Disuguaglianze. La campagna «Chiudiamo la forbice»

Un impegno comune contro le iniquità

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di Andrea Michieli* - Cinque anni fa, alla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, molte associazioni e comunità cristiane si sono messe in gioco. Papa Francesco, allora, rivolse un invito a ripensare i fondamenti del modello dominante di economia di mercato, invitandoci a ripensare i rapporti economici a partire dalle persone e dall’ambiente in cui esse vivono. 
Da questo appello è nata, due anni più tardi, la campagna «Chiudiamo la forbice». Alcune associazioni e realtà di ispirazione cristiana - tra queste l’Azione cattolica - hanno voluto rispondere concretamente al richiamo del Papa, con la volontà di fare squadra dinnanzi alle crisi socio-ambientali e ai segnali sempre più preoccupanti che la nostra Terra manifesta e che la forsennata corsa alla produzione ha per molto tempo sottovalutato.
Il cuore del nostro impegno è la riduzione della forbice delle disuguaglianze che, insita nel modello globale di sviluppo economico, si è sempre più allargata e che la rapida crisi legata alla diffusione del Covid-19 rischia di far nuovamente esplodere.

A commento dell’enciclica Laudato si’, Stefano Zamagni (qui il suo intervento) aveva scritto: «C’è un mercato che riduce le disuguaglianze e uno che invece le fa lievitare. Il primo si chiama civile, perché dilata gli spazi della civitas mirando a includere virtualmente tutti; il secondo è il mercato incivile, perché tende a escludere e a rigenerare le “periferie esistenziali”». Per lungo tempo abbiamo dato per scontato che fosse il mercato “incivile” il prestabilito modello economico e che il compito dello Stato e, in particolare, del Terzo settore e del mondo caritativo fosse quello di tamponare le ferite dell’inevitabile dispiegarsi dei rapporti economici. Questa economia “incivile” non solo ha creato disuguaglianza, ma ha diviso il mondo in “bolle” sociali impermeabili e distanti per condizioni economiche, educative e politiche. Ha prodotto disuguaglianze, ma anche, addomesticando la nostra libertà, anestetizzato i cuori vincendo ogni altra forma possibile di sviluppo solidale.

Proprio su questo fronte si pone una prima finalità della campagna: far indignare. Come ha scritto Papa Francesco, infatti, «ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni di altri. Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, senza reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono, ostentano con vanità una pretesa superiorità e lasciano dietro di sé un livello di spreco tale che sarebbe impossibile generalizzarlo senza distruggere il pianeta» (Laudato si’, n. 90).

L’indignazione è il primo passo per comprendere la grave situazione in cui viviamo. Le disuguaglianze però ci devono anche far muovere concretamente: esse, anche prima della crisi legata al diffondersi del Covid-19, continuavano ad aumentare. I dati del rapporto Oxfam dello scorso anno fotografano questa situazione. Nel rapporto si registrava un aumento della disuguaglianza che raggiungeva un’ormai insostenibile iniquità nella distribuzione dei redditi e della ricchezza a livello mondiale. Il sistema economico (e finanziario) – come ha messo in luce Giuseppe Notarstefano, Vicepresidente dell’Azione Cattolica (qui il suo intervento) – si confermava come un dispositivo che favorisce inesorabilmente la concentrazione della ricchezza prodotta nelle mani di pochi: l’82% della ricchezza generata tra il 2016 e il 2017 è posseduto dall’1% dei percettori di reddito.

La nascita della campagna. Mobilitazione e declinazione dell’impegno
Questi dati hanno rafforzato il nostro proposito comune. La campagna è stata promossa nel 2018 dall’AC con ACLI, Caritas Italiana, CTG-Centro Turistico Giovanile, Coldiretti-Fondazione Campagna Amica, Comunità Papa Giovanni XXIII, Earth Day Italia, FOCSIV, Fondazione Missio, Movimento Cristiano Lavoratori e Pax Christi Italia. Altre realtà si sono poi aggiunte arricchendo i punti di osservazione dei temi della mobilitazione.
Non si partiva da zero. La campagna, infatti, era la continuazione ideale della precedente esperienza di “Cibo per tutti”, mobilitazione che aveva visto i soggetti promotori impegnati a dare concretezza ai temi di Expo 2015.
Abbiamo deciso di dotarci di strumenti operativi per creare questo network di riflessione e azione. Innanzitutto abbiamo stabilito un’ampia alleanza tra i soggetti promotori, aderenti e media partner; inoltre abbiamo realizzato un sito (www.chiudiamolaforbice.it), un documento base, tre concorsi nazionali, materiali per approfondimenti… strumenti per azioni sui territori che hanno già contribuito alla diffusione dei contenuti della campagna che si caratterizza per un approccio partecipativo e inclusivo.

La mobilitazione non vuole avere però solo un approccio di analisi o di denuncia, ma un orientamento propositivo, a partire dalle buone prassi e dalle esperienze concrete sui territori. Ecco perché al titolo “Chiudiamo la forbice” abbiamo aggiunto il sottotitolo “dalle diseguaglianze al bene comune perché siamo una sola famiglia umana”: guardare a tutta l’umanità, a tutti gli uomini nessuno escluso, vuole essere in qualche modo il tratto caratterizzante di questa campagna che nella sua costruzione ha avuto un percorso molto ampio di partecipazione dei territori, delle diocesi, delle realtà locali. Si è tentato di stabile un raccordo permanente tra la miriade di iniziative che ciascuna realtà associativa mette in campo, ma che rimangono a volte isolate e non vengono fatte emergere e coordinate. Vogliamo far affiorare quel “bene comune”, composto da un mosaico di piccoli gesti, che è il vero presidio che finora ha garantito il minimo di coesione sociale.

Il tema della disuguaglianza è stato declinato in tre ambiti:
- l’ambito della produzione e del consumo del cibo, già oggetto della campagna “Cibo per tutti”;
- l’ambito della pace e dei conflitti, con riguardo specifico alle guerre dimenticate, che danno vita alla “terza guerra mondiale a pezzi”;
- l’ambito della mobilità umana e delle migrazioni.

Un tema su cui ci siamo soffermati è poi stato il debito, soprattutto dei Paesi più poveri. Il debito non è una questione di tecnica, ma una questione di giustizia: il suo aumento in un contesto di finanza non regolata ha degli effetti nefasti su tutta la società e, soprattutto, sulle fasce più deboli della popolazione del pianeta. Il debito e l’instabilità finanziaria - come ha rilevato Massimo Pallottino (qui il suo intervento) - sono tra i fenomeni che condizionano in maniera più significativa la vita delle donne e degli uomini che abitano il nostro pianeta e, in particolare, quelli delle comunità più povere e vulnerabili. Se la crisi del debito degli anni ’80 e ’90 si era abbattuta principalmente sui paesi del sud globale, la storia degli ultimi dieci anni ha reso evidente come non esistano zone franche. Non solo i paesi impoveriti del sud del mondo, ma anche i paesi ricchi e industrializzati del nord si trovano a fronteggiare fenomeni di indebitamento, sui quali è necessario riflettere a fondo. La situazione del debito che sperimentiamo negli ultimi quindici anni ha però caratteristiche diverse e, per certi aspetti, ancora più preoccupanti rispetto alla crisi del debito che scosse le economie di tutto il pianeta a partire dagli anni ’80. Nonostante però il chiaro impatto delle dinamiche finanziarie e del debito in termini distributivi, questa connessione è rimasta relativamente poco esplorata. Quali sono infatti i meccanismi che collegano la stabilità finanziaria alla distribuzione del reddito, dei servizi, dell’accesso alle risorse? Esiste una relazione tra il debito e la disuguaglianza? Sono queste le domande su cui abbiamo lavorato e che ora, dinnanzi alla necessità di liquidità per far fronte alle spese sanitarie e mediche legata all’espansione della pandemia, diventano cruciali per la vita e la salute delle persone, ancor prima che per la loro condizione economico-sociale.

Dopo il Covid-19, rafforzare il nostro impegno
Ad ispirare il nostro percorso, come detto, sono state le parole e i gesti di Francesco. Non solo in Laudato si’, ma anche in Evangelii Gaudium in cui il Papa scrisse: «l’iniquità è la radice dei mali sociali» (n. 202). Abbiamo deciso di fare un percorso comune proprio attorno alla sfida dell’iniquità che genera ferite profonde, malcontento sociale, rabbia, paura e rassegnazione; sentimenti di chi è e si percepisce escluso e che, nonostante gli sforzi, vede le proprie condizioni diventare sempre più precarie e incerte.
Un altro insegnamento del Papa ha fin da principio orientato il nostro percorso: l’idea di una ecologia integrale che implica una visione unitaria dei problemi ecologici ed economici. «Non ci sono – scriveva Francesco – due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (Laudato si’ n. 139).

L’emergenza sanitaria di questi mesi ha confermato drammaticamente il legame tra i diversi fattori della crisi del nostro tempo: ambiente, salute, scambi, lavoro… All’inizio di questo percorso, nel terzo anniversario della pubblicazione della Laudato si’, non avremmo immaginato di trovarci dinnanzi a una nuova crisi, così repentina e radicale come quella che stiamo vivendo. Si aprono, oggi, scenari di gravi difficoltà non solo per affrontare la “fase 1” che già ci ha resi sempre meno uguali dinnanzi al virus, ma soprattutto guardando alla “fase 3”: quella in cui raccoglieremo l’urto dello stop forzato della produzione di questi mesi. L’intuizione che all’inizio del nostro percorso fu quella di prendere sul serio la sfida a pensare un modello economico diverso, oggi diviene non solo un’urgenza ma una necessità che tutti gli Stati stanno valutando. Proprio questo tempo ci invita a proseguire e rafforzare il nostro comune impegno, esercitando il “potere di sana influenza” di cui sono portatrici le nostre realtà associative per mobilitare le coscienze e le azioni di fronte ad un sistema economico fragile ed iniquo.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana
e delegato Ac per la campagna «Chiudiamo la forbice»