Perché la crisi diventi opportunità

Riabitare l’Italia

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di Nadia Matarazzo* - La pandemia sembra aver cambiato brutalmente la nostra socialità, le nostre abitudini, il nostro modo di pensare l’altro. Ma, oltre gli interrogativi circa le conseguenze che essa comporterà per la vita delle comunità umane, è doveroso impegnarsi a leggere questa contingenza come una eccezionale opportunità affinché tutto ciò che sarà abbia il volto di un mondo che non si è lasciato schiacciare dalle macerie, ma che ha, invece, saputo ricostruirsi mettendo in campo le sue energie migliori.

L’emergenza globale per la diffusione del Covid-19 ha scardinato molte delle nostre certezze, ha bloccato alcuni tra i meccanismi cruciali per l’economia e per la nostra stessa vita, la mobilità su tutti. Ci ha costretto a ridimensionare i nostri movimenti e, per molti versi, anche a metterne in discussione l’essenzialità. La pandemia ha ridotto il mondo esterno a uno schermo – quello della TV, del pc o dello smartphone – e ha ingigantito la nostra dimensione domestica e territoriale: restando nelle nostre comunità e nelle nostre case, abbiamo avuto un tempo straordinario per riguardarle da vicino, rispolverarne le bellezze e cercare soluzioni per gli angoli troppo spigolosi.

Restare nelle nostre comunità ha ricalibrato la nostra attenzione su di loro ma questo non ha compromesso la nostra apertura verso il resto del Paese e verso il mondo, perché osservare le nostre comunità durante il lockdown ha significato esattamente osservare il resto del Paese e anche il mondo: nei due mesi appena trascorsi, le grandi metropoli hanno preso a somigliare ai piccoli borghi e i comuni costieri a quelli montani, perché tutti avevano le strade vuote e le case piene, nelle grandi piazze urbane come nei paesini delle aree interne il protagonista comune è stato il silenzio. Con la differenza che, al silenzio, i piccoli borghi, i comuni montani e le aree interne sono abituati da sempre. Con la differenza che, i piccoli borghi, i comuni montani e le aree interne sono stati mediamente più al riparo dal contagio. In Italia, infatti, l’emergenza Covid-19 ha colpito in maniera più massiccia alcune tra le regioni attraversate dalle più fitte reti commerciali e dai più densi flussi di mobilità umana, a partire innanzitutto dalla Lombardia centrale, in particolare i comuni della bassa Val Seriana, nella provincia di Bergamo, e quelli del Lodigiano, che, adiacenti alla provincia di Milano, condividono il ruolo di corridoi del pendolarismo a livello regionale e, perciò, continuamente attraversati per raggiungere le sedi del lavoro, del consumo, dell’istruzione, dello svago, in tempi di spostamento, tra l’altro, molto ridotti, e quindi fortemente favorevoli alla diffusione del contagio. Sono già molti gli studi che confermano che la mobilità abbia rappresentato il principale veicolo di diffusione del virus, accentuata, in un secondo momento, dalla prossimità (gli assembramenti nei luoghi pubblici e privati), che sotto il profilo abitativo si traduce nella densità di popolazione, ovvero il numero di abitanti per km². Comuni come Codogno, Nembro e Alzano Lombardo, ossia i primi grandi focolai del Covid-19 in Italia, registrano densità di popolazione almeno triple rispetto alla media nazionale.

E allora la pandemia rende urgente avviare una seria riflessione sui fattori della vulnerabilità territoriale che hanno favorito e accelerato la circolazione del virus. Ma leggere il territorio significa leggere la società, la sua relazione con gli ecosistemi ambientali, gli stili dei consumi e quelli abitativi.

D’altronde, guardare a questa straordinaria contingenza storica da un punto di vista non strettamente epidemiologico ma anche territoriale e sociale rappresenta l’opportunità di osservare con una lente nuova l’Italia intera, dal momento che Nord, Centro e Sud per una volta non esistono in funzione dei divari di sviluppo, ma piuttosto dei fattori di fragilità e di quelli di forza che si rimescolano e si ribaltano, aprendo domande inedite e scenari nuovi. Le responsabilità dell’inquinamento atmosferico, sia sotto il profilo della risposta respiratoria e immunitaria, sia sotto quello dell’attività industriale, potranno favorire il ripensamento dell’abitare mobile e urbanizzato? È possibile immaginare che i flussi di ritorno dal Nord verso il Sud come fuga dalle zone rosse generino successivamente un ripopolamento dei piccoli borghi e delle aree interne? Quali effetti culturali potrà avere questa nuova mappa delle fragilità territoriali così tanto sbilanciata sulle regioni industriali del Paese? Questi e molti altri sono gli interrogativi da porci e sollecitare, perché sia ritenuto urgente riconoscere nel momento storico in atto le opportunità che si celano dietro la crisi, ripensando l’organizzazione dello spazio e le pratiche di sostenibilità, che hanno bisogno di un’idea rinnovata dell’abitare.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana