Lessico dell’emergenza, tra fake news e post-truth

Comunicare al tempo del Covid-19

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di Antonio Iannaccone* - Gli studiosi e i professionisti della comunicazione sono consapevoli di avere un compito difficile: trattare un argomento che già tutti conoscono o credono di conoscere. Infatti, mentre il fisico e il chimico si occupano di oggetti misteriosi come le molecole e le particelle elementari – di fronte ai quali la gente mostra un senso di rispettosa soggezione – i comunicatori devono faticosamente (provare a) guadagnare una certa autorevolezza.
Quell’autorevolezza che, a volte e in maniera paradossale, può beneficiare di una situazione di emergenza, proprio come il momento storico che stiamo attraversando. Un esempio? Fino a qualche mese fa, molte persone non conoscevano né la figura né l’importanza dell’infettivologo. Potere del Covid-19.
A tale proposito, il Coronavirus – ça va sans dire nella sua criticità – ci ha anche permesso di conoscere (magari apprezzare) alcuni dei basilari princìpi ed elementi comunicativi, come quelli riportati di seguito.

Arricchimento lessicale: il nostro vocabolario quotidiano da un lato ha visto l’aggiunta di nuovi termini (assembramento, lockdown, smart working, paziente zero, pandemia, asintomatico quarantena, curva epidemica o dei contagi), dall’altro ha ridato vigore a espressioni e domande note ma forse mai così al centro della nostra vita di ogni giorno (Chi porta fuori il cane? E la spazzatura? Cosa mangiamo oggi?). Senza scordare quanto siano cambiati l’uso dei mezzi di comunicazione e le dinamiche dialogico-relazionali all’interno dei vari nuclei familiari (dove, per esempio, il medium televisivo ha parzialmente perso il proprio ruolo individualizzante e frammentante, tornando invece a favorire quel senso di comunità, di rafforzamento della famiglia che lo contraddistingueva in origine). Perché – affermano i sociolinguisti – la lingua non va protetta sotto una campana di vetro, in questo modo si rischia di farla morire. Al contrario essa ha bisogno di confrontarsi con la società e le sue trasformazioni.

Comunicazione politica (fatta bene): “Dov’è finito il telecomando?”, “Presto, sintonizzati sul tg, c’è un’edizione straordinaria!”, “Vieni ad ascoltare il premier”. Ma Giuseppe Conte, il più delle volte, non ha nulla di nuovo da aggiungere a quanto già detto. Perché in situazioni così, mai vissute, tanto nuove quanto complicate, è molto difficile prendere decisioni. Il primo ministro lo sa, ma ci mette comunque la faccia, si fa vedere, parla continuamente agli italiani attraverso i media, fosse solo per fare il punto della situazione oppure un riepilogo di quanto accaduto, o ancora per lanciare un messaggio di speranza. Ecco la Politica con la P maiuscola: contribuisce al bene comune, infonde fiducia, si preoccupa di comuni-care (dall’inglese to care, prendersi cura).

Comunicazione politica (fatta male): Antonello Venditti cantava “Notte di lacrime e preghiere”. E di fuggi fuggi. Parliamo della notte tra il 7 e l’8 marzo 2020: quella dell’istituzione di una zona rossa in Lombardia e nelle limitrofe province emiliane, quella della paura liquida baumaniana, quella degli assalti ai supermercati, quella delle fughe di notizie e di persone, coi treni stracolmi di fuorisede desiderosi di raggiungere casa. Una notte caotica figlia dei molti interrogativi partoriti dalle lacune comunicative del governo: il decreto era in bozza e non ancora pubblicato. Quando sarebbe entrato in vigore? Subito? A mezzanotte? L’indomani? Domande allora inevase che hanno causato l’evasione di tanti dalla red zone. Perché in questi casi, se le istituzioni lasciano alla gente troppi margini interpretativi, ecco che si scatenano delle conseguenze incontrollabili. Sii sempre chiaro, evita ambiguità, espressioni oscure: è una delle massime conversazionali introdotte dal filosofo inglese Herbert Paul Grice negli anni Settanta del Novecento. Quasi mezzo secolo più tardi, speriamo di aver imparato la lezione, seppur a nostre spese.

E-learning e smart working: lavorare a distanza (da casa) può diventare alienante, come dimostrano i recenti sviluppi del coworking (la condivisione dell’ambiente di lavoro mantenendo un’attività indipendente). Di conseguenza, con buona pace dei profeti, non è detto che in futuro questi percorsi professionali sostituiscano in toto quelli face to face. Ma almeno il Covid ha velocizzato – in molte aziende, scuole, università – i processi di acquisizione e valorizzazione sia dell’apprendimento online sia del cosiddetto lavoro agile (o telelavoro). Processi finora imbrigliati in una perenne fase di stallo, ricca di buoni propositi ma povera di azioni concrete.

Prossemica: è l’analisi (tra le altre cose) dello spazio e delle distanze all’interno di un processo comunicativo. Pertanto si tratta – nell’ambito degli studi sulla comunicazione – di una delle branche maggiormente “contagiate” dal Coronavirus. Perché non possiamo sussurrare parole dolci nell’orecchio del nostro partner. E non possiamo nemmeno abbracciare un amico in difficoltà, comunicando il nostro affetto tramite il contatto corporeo. Il tempo, infatti, è superiore allo spazio, ma anche quest’ultimo ha la sua importanza, specie se influenza (pardon) e trasforma (come spesso accade) il nostro modo di interagire.

Fake news e post-truth: capita a tutti di leggere una notizia, soprattutto online, e di non esserne convinti. Poco importa: nell’era della post-verità, non conta il fatto che quella notizia sia vera o falsa, conta il fatto che quella notizia circoli, finendo per essere percepita e accettata come vera dalla gente sulla base di sensazioni ed emozioni, senza nessun’analisi né delle fonti né della veridicità dei fatti raccontati. Ma esistono news più serie di altre. Tali notizie – se infondate – possono diventare pericolose. Ecco perché controllare (sempre) è meglio che curare: c’è modo e modo di essere virali.

Allora meglio condividere lo sguardo lungimirante e le parole di Papa Francesco: «C’è gente che inizia a pensare al dopo, a cosa accadrà in seguito alla fine della pandemia. A tutti i problemi che arriveranno: drammi economici e psicologici, mancanza di lavoro e difficoltà di reinserimento, povertà, fame. Preghiamo per tutta la gente che aiuta oggi, ma pensa pure al domani di tutti noi». Perché non sappiamo se davvero andrà tutto bene, ma abbiamo bisogno di credere che andrà tutto bene.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italian