo?, tradizionale appuntamento culturale che la Presidenza nazionale di Ac e l’Istituto “Vittorio Bachelet” per lo studio dei problemi sociali e politici dedicano ogni anno allo “storico” presidente di Ac, ucciso dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980. Un Convegno ricco di spunti e sollecitazioni. Con tante esperienze a confronto: da Carla Danani (La città come luogo dell’abitare), a Roberto Camagni (La città luogo di produzione della ricchezza delle nazioni) fino a Michele Colasanto (La città luogo delle relazioni e dell’inclusione).

L’input è di Luigi Fusco Girard, docente di Economia ambientale all’Università di Napoli, nel sostenere che l’uomo troverà il suo benessere in una città inclusiva, resiliente, sostenibile e e sicura. Una città incubatrice di buone relazioni più che di buona economia. Lo sviluppo, stavolta, ha il volto dell’uomo e non delle sue cattedrali di cemento e asfalto che si sono trasformate, nel tempo, in agglomerati più che in case da abitare, in fabbriche più che in famiglie da vivere.

Ma è sempre Magatti a dare il “là” alla discussione. «La scommessa è arrivare a definire un nuovo punto di equilibrio tra le esigenze dell'efficienza, dell’innovazione, della conoscenza da un lato e quelle, opposte, della cura, dell’integrazione, della giustizia sociale, dall’altro».

La cura del bene comune è il leit motiv dell’attenzione alle nostre città eco-umano-sostenibili. Si tratta di ricostruire il paese investendo non tanto sulla produzione e consumo di beni privati, come nel dopoguerra, bensì soprattutto sulla cura e lo sviluppo dei beni comuni materiali e immateriali. Non è affatto un obiettivo utopistico perché questa ricostruzione è già in atto, migliaia di cittadini attivi si stanno già prendendo cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio (Gregorio Arena).

Ma le nostre città sono ancora il luogo del sacro? «Nel Vecchio continente – riprende mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano – le chiese diventano officine, teatri, atelier, consigli d’amministrazione, alberghi di lusso. Perdono la loro funzione di luoghi della custodia e della celebrazione del mistero». E allora, si chiede sempre mons. Sanna, come riappropriarsi di una spiritualità messa spesso ai margini di una società che va di fretta? Il fedele non ha dunque bisogno di un luogo, ma solo della intimità di sé stesso, della camera del proprio cuore per raggiungere il suo Dio. «La conclusione cui si giunge è un invito a ricordarci che nella città ci sono tanti altari sui quali si offrono i sacrifici della solitudine, della disperazione, della prova; ci sono tanti santuari della sofferenza dove si consumano giorni di dolore e di abbandono. Oltre che nelle chiese e luoghi di culto, allora, si deve servire a questi altari e visitare questi santuari. Bisogna uscire dai recinti sacri per annunciare il Vangelo di Gesù e testimoniare lo stile delle Beatitudini là dove la gente lavora, fatica, spera, ama».