Cosa abbiamo imparato e quali nodi restano da sciogliere

Covid-19 tra Costituzione e sussidiarietà

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di Paolo Rametta* - La sfida del Covid-19 ha certamente messo alla prova il funzionamento del nostro sistema costituzionale nel suo complesso, uno stress-test unico per intensità e repentinità, oltre che per la assoluta originalità del pericolo da affrontare.
Una volta terminata la fase emergenziale sarà necessario riflettere su ciò che ha funzionato e sui punti critici emersi nella gestione di questa situazione senza precedenti.
Occorre una riflessione il più possibile svolta con metodo condiviso, non solo tra le forze politiche, ma anche tra tutte le formazioni sociali.

È il momento che tutti si prenda coscienza che il funzionamento della macchina dello Stato non è “roba da tecnici”, ma un tema ineludibile che ha ripercussioni immediate sui diritti di tutti e sul benessere delle comunità.
Mai come ora ci rendiamo conto di quanto il sistema di welfare sia fragile, e di come i diritti di libertà siano inestricabilmente connessi a quelli sociali; entrambi necessitano di una continua “manutenzione”, come argini pronti per le successive piene dei fiumi. Manutenzione significa naturalmente mantenere un adeguato livello di finanziamento ma anche impostare un ragionamento strategico sullo svolgersi dinamico dei processi decisionali e sulla loro attuazione, anzitutto nell’ambito sanitario, ma anche in quello della sicurezza e della assistenza sociale.

Due lezioni probabilmente già emerse e di cui fare tesoro sono quindi: la necessità di un confronto politico improntato a un dialogo reale sul futuro del Paese, senza contrapposizioni strumentali, e la necessità di un’ottica lungimirante nella gestione delle risorse dedicate ai diritti sociali.
Meno semplice risulta orientarsi su altri aspetti, cioè i nodi del reciproco rapportarsi delle varie articolazioni della Repubblica, tra Stato, regioni ed enti locali, ma anche la questione del rapporto tra Governo e Parlamento e tra Repubblica ed enti non pubblici, come il Terzo settore.

Da più parti è stata affermata la necessità che il Parlamento, perno della nostra Repubblica e luogo dove i cittadini sono primariamente rappresentati, veda riaffermato il proprio ruolo non solo di decisore primario ma soprattutto come luogo di dibattito, il che implica un legame informativo privilegiato con il Governo.
L’acceso confronto sull’utilizzo di decreti del Presidente del Consiglio autorizzati da un decreto-legge convertito (con modificazioni) dal Parlamento e da un altro decreto-legge ancora in fase di conversione, fa emergere la tensione tra la necessità di risposte rapide all’emergenza - che spinge l’asse decisionale verso il Governo - e quelle di preservare la centralità del Parlamento, soprattutto quando sono in gioco la temporanea compressione di diritti fondamentali (quali quello della libertà di circolazione, ma anche quello della libertà di culto e di riunione).

Analoga tensione si è presentata nei rapporti tra il livello statale e quello delle regioni e degli enti locali. L’approccio iniziale di dialogo, seppure consultivo (e quindi non vincolante), intrapreso dal Governo con le regioni nella stesura dei Dpcm è stato per un verso criticato da chi ritiene che lo Stato centrale debba e possa agire autonomamente in questi casi (in forza dell’art.117 della Costituzione), ma anche da chi, soprattutto più recentemente, ritiene che alle regioni debba essere lasciato un margine decisionale più ampio, soprattutto in vista di riaperture diversificate tra le varie zone d’Italia. A questo si sono aggiunte “contro-misure” adottate da enti locali che ritenevano eccessivamente permissive determinate ordinanze regionali.

Infine, la gestione della risposta alla crisi sanitaria sembra aver messo in luce, insieme alla ricchezza del tessuto del volontariato, che si è rivelato indubbiamente fondamentale e irrinunciabile dall’inizio dell’emergenza, anche la necessità di considerare il rapporto tra Stato ed enti del Terzo settore, nella c.d. sussidiarietà orizzontale, non come alibi per lo Stato di delegare e disinteressarsi di interi settori strategici nelle fasi di emergenza e di normalità, ma come snodo fondamentale che necessita una supervisione e una programmazione di massima probabilmente da migliorare.

Tenere insieme il Paese in vista del periodo difficile che ci aspetta richiede quindi una attenzione condivisa a questi snodi.
La risposta dovrà essere, come sempre, complessa e necessariamente dinamica.
Quello che non può mancare è un dialogo fertile e fecondo; la crisi economica che ci apprestiamo ad affrontare richiederà ancora maggiore unità, lungimiranza e visione.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana