Primo maggio all’epoca del Covid-19

Un tempo per ripensare il lavoro e l’economia

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di Fabio Cucculelli* - Siamo alla vigilia di un primo maggio insolito: non si scenderà in piazza per rivendicare i diritti dei lavoratori o per festeggiare. I motivi di preoccupazione sono moltissimi. Per effetto del Covid-19, secondo l’Onu più di 25 milioni di persone potrebbe perdere il lavoro. In Europa già un milione di persone ha visto ridursi il proprio reddito per effetto della pandemia. A soffrire, in particolare, sono i liberi professionisti, gli artigiani, gli addetti delle piccole industrie costrette a fermarsi per il lockdown, ma gli effetti si stanno sentendo anche nel settore dei servizi. Tutte persone che rischiano di finire in povertà.
L’economia mondiale subirà un calo del 3%, con punte in Europa tra il 7 e il 9%. Proprio per arginare l’emorragia di posti di lavoro, molti stati in Europa stanno prendendo misure d’emergenza. L’Italia finora ha investito 5 miliardi, la Francia 8,5 miliardi, la Germania ha attivato misure per 2 milioni e mezzo di lavoratori. In questa situazione la politica sarà chiamata a scelte diverse capaci di indirizzare l’economia verso nuove logiche.

Secondo il padre gesuita Gael Giraud - importante economista che fa parte del Centro di Economia della Sorbona ed è chief economist della Agence Française de Développement - è «impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni: l’esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l’idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori “atomizzati”». La salute di tutti infatti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo connessi in una relazione di interdipendenza.

La pandemia che sta interessando il mondo chiede a tutti, dalle singole persone agli stati nazionali e alla nostra Europa, un modo diverso di pensare i rapporti con un’attenzione alle conseguenze delle scelte: in questa prospettiva il principio di precauzione dovrebbe diventare il criterio di fondo per orientare le scelte politiche ed economiche. Senza dubbio l’economia va cambiata secondo alcuni criteri più legati alla tutela dell’ambiente. E questo, se ce n’era ancora bisogno, ce lo ha confermato anche la diffusione di questa pandemia che ha avuto una maggiore ampiezza in territori con un maggiore tasso di inquinamento. Un recente studio dell’università di Harvard, pubblicato sul New England Journal of Medicine e riferito agli Stati Uniti, ha messo in relazione l’inquinamento e il coronavirus giungendo a conclusioni piuttosto preoccupanti: la mortalità legata al coronavirus è superiore del 15% se la popolazione è esposta, sul lungo termine, all’aumento di 1 ug/m3 della concentrazione atmosferica di PM2.5.

La disuguaglianza come questione mondiale
Il dopo Covid-19 apre scenari complessi consegnandoci sicuramente una situazione economica di crisi e fragilità come ho cercato di descrivere. Ma forse ci consegna anche un tempo di un nuovo inizio, un’opportunità per tornare a prendere sul serio la situazione dei lavoratori, specie di quelli più in difficoltà, per tutelare e promuovere i loro diritti, per dare nuove e diverse opportunità di lavoro ai giovani e alle donne adottando anche modalità di lavoro sperimentate (spesso forzatamente) in questi mesi (si pensi allo smartworking); che non solo possono - se ben organizzate e gestite - aiutare a realizzare l’obiettivo del work life balance ma aumentare la produttività e l’efficienza del lavoro e della sua organizzazione. Ed ancora: un tempo per creare opportunità di lavoro guardando alla green economy, ai green jobs, a tutti quei lavori generativi che riguardano la tutela dell’ambiente e la promozione del nostro patrimonio artistico e culturale. E per comprendere finalmente che i problemi dei singoli popoli, sono problemi di tutta l’umanità che vedono interessare tutti. Ma tutto questo non basta. Il nuovo inizio, a cui siamo chiamati a concorrere, chiede un cambiamento radicale del modo di pensare l’economia, il lavoro, la politica sia a livello locale che globale. Un cambiamento che deve porsi un obiettivo chiaro: quello della riduzione delle disuguaglianze, destinate ad aggravarsi a seguito del coronavirus.

Papa Francesco dall’inizio del suo pontificato ha sottolineato con estrema lucidità e a più riprese, come la questione della riduzione delle condizioni di disuguaglianza e di povertà sia la nuova questione sociale che interpella tutte le coscienze e che chiede alla politica una risposta urgente, seria, complessa, globale. In particolare, l’adozione del paradigma dell’ecologia integrale, proposto da Papa Francesco nella Laudato si’, ci può consentire di avere uno sguardo ampio sul tema della disuguaglianza, di comprenderne le molteplici forme e dimensioni, per poi agire sulle cause. Il paradigma dell’ecologia integrale ci consegna una nuova visione dell’economia, del mondo, dei rapporti tra le persone e con l’ambiente. Una visione sistemica e circolare (es. “economia circolare”) che rompe gli schemi tradizionali, che ci consente di guardare al futuro in modo nuovo.

La Lettera di Francesco ai movimenti popolari
Papa Francesco, nel giorno di Pasqua, ha voluto lanciare un messaggio molto forte sul tema del lavoro, anticipando tutti. La sua Lettera ai movimenti popolari di tutto il mondo, indica una chiara direzione di marcia per chi ha a cuore il lavoro, per chi crede che il lavoro sia realmente una possibilità di realizzare l’umanità della persona, rispettando la sua dignità, garantendo, prima di tutto, alcuni diritti fondamentali come quello di un salario stabile.
In questo tempo «di tanta angoscia e difficoltà», i movimenti popolari «sono un vero esercito invisibile che lotta nelle trincee più pericolose (...) senza nessuna arma se non quella della solidarietà, la speranza e il sentimento di comunità che si rinnova in questi giorni nei quali nessuno si salva da solo»; costruendo poesia sociale «dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose», con pochissime risorse e dove non arrivano «le soluzioni del mercato e scarseggia la presenza protettiva dello Stato», sottolinea Francesco.
Questa attitudine alla lotta per il “bene comune” e per i sacrosanti diritti alla terra, a un tetto e al lavoro, che sintetizzano i criteri di giustizia sociale, «mi aiuta, mi interroga e mi insegna molto», dice il Papa, in un contesto dove «si guarda con un po’ di sospetto quelli che superano la mera filantropia attraverso l’organizzazione comunitaria o reclamano i propri diritti invece di rassegnarsi aspettando di vedere se cade qualche briciola da quelli che detengono il potere economico» che sono quelli che continuano a generare disuguaglianze e a mantenere privilegi.

Nella lettera, Francesco esprime un ricordo e un riconoscimento speciale per «le donne, che moltiplicano il pane nelle mense comunitarie cucinando» con materiali scarsi «per centinaia di bambini»; per i malati, per gli anziani, tante volte dimenticati in questa società malata di solitudine; per i piccoli contadini e per le famiglie di agricoltori «che continuano a lavorare per produrre cibo» badando alla casa comune e occupandosi delle necessità della popolazione più umile e operosa.
«I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente», denuncia Francesco. Un popolo con difficoltà ora maggiori dovute al confinamento, quando le abitazioni sono precarie o «carenti di un tetto», quando si vive «giorno per giorno senza alcun tipo di garanzia legale che possa proteggervi».
Di fronte a questa realtà di mancanza di protezione, Papa Francesco ritiene che sia giunto «il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti».

In questo contesto di enorme impatto del coronavirus in tutto il mondo, Francesco spera che «i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (...) non sono sufficienti per affrontare questa crisi, né per affrontare gli altri grandi problemi dell’umanità». Tuttavia, per il Papa, «ora più che mai, devono essere le persone, le comunità, i popoli al centro, uniti per guarire, curare, condividere». Nella lettera, Francesco invita i movimenti popolari a pensare al dopo per affrontare le «gravi conseguenze che già si sentono», aggiungendo: «Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro».
Francesco denuncia l’insostenibilità di una civiltà troppo competitiva, individualista ed iniqua sottolineando la necessità di un cambiamento per ripensarsi e rigenerarsi, e chiude, rivolto ai movimenti popolari: «voi siete costruttori indispensabili di questo cambiamento urgente; inoltre, voi siete una voce autorizzata a testimoniare che ciò è possibile. Voi conoscete le crisi e le privazioni che con modestia, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in una promessa di vita per voi, le vostre famiglie e la vostra comunità».
La lettera rappresenta l’ennesimo invito del Santo Padre a pensare l’economa, il lavoro e lo sviluppo in modo diverso, avendo cura dell’uomo e dell’ambiente, della casa comune che tutti abitiamo. Un invito che debbiamo accogliere se vogliamo iniziare finalmente a perseguire un nuovo modello di sviluppo e convivenza in cui inscrivere un’economia più equa ed un lavoro più giusto.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana