Il cigno nero del coronavirus e i cigni bianchi della ricostruzione

La fine di un mondo?

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di Alberto Ratti* - Nel 2007, appena prima che scoppiasse negli Usa la crisi dei mutui subprime, il matematico libanese Nassim Taleb pubblicò un saggio che ebbe molto successo in tutto il mondo: Il cigno nero. Come l’improbabile governa le nostre vite. In Italia il libro approdò nel 2009 grazie al Saggiatore: si trattava di un volume sul caso e sull’imprevedibilità e sul forte impatto che queste due variabili possono avere sulla vita delle persone, dei popoli, delle nazioni, spesso cieche e vulnerabili rispetto ad eventi totalmente inaspettati.

Il cigno nero del coronavirus
La “teoria del cigno nero”, quindi, permise di inquadrare la crisi economico-finanziaria del 2008/2009 in uno di questi eventi di portata epocale e imprevedibile, ma a distanza di anni sembra che la lezione di allora non sia stata imparata e metabolizzata. Non c’è dubbio che quanto avvenuto a partire da febbraio – il “cigno nero del coronavirus” – ci abbia trovati del tutto impreparati, non solo dal punto di vista sanitario.
Tutto il mondo, chi più chi meno, è stato colpito (o lo è ancora!) da questa tragedia e da questa pandemia trasversale. Rileggere oggi Taleb significa non soltanto guardare a quello che ci sta davanti, ma significa anche fare i conti con il passato, con le lezioni non apprese, con una incapacità di reazione e di cambiamento che hanno contrassegnato lo sviluppo economico e sociale degli ultimi 12/15 anni della nostra esistenza.
Già la crisi che colpì l’Europa negli anni 2009/2010 aveva richiesto uno sforzo e un ripensamento generale dei nostri modelli e dei nostri paradigmi; non ci furono allora, non possiamo permetterci non ci siano ora, dopo la crisi causata dal Covid-19. Pensare di riprendere la propria vita, le attività economico-sociali e la produzione come se niente fosse successo sarebbe ancora una volta da irresponsabili e ci farebbe ricadere fra qualche anno in una situazione simile se non addirittura peggiore.
Il mondo era malato ben prima che fossimo costretti a fermarci e a interrompere parzialmente le nostre attività, il nostro lavoro, i nostri impegni: sia da un punto di vista ambientale che da un punto di vista economico e sociale la strada che stavamo percorrendo era caratterizzata da forti disuguaglianze, diritti calpestati, intolleranze etniche e religiose, cambiamenti climatici e inquinamento senza controllo, un consumismo bulimico generatore di sprechi e abusi incalcolabili, una crescita fine a se stessa e senza limiti.

I cigni bianchi per ripartire
La brusca frenata di questi mesi e il rallentamento che ne è seguito hanno messo in mostra tutte le nostre fragilità, quelle false sicurezze su cui avevamo costruito le nostre vite e le nostre relazioni, i nostri progetti, la nostra avidità più meschina e disumana. Ora, il tempo e i mesi che ci stanno di fronte dovranno essere l’occasione per il nostro Paese e per l’Unione Europea per ripensare in maniera profonda e articolata il proprio sistema economico, il proprio modo di produrre e consumare beni, il proprio sistema di mobilità e trasporti, le proprie modalità di lavorare e di conciliare i tempi famiglia/lavoro.
La contrazione dell’economia che ci aspetta alla fine del 2020 è la più marcata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, superiore all’8% secondo la maggior parte delle stime.
Tutti gli Stati sono pronti a sostenere la domanda con denaro pubblico, così come accaduto anche dopo la crisi del 1929: il primo cigno bianco, quindi, sono gli interventi messi in campo da ciascun Governo per contrastare il calo della domanda e sostenere direttamente le famiglie più in difficoltà, gli imprenditori e i lavoratori più colpiti. Questo primo intervento, però, potrebbe non bastare a far decollare di nuovo il sistema. Il secondo cigno bianco necessario è quello degli investimenti da parte degli Stati. Come ricordava Keynes negli anni Trenta del secolo scorso, il reddito nazionale (Y) nella sua forma più semplice è il risultato della domanda (C = consumi) e degli investimenti (Y = C + I); la sua robustezza ed efficacia dipendono, inoltre, dal moltiplicatore (1/1-c, dove “c” è la propensione marginale al consumo).
Senza investimenti di medio/lungo periodo, tutte le immissioni di denaro nel sistema saranno controproducenti e inefficaci, e invece che sostenere la domanda si sosterranno solo i risparmi delle persone. Il nostro Paese ha l’occasione di poter finalmente svoltare pagina e lasciarsi alle spalle anni di promesse non mantenute, di riforme mai attuate, di processi di cambiamento mai cominciati.
Quanto sarà reso disponibile sia dallo Stato che dall’Unione Europea tramite gli strumenti attivati (dagli acquisti di titoli della Bce al piano Sure, dal Mes alla Bei, al Recovery Fund) dovrà essere incanalato verso investimenti che riguardino la scienza, l’innovazione, la tecnologia. Se negli anni Trenta la domanda venne sostenuta grazie soprattutto al settore edilizio e delle infrastrutture fisiche (come strade, ponti, dighe che davano lavoro a moltissime persone), oggi bisognerà anche pensare a investire in ricerca&sviluppo, in istruzione ed educazione (scuola e università), in sanità, in ambiente e sostenibilità, in digitalizzazione e semplificazione, in trasparenza e legalità, in produttività, nel mercato e nel costo del lavoro.
Abbiamo davvero l’occasione di poter sfruttare risorse ingenti per migliorare il nostro Paese e dare un segnale forte di speranza e condivisione alle Istituzioni europee; le risorse di cui l’Italia potrebbe disporre nei prossimi mesi (circa 173 miliardi di euro) non vanno sprecate in inutili e controproducenti “bandierine”, come quella della riduzione delle tasse, una soluzione di breve periodo che porta solo consensi elettorali e che non sarebbe vista di buon’occhio dai partner europei.
C’è bisogno di un piano e di una proposta di intervento organici, che gli Stati Generali dell’economia e le discussioni di questi giorni in seno alla maggioranza di Governo sembrano delineare all’orizzonte.

Il cambiamento è un processo sociale
La sfida è sicuramente ardua, i mesi che ci attendono complicati, ma è giunto il momento di affrontare i problemi strutturali, troppo spesso dimenticati dalla politica, perché complessi e richiedenti politiche lungimiranti. C’è bisogno di una visione di ampio respiro che veda coinvolte tutte le parti sociali e gli attori principali dell’economia, dell’industria, della scuola, dell’università.
I cambiamenti – quelli veri e duraturi – esigono responsabilità e moderazione, concertazione e condivisione. La gradualità – oltre alla prudenza e alla pazienza – è la giusta alleata dei veri riformatori, di coloro cioè che agiscono per il bene della realtà che amministrano e non per il proprio tornaconto personale.
Coinvolgere i “corpi intermedi” e le “formazioni sociali” (sindacati, associazioni di cittadini, associazioni professionali, cooperative, autonomie funzionali, organizzazioni non governative, fondazioni, etc…) è il compito che spetta a breve alla politica, affinché le soluzioni ai problemi siano trovate insieme e non ciascuno per conto suo. Occorre guardare al futuro, sebbene appaia molto incerto, con la speranza che la situazione possa migliorare e che questa sia un’occasione unica per il nostro Paese.
Si tratta di scegliere su quali “cigni bianchi” puntare, cercando di promuovere uno Stato limitato e nello stesso tempo abilitante, che promuova e incoraggi tutte quelle forme di azione collettiva, capaci di avere effetti pubblici moltiplicatori, attraverso la promozione di assetti istituzionali che indichino la strada, fissino delle regole da rispettare e che nello stesso tempo facilitino la nascita e la crescita dei corpi intermedi. Di una visione di questo genere abbiamo estremo bisogno per rilanciare e far ripartire l’Italia, rendendola un paese più moderno, sostenibile, giusto e solidale.
 

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana