La scuola e l’università al tempo del coronavirus

Oltre l’e-learning, una riflessione pedagogica

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di Andrea Dessardo* - L’emergenza coronavirus, oltre che per i suoi aspetti sanitari ed epidemiologici e per le sue pesanti conseguenze economiche, sarà probabilmente ricordata anche come il più grande esperimento di e-learning della storia, un caso che sarà certamente studiato dai pedagogisti e dagli storici dell’educazione. Alcune considerazioni, che possono essere fatte fin da ora sulla base dell’esperienza diretta di questi giorni, saranno senz’altro riprese quando l’emergenza sarà cessata e con esse dovrà necessariamente confrontarsi il mondo dell’istruzione anche quando le scuole finalmente riapriranno. Quando torneremo fra i banchi o dietro le nostre cattedre non potremo fingere che questo periodo non ci sia mai stato, ma su di esso dovremo fondare una più ampia riflessione pedagogica. Per scrivere queste righe mi sono basato sulla mia personale esperienza di ricercatore universitario, su quella dei miei studenti e su quella di parenti e amici che studiano all’università o a scuola.

Tutti concordiamo sul fatto che le lezioni telematiche non possono davvero sostituire quelle in presenza e credo perciò che nessuno in futuro proporrà, magari per esigenze di bilancio, di chiudere le scuole, magari quelle più piccole o di montagna, per rimpiazzarle con lezioni on line. Ciò premesso, gli studenti sono in genere contenti d’avere avuto la possibilità di continuare l’anno scolastico in questa modalità: si rimane stimolati a studiare, evitando la noia e il disimpegno, e soprattutto si mantengono vivi i rapporti con gli insegnanti e i compagni: la scuola infatti è innanzi tutto una comunità ed essa va coltivata e tenuta su di morale anche in questa situazione eccezionale.

Ovviamente è ben diverso il modo in cui fruiscono dell’e-learning gli studenti universitari e quelli dei diversi gradi di scuola: sia per il diverso grado di maturità e autonomia personale, sia – e le cose sono evidentemente collegate – per l’impianto stesso delle lezioni. Va certamente meglio all’università, dove l’insegnamento telematico, in fondo, non è nemmeno una novità, e dove le lezioni occupano poche ore a settimana; è notevolmente più complicato per gli studenti di scuola superiore, ed è assolutamente inadeguato per i bambini della primaria.

Le scuole e gli atenei, su indicazione dei Ministeri, si appoggiano in genere a piattaforme come Google Meet, Microsoft Teams, Moodle o Zoom, coniugando lezioni in videoconferenza, assegnazione di compiti da fare autonomamente e materiali, come diapositive, dispense o videolezioni precedentemente registrate. Molto dipende dalla versatilità dei docenti: c’è chi continua a far lezione negli stessi orari di quando le aule erano aperte, collegandosi in diretta con gli studenti, e chi invece carica quasi tutto on line, lasciando agli studenti tempi e modi per leggere e studiare. Ciò è possibile all’università, ma è ovvio che non è sostenibile, né per gli insegnanti né per gli studenti, continuare a far lezione cinque-sei ore piene ogni mattina, e infatti gli orari sono stati in genere ridotti, senza contare come non di rado tutto si rallenti per sovraccarichi alla rete e connessioni troppo lente.

Ciò che rende problematico far scuola in queste condizioni è che sono pochi i professori con una preparazione specifica all’insegnamento a distanza, che non è semplicemente far lezione da casa seduti a una scrivania, ma richiede un sapiente dosaggio di spiegazioni e attività libere e una più elastica gestione del tempo. Come si può far apprezzare pienamente, per esempio, un testo letterario leggendolo davanti a una telecamera? Come si fa a valorizzare le naturali interazioni tra compagni di classe dovendo rinunciare alla piena espressività del linguaggio corporeo? Il Manzoni, il Giulio Cesare, l’Aristofane o lo Shakespeare sentiti a distanza, in ambienti nei quali è facile distrarsi, non sono quelli studiati insieme fra le mura della stessa aula scolastica. Eppure, per quanto ho potuto vedere, i rapporti tra allievi e docenti tendono a intensificarsi, se debitamente incoraggiati, con la richiesta di colloqui privati in chat o su Skype, paradossalmente più frequenti ora che nella vita di tutti i giorni. Gli insegnanti sono spesso le uniche figure adulte con cui i ragazzi mantengono rapporti al di fuori delle loro famiglie e riconoscono sinceramente il loro impegno per garantire la continuità della relazione educativa anche al di fuori del normale orario di lavoro, sebbene tali condizioni non siano previste da alcun contratto.

Queste sono considerazioni fatte in riferimento all’università e ai licei. La situazione è incomparabilmente diversa se parliamo della scuola dell’obbligo, cioè delle primarie e delle medie; o anche degli istituti professionali o di quelle scuole che hanno di solito un’utenza più fragile. Qui lo studio non è una scelta, ma un dovere, spesso gramo. Ed è a questo livello che la scuola si presenta come un insostituibile vettore di democrazia, che consente anche alle classi sociali più marginali un qualche accesso alla cultura. Ebbene, oggi chi non ha un computer o chi non dispone di una connessione Internet veloce, è totalmente tagliato fuori dall’istruzione. E anche chi ha questi strumenti, ma non una famiglia pienamente consapevole del valore della scuola, dei genitori che hanno il tempo e soprattutto i mezzi culturali per sostenere lo studio dei propri figli, fa molta più difficoltà a stare al passo e questo mese di sospensione delle lezioni rischia di essere un pericolo fattore di esclusione sociale.

La prova è molto difficile anche per gli insegnanti, specie quelli di scuola primaria, unici titolari di una classe, alla quale devono insegnare quasi tutte le materie: ma come far lezione per diciotto ore a settimana agli stessi bambini tenendo viva la loro attenzione, a un’età in cui andare a scuola non è solo, e nemmeno principalmente, imparare qualche nozione basilare, ma maturare la coscienza di sé? Come portare contemporaneamente in una ventina di case diverse l’essenza della scuola, di quell’“ozio” (scholé nella sua etimologia greca) privilegiato da dedicare allo studio (che invece, in latino, significa impegno, ma anche passione)? Né si può accettare, come capita, che maestri e maestre siano risucchiati in infinite chat e videoconferenze, alle ore più varie, con i genitori più zelanti e ansiosi.

Non resta che sperare che l’emergenza sanitaria passi presto e, se anche quest’anno pare ormai largamente compromesso, si torni a ritrovarsi nelle nostre aule, avendo però fatto tesoro di quanto stiamo imparando in queste settimane, sia per lo sviluppo della didattica, sia nella consapevolezza di che cosa davvero significhi educare.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana