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Pace e ambiente: un articolo su "Avvenire" di Sandro Calvani

Rifondare l’Onu per tutelare i beni comuni globali

Nel 1977, lo storico Arnold Toynbee sintetizzò la sua analisi delle sfide politiche internazionali scrivendo che «l’attuale insieme globale degli Stati sovrani non è in grado di conservare la pace, né è in grado di salvare la biosfera dai danni causati dall’uomo». Nel 1963, san Giovanni XXIII identificò lo stesso nodo da sciogliere nella sua lettera enciclica Pacem in Terris, descrivendo l’inadeguatezza degli Stati moderni a garantire il bene comune universale. Da almeno sessant’anni il mondo intero si interroga su come migliorare e rendere efficace la governabilità della pace e dei beni comuni globali che la renderebbero possibile: 285 conflitti tra nazioni e centinaia di altri conflitti dal 1945 a oggi mostrano il mondo come un condominio di nazioni litigiose. Il toccasana per molti Governi e semplici cittadini sarebbe «una riforma dell’amministrazione condominiale», cioè del sistema delle Nazioni Unite.

Le possibili riforme

Tra le numerose riforme proposte emergono tre macro-aree prioritarie: ristrutturare la governabilità democratica dei beni comuni globali, compresa la pace, rinunciando all’uso della forza nella risoluzione dei conflitti, ridisegnare il sistema di finanziamento dell’Onu, reinventare le relazioni di potere tra i governi e i popoli. Si tratta in pratica di correggere almeno tre distopie più evidenti dell’Onu: 1) capacità decisionale disfunzionale nelle crisi internazionali più gravi, anche a causa del diritto di veto di cinque nazioni, Usa, Russia, Regno Unito, Cina e Francia; 2) bilanci e personale assolutamente insufficienti rispetto ai compiti da svolgere; 3) ricorso di troppe nazioni all’uso della forza nella risoluzione delle crisi internazionali, con conseguenti spese scriteriate in armamenti, invece che nella cura e custodia dei beni comuni globali, il cui malgoverno innesca le stesse crisi (tra i tanti contributi di Sandro Cavani al dibattito glocale-globale, interessante rileggere questo).

Le quattro lacune nella governabilità democratica

Vanno riconosciute e affrontate quattro lacune nella governabilità democratica dei beni comuni globali – i più importanti includono i sistemi finanziari globali, la salute, la pace e l’ambiente. Le sfide da affrontare sono insufficiente giurisdizione internazionale, equa partecipazione, incentivi ai comportamenti cooperativi, informazione veritiera. A queste disfunzionalità va posto rimedio con alcuni princìpi di riforma inerenti ai beni comuni globali. Data la loro definizione (globali invece che internazionali) i beni comuni globali dovrebbero riguardare tutta la cittadinanza globale piuttosto che gli Stati e senza distinzione tra generazioni presenti e future: questo è il principio di universalità. Dato che tutti ne hanno diritto, tutti dovrebbero essere consultati e coinvolti; questo è il principio di inclusione. L’universalità e l’inclusione sono legate al principio di equità dei beni comuni globali.

Il costo della riforma dell’Onu

Circa il costo di una riforma dell’Onu, l’economista e politologo Jeffrey Sachs ha proposto una soluzione semplice per i problemi finanziari delle Nazioni Unite: un aumento dei finanziamenti, con i Paesi ad alto reddito che contribuiscano almeno 40 dollari pro capite all’anno, i Paesi a reddito medio-alto che diano 8 dollari, i Paesi a reddito medio- basso 2 dollari e i Paesi a basso reddito 1 dollaro. Con questi contributi – che ammonterebbero a circa lo 0,1% del reddito medio pro capite dei Paesi membri – l’Onu otterrebbe circa 75 miliardi di dollari all’anno con cui rafforzare la qualità e la portata di programmi vitali di pace e di sviluppo.

Uno dei ruoli più importanti per le Nazioni Unite deve divenire quello di contribuire a consolidare il consenso scientifico, politico e sociale in tutta l’umanità perché ogni sfida che interessa ogni persona umana sia discussa e regolata dal diritto internazionale prima e al disopra di qualunque interesse nazionale. E uno plures è il principio trasformativo che fa capire come le Nazioni Unite non siano un governo globale ( e pluribus unum), ma piuttosto lo spazio dove ciascuno vede rispettati i propri diritti, anche perché si impegna a rispettare i diritti di tutti.

Per quanto riguarda le innovazioni pratiche, una delle proposte di riforma delle Nazioni Unite più “ovvie”, e davvero fattibile da subito, è quella di riorganizzare il Consiglio di amministrazione fiduciaria (oggi sospeso dopo la fine delle colonie) in modo da affidare all’Onu la cura e la custodia dei beni comuni globali, compresi i diritti delle generazioni future. Il nuovo Consiglio dei beni comuni globali dovrebbe dare spazio anche alle rappresentanze della società civile e delle imprese. Pertanto, il ruolo delle Nazioni Unite dovrebbe essere calibrato in base alla sua capacità di cercare di garantire una distribuzione universale, inclusiva ed equa dei beni comuni globali, creando incentivi che aiutino a distribuire sia i rischi sia le ricompense dell’azione collettiva (eventualmente lavorando per indennizzare i governi disposti ad assumersi i rischi di un’azione tempestiva).

Una vera governabilità dei beni comuni globali

Queste trasformazioni orienterebbero verso una vera governabilità dei beni comuni globali che richiede anche di rifondare il potere politico come strumento generativo di cooperazione. Infatti, una visione sistemica ed efficace della pace e delle cause della guerra potrebbe richiedere una revisione della concettualizzazione del potere nazionale e internazionale in tutta l’umanità. I beni di cui l’umanità ha bisogno per la sua co-esistenza pacifica impongono di non pensare al potere come a qualcosa che si esercita “sulle” persone e sulle risorse, il tipo di controllo egemonico sostenuto da pensatori come Hobbes e Weber. Al contrario, potremmo aver bisogno di riconcepire il potere come “in” o “con” qualcosa/qualcuno che nasce attraverso l’atto di cooperazione intorno ai beni comuni.

Elinor Ostrom, prima donna a ricevere il premio Nobel per l’economia, ha dimostrato che le persone hanno una straordinaria capacità di creare istituzioni e regole condivise per una gestione equa delle risorse. Questo concetto di “potere con”, sostenuto e illustrato anche da filosofi della politica del calibro di Hannah Arendt e Jürgen Habermas, suggerisce che la cooperazione stessa (insita nel multilateralismo), è il bene pubblico più importante per costruire i fondamenti della pace duratura. Questa visione è condivisa da un’importante maggioranza di governi e di persone nel mondo intero.

Dag Hammarskjöld, segretario generale delle Nazioni Unite morto in una missione di pace in Congo nel 1961, disse che le Nazioni Unite sono state create «non per condurre l’umanità in paradiso, ma per salvarla dall’inferno»: la mia esperienza di trent’anni negli scenari di conflitto, di miseria estrema e di abuso dei diritti umani mi ha insegnato che Hammarskjöld ha visto giusto. L’anarchia universale sul tema della pace e degli altri beni comuni globali non può durare più a lungo: per sopravvivere l’umanità deve costituirsi in un corpo politico universale, con un cambio di paradigma della convivenza dei popoli che sarebbe possibile con gli strumenti offerti dalle Nazioni Unite riformate. Non esiste alternativa. 

* (l’articolo è apparso nell’edizione di sabato 4 marzo sul quotidiano Avvenire, leggi qui). Sandro Calvani è presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto di Diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”, già alto dirigente di organi Onu

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