Riflettere sulla ripresa in una prospettiva di genere

La pandemia e il lavoro delle donne

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di Katia Furlotti*- L’emergenza sanitaria derivante dalla pandemia e i conseguenti dispositivi normativi di chiusura delle attività varati per contenere il rischio di contagio, hanno coinvolto l’intero sistema economico italiano, impattando sulla situazione occupazionale dei lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici. Le misure restrittive hanno investito in modo molto diverso i settori, in relazione al fatto che l’attività fosse ritenuta o meno necessaria e alla possibilità di poter o meno svolgere il lavoro in modalità remota, telelavoro o lavoro agile. Anche la cosiddetta “fase 2”, in cui le attività economiche hanno potuto gradualmente riprendere, presenta criticità occupazionali che rischiano di ripercuotersi negativamente sui lavoratori più giovani, e sulle donne in particolare. Il quadro di riferimento in materia di lavoro femminile delinea, infatti, una situazione ancora distante da una condizione di equilibrio sotto diversi profili: dai tassi occupazionali per i quali permane un divario di genere ancora elevato, alle tipologie contrattuali che nel caso del personale femminile si caratterizzano spesso per instabilità e incertezza, alle dinamiche salariali che vedono stipendi delle lavoratrici mediamente inferiori del 25% rispetto ai colleghi uomini in pari posizione, ai processi di carriera e di valorizzazione della professionalità ancora molto complessi per le donne. Anche la problematica di conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di vita familiare, che risulta interessare più di un terzo degli occupati soprattutto quando hanno responsabilità di cura nei confronti di figli, si riverbera in percentuale nettamente maggiore sulle figure femminili.

La situazione di emergenza generata dalla pandemia e le misure di contenimento che ne sono derivate, hanno pesantemente impattato sulla situazione lavorativa soprattutto femminile. Il periodo emergenziale, infatti, ha reso evidente il ruolo fondamentale svolto dalle lavoratrici donne, ampiamente coinvolte nelle attività indispensabili durante il periodo emergenziale: l’80% del personale sanitario è costituito da donne, impegnate, a vario titolo, in attività di cura, assistenza e pulizia nelle ambulanze, nei pronto soccorso, nei reparti e nelle rianimazioni; il 56% dei medici iscritti all’albo e il 77% del personale infermieristico sono donne così come un alto numero di lavoratrici è occupata nel settore del commercio alimentare. Le disposizioni varate per il contenimento del contagio hanno, d’altra parte, generato una transizione delle attività di assistenza e cura dall’economia retribuita a quella non retribuita, riportando in seno alle famiglie (e alle donne in particolare) quelle attività che erano affidate a lavoratrici esterne (baby sitter, badanti, collaboratrici), con il duplice effetto di lasciare molte donne impiegate in tali attività senza occupazione e caricando di ulteriori impegni (non retribuiti) le donne che hanno così dovuto riorganizzare i tempi della loro quotidianità dividendosi tra lavoro (spesso svolto da casa in smart-working, ma senza spazi adeguati per eseguirlo in serenità), cura della casa, gestione delle attività scolastiche e dei momenti di gioco dei figli e spesso assistenza ai familiari più anziani.

Anche la fase 2 e la graduale riapertura delle attività pone seri problemi alla sfida della parità di genere nel mondo del lavoro. È stato stimato che il 72% dei lavoratori tornati al lavoro il 4 maggio sono uomini, non ovviamente per imposizione normativa, ma come conseguenza delle tipologie di attività riaperte che impiegano prevalentemente lavoratori uomini, mentre le attività come la ristorazione, l’alberghiero o la vendita al dettaglio, più in difficoltà nella fase di ripresa, occupano prevalentemente personale giovane e femminile. Le donne, quindi, soprattutto le più giovani, rischiano di essere penalizzate sia nel breve che nel medio e lungo periodo dall’attuale crisi legata all’epidemia da coronavirus.

Inoltre, nelle fasi successive di ripresa complessiva delle attività, in ipotesi di convivenza, almeno temporanea, con le misure restrittive e di distanziamento, si renderà probabilmente necessario, in molte famiglie con entrambi i genitori lavoratori, dividere i compiti e, in alcuni casi, decidere chi dei due continuerà a lavorare e chi si occuperà della cura di figli, anziani e malati. In questo senso variabili economiche e organizzative inducono a pensare che molte donne non rientreranno o rientreranno a fatica, o con alcune rinunce, nel mondo del lavoro. Ad esempio, il fatto che le donne guadagnino in media meno rispetto agli uomini o che abbiano generalmente contratti part time o meno garantiti, espone il genere femminile a un maggior rischio di rinuncia o perdita del lavoro. Le donne si troveranno dunque a compiere scelte che riguardano, invece, l’intera società. Più in generale, occorre riflettere sui modelli su cui si basano le attuali forme di convivenza sociale, in un contesto in cui si ritiene naturale che le necessità di cura dei bambini e degli anziani possano essere soddisfatte dai cittadini, e soprattutto dalle donne, che forniscono in questo modo un enorme sostegno all’economia ufficiale. La pandemia, ha messo in luce quanto le condizioni lavorative, familiari e sociali siano interdipendenti e che l’attenzione posta alla condizione lavorativa femminile è imprescindibile per comprendere e riflettere sulla complementarietà e sull’integrazione tra politiche del lavoro e politiche sociali.

Diverse proposte possono essere pensate per incrementare e superare gli strumenti finora utilizzati per sostenere il welfare, attraverso iniziative rivolte soprattutto alle lavoratrici e articolate in strategie di lungo respiro e misure più di breve periodo. In un’ottica strategica, occorre pensare a misure che aiutino a ripartire con un approccio diverso e più attento agli equilibri di genere, attraverso, per esempio, l’introduzione della valutazione dell’impatto di genere nelle prassi delle fasi progettuali di qualsiasi iniziativa politica o nei processi di valutazione delle strategie e dei piani aziendali, anche mediante una certificazione di parità di genere per le imprese. In una prospettiva più ampia, è importante anche muoversi nella direzione di scardinare alcuni equilibri esistenti all’interno della famiglia che si riflettono pesantemente sulla condizione femminile nel mercato del lavoro. Nel breve periodo, invece, è importante intervenire per migliorare il sistema educativo, l’organizzazione del lavoro e il livello occupazionale delle lavoratrici madri. Vanno in questa direzione interventi per incrementare i servizi assistenziali, l’utilizzo degli asili nido, anche tramite iniziative in sinergia con i privati, le aziende, la micro‒imprenditoria femminile e il terzo settore.

Il corretto bilanciamento di genere in ambito lavorativo dovrebbe essere costantemente monitorato, anche attraverso strumenti specifici, come la definizione di protocolli di indagini statistiche sistematiche o lo sviluppo di osservatori che possono essere strumenti utili a governi e istituzioni per misurare il progresso verso la realizzazione dell’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne ed evitare che l’emergenza sanitaria, e le conseguenti difficoltà economiche e sociali, possano rallentare o arrestare, se non proprio far arretrare, il percorso verso la parità di genere sul quale aziende, istituzioni, governi e società si stanno muovendo.

Le prime fasi dell’epidemia hanno prepotentemente svelato come i destini individuali e collettivi siano profondamente legati, come a livello globale le popolazioni siano inevitabilmente connesse, come il futuro dell’umanità risenta e dipenda dal benessere del pianeta in cui vive. La consapevolezza che le scelte dei singoli si ripercuotono sul benessere collettivo deve spingere tutti - governi, istituzioni ma anche singole famiglie e individui - a considerare la condizione femminile e le scelte che le donne saranno chiamate a fare, non come una questione strettamente personale, ma come un tema di interesse comune, che riguarda e influenza la condizione di vita di tutti, comprese le generazioni future, di cui oggi si costruiscono le basi su cui poggerà il futuro: economico, sociale e culturale.

Occorre abbandonare le riflessioni dicotomiche così spesso sentite in questi mesi, nelle quali si sono affrontate le questioni quasi fossero antitetiche: salute o economia, casa o lavoro, e intraprendere, invece, un percorso di ripresa con una progettazione sistemica di ampio respiro: la modalità di riapertura delle scuole non può essere progettata senza considerare la dinamica del mondo del lavoro, così come il percorso di ripresa delle attività economiche non può prescindere dall’analisi delle condizioni sanitarie e di salute collettiva. È quanto mai necessario oggi una progettualità capace di riconoscere, cogliere e valorizzare la stretta sinergia fra fattori sociali, economici e politici.

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana