Anticipazioni della società del rischio globale?

#Distantimauniti

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di Andrea Casavecchia* - Strade vuote e case piene. Ci siamo dovuti rifugiare nelle nostre abitazioni per contrastare un’epidemia. #distantimauniti è diventato uno degli slogan - trend topic si dice ora - di maggiore successo nei giorni di quarantena. Abbiamo cercato di tenerci in contatto con amici e parenti sulle variegate piattaforme digitali. Lo smartworking è diventata un’esperienza lavorativa per molti (i più fortunati). Gli studenti vanno a scuola online e quando ritorneranno in classe ci saranno modalità e tempi diversi. Anche la partecipazione comunitaria alle celebrazioni religiose è stata sospesa per due mesi. Tutto il mondo delle nostre relazioni è stato colpito duramente, per arginare un’epidemia globale.
Viviamo un tempo di mezzo: la fase 2, nel quale ci è chiesto di limitare la nostra libertà di movimento e soprattutto di aggregazione. Quando è indispensabile, usciamo con una mascherina sul volto e i guanti a portata di mano e stiamo attenti a non passare troppo vicino a qualcun altro.
La distanza è una precauzione che entra nei nostri comportamenti e ci interroga sul futuro della nostra socialità. Come ha scritto il gesuita Andrea Vicini in un saggio intitolato “Vivere ai tempi del coronavirus”, pubblicato sulla rivista La Civiltà Cattolica e poi ripreso nel volume intitolato Covid-19: «La nostra maniera di agire è influenzata, modificata e regolata diversamente: è «al tempo» del virus. È il virus, con i suoi modi di contagio, che determina come interagiamo con familiari, colleghi di lavoro, vicini di casa e fedeli nelle celebrazioni religiose; come evitiamo di toccarci il viso, stringerci la mano e baciarci».

Come si convive con un rischio globale?
La rapida diffusione del coronavirus in tutto il mondo ci ha permesso di constatare con mano le conseguenze della società del rischio globale. La novità non è nella catastrofe che si è abbattuta. L’umanità ne ha vissute molte, noi occidentali ce ne eravamo dimenticati. Il tema del rischio globale coinvolge la nostra capacità di affrontare insieme quello che accade. Ne aveva parlato a suo tempo il sociologo Ulrich Beck per descrivere le conseguenze dei rischi ambientali, di crisi finanziarie ingovernabili o di pericoli del terrorismo internazionale. Viviamo in un mondo connesso tecnologicamente ed economicamente, che vive una “metamorfosi” ma privo di strutture politiche, sociali, privo di preparazione culturale a livello planetario per gestire quei rischi che tutti corrono e che – senza precauzioni – finiscono (e finiranno in futuro) per colpire in modo più forte i più deboli.

Questa pandemia ci immerge nella nuova realtà. Ora ne siamo tutti più consapevoli.
A volte però intervengono eventi, episodi che imprimono un’accelerazione, e ci colgono impreparati. Appena usciti dalla società sospesa a causa del lockdown: cautela è la parola che già inizia ad affacciarsi nel nostro futuro prossimo. Si affacciano alcune domande: quando potremo festeggiare con gli amici? Quando potremo tornare a vedere una partita o un concerto? Come moduliamo la nostra vita comune?
Se allarghiamo l’inquadratura ci iniziamo a chiedere quale tipo di società potrebbe aiutarci a sostenere i rischi globali? Le trasformazioni generalmente avvengono con lentezza.

Quali segnali emergono per un possibile futuro?
Nei giorni di quarantena, nel momento più tragico, alcuni ingredienti che si sono resi visibili durante l’emergenza. Forse ci offrono dei suggerimenti da cogliere per un possibile futuro da costruire. Se ne potrebbero evidenziare tre.

  1. Le istituzioni rimaste al fianco dei cittadini: gli ospedali e le scuole su tutte. Entrambe con le loro debolezze strutturali hanno continuato ad assistere i malati e gli studenti. Ci hanno insegnato il valore del personale sanitario e la fantasia dei docenti che si sono rinventati il loro mestiere. Abbiamo imparato che lo “Stato”, che funziona, non è anonimo è fatto da persone che vivono con responsabilità il loro lavoro. Forse, oltre a snellire le strutture, dovremmo puntare sulla qualità delle persone e della loro professionalità, dotarle di tecnologie e strutture adeguate e valorizzarle di conseguenza.
  2. L’inattesa domanda di spiritualità: quando sono state sospese le messe e le altre celebrazioni la paura dell’oblio della religiosità era nell’aria in una società sempre più indifferente. Invece sono apparsi tanti segnali di risveglio: parrocchie per avvicinarsi ai fedeli almeno per far vedere la messa, hanno aperto canali Youtube, si impegnano in dirette Facebook, alcune associazioni e gruppi si attivano per incontrarsi su Zoom o su Duo. Questi spazi e appuntamenti sono seguiti, non cadono nel vuoto. Per non considerare i milioni di telespettatori che hanno partecipato alla grande preghiera di Papa Francesco del 27 marzo nella piazza San Pietro deserta e a tante altre iniziative. Ma oltre ai numeri ci sono state le prechiere nelle famiglie, il dolore per non aver salutato per l’ultima volta i propri cari, la fatica di continuare il proprio lavoro nella sofferenza, le domande sull’esistenza di Dio
  3. La comunicazione servizio e socialità. Il tempo di isolamento ci ha mostrato il valore dell’informazione veicolata dai media nuovi e antichi. Allo stesso tempo la comunicazione con le sue piattaforme interattive è diventata strumento per curare la nostra socialità, per lavorare, per arricchire la nostra formazione. Ci siamo accorti che c’è bisogno di infrastrutture adeguate per supportare le connessioni, se non vogliamo rimanere indietro, ma c’è anche bisogno di maggiore sapienza per saper abitare questi spazi e riconoscere il vero dal falso.

Ci sono infine due valori che forse stiamo imparando ad apprezzare che ci potranno accompagnare in questa società del rischio globale.

L’opportunità di essere liberi. Quello che ci è più mancato e ci mancherà ancora un po’ è la possibiltà di muoverci, di incontrare gli altri. Ci è stato chiesto il “confinamento” per non estendere il contagio e con responsabilità abbiamo risposto. Ma è stata dura. E per molti sarà ancora dura. A partire dai bambini, gli adolescenti e i giovani che per un periodo così lungo sono privati della vita sociale in una fase importante della loro crescita.

La forza della fraternità. Scrive padre Antonio Spadaro nella Presentazione di Covid-19: «Tra le cose che emergono con chiarezza è la scoperta della fratellanza. L’essere fratelli non è un’idea: è un dato di fatto. Il virus paradossalmente ce lo dimostra perché non conosce né frontiere, né muri. Non c’è strategia per il futuro che funzioni senza considerare l’umanità, e non solamente il singolo popolo, il singolo Stato o la singola regione. Siamo tutti connessi».

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana