I possibili effetti della pandemia sull’Università italiana

Il futuro non può essere on line

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di Andrea Dessardo* - Ovviamente neanche sul destino dell’Università dopo la sospensione delle lezioni in presenza a causa dell’epidemia da Covid-19 vi sono certezze: non si sa se esse riprenderanno regolarmente a ottobre, né il ruolo che giocheranno le piattaforme digitali; si dà per scontato che la didattica a distanza non sparirà del tutto e anzi sembra l’unico strumento per arginare la fuga dagli studi che si teme per il prossimo anno. La cesura nelle nostre abitudini cui il coronavirus ci ha costretto, questo è certo, avrà ricadute pesanti anche sull’Università, che saranno – e sono già, dal momento che già ho ricevuto alcuni questionari da colleghi ricercatori – oggetto di studi sia in campo pedagogico che sociologico, organizzativo, gestionale.

Intanto bisogna ricordare che non stiamo parlando di un settore marginale, dal momento che riguarda circa 1.720.000 studenti (dati del 2017-18) e 96.126 docenti, tra cui 13.185 professori ordinari, 20.784 associati, 12.601 ricercatori a tempo indeterminato e 7692 a tempo determinato; gli altri sono docenti a contratto o assegnisti di ricerca. Questo sistema, che produce circa trecentomila laureati ogni anno (nel 2017 erano 317.792), è cruciale per lo sviluppo e l’economia del paese, necessario per il ricambio nei settori più produttivi. Ma l’interruzione di questo servizio avrà ripercussioni anche su settori economici apparentemente estranei.

Innanzi tutto si teme che la crisi economica, che inevitabilmente seguirà questi mesi, potrà riflettersi in un calo delle immatricolazioni, se le famiglie non potranno farsi carico delle spese per l’istruzione dei figli; e ciò potrebbe ripercuotersi sulle assunzioni sia del personale docente che di quello amministrativo e ausiliario.

Ma si pensi anche al mercato degli affitti, che in molte città (Pisa, Padova, Pavia…) si regge in buona parte sugli studenti fuorisede, che potrebbero ragionevolmente decidere di rimanere a casa, e a tutte quelle attività economiche collegate alla presenza di studenti, come bar, mense, copisterie, che vedranno probabilmente crollare i loro affari. La sospensione dei convegni scientifici, che ogni anno spostano migliaia di persone in Italia e nel mondo, avrà pesanti ricadute sulla ricezione alberghiera, già in ginocchio per l’assenza di turisti, specie stranieri.

Nei tre mesi di lockdown sono rimasti chiusi, oltre alle aule, anche laboratori, biblioteche e archivi, risultando così pressoché impossibile il lavoro di ricerca. È proseguita invece, ovviamente on line, l’attività didattica: si intuisce come essa non possa sostituire perfettamente le lezioni in presenza, sia perché ogni vera educazione richiede che docenti e studenti possano interagire direttamente, sia perché non tutte le discipline possono essere spiegate solo a parole. Si pensi, per esempio, ai tirocini, che costituiscono una parte fondamentale di molti corsi di laurea.

Questo forzato divorzio tra ricerca e didattica, la cui interdipendenza è invece il fondamento dell’Università contemporanea secondo il modello di von Humboldt, ha di molto impoverito il senso della lezione universitaria, riducendola a qualcosa di terribilmente prossimo a un corso d’aggiornamento professionale, se non a un tutorial. Non si è trattato di una novità, in quanto in Italia già esistono ben undici atenei telematici, aperti tra il 2004 e il 2006 (nel 2013, saggiamente, la ministra Carrozza decretò l’impossibilità di aprirne di nuovi) e molti corsi, specie post lauream, erano già da anni erogati almeno parzialmente a distanza, ma questa congiuntura rischia di confermare la tendenza a svuotare la didattica universitaria del suo vitale legame con l’attività di ricerca. L’istruzione a distanza, sostenuta attivamente dalle istituzioni europee in nome del lifelong learning, non ci ha aiutato a colmare il ritardo con gli altri paesi (abbiamo un tasso di laureati del 27% della popolazione tra i 25 e 34 anni contro una media Ocse del 44%), e comunque tutti e undici gli atenei insieme contano meno di ottantamila studenti, in gran parte persone che già lavorano e che mirano semplicemente a progressioni di carriera.

Il panorama dell’Università italiana, del resto, era già in crisi da un bel pezzo, vittima di provvedimenti contraddittori che rivelano l’assenza di un’idea chiara di quale sistema accademico serva al paese: dalla riforma Berlinguer del 1999 che introdusse il 3+2 – causando una bolla di aumento delle immatricolazioni, ma anche moltiplicando esageratamente i corsi - alla riforma Gelmini (l. 240/2010), che con l’istituzione della figura del ricercatore a tempo determinato (di tipo A e di tipo B) ha istituzionalizzato il precariato e, con i costanti tagli, ha fatto perdere all’Università circa quindicimila docenti negli ultimi dieci anni.

Già la legge milleproroghe del 2019 aveva preventivato l’assunzione di 1607 nuovi ricercatori di tipo B, quelli cioè che, se in possesso dell’abilitazione scientifica, dopo tre anni di servizio possono venir confermati a tempo indeterminato come professori di seconda fascia; nelle more del cosiddetto “decreto Rilancio” post-Covid ci sarebbe una proroga dei termini per l’indizione dei concorsi (da aprile a ottobre) e soprattutto lo stanziamento di 200.000.000 di euro per l’assunzione di altri 3333, una misura che – se i soldi effettivamente ci saranno – dovrebbe contribuire alla stabilizzazione di una parte del variegato precariato universitario, già sul giro d’aria, ma oggi maggiormente minacciato dal rischio di un crollo delle immatricolazioni. Rischio che al momento non è possibile quantificare.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana