Le misure economiche della UE per contrastare la crisi da Covid-19

Che sia la volta buona?

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di Alberto Ratti* - Il Consiglio Europeo di ieri pomeriggio ha finalmente dato il via libera al cosiddetto Recovery Fund, un vero e proprio fondo comune attraverso cui la Commissione Europea potrà andare sui mercati finanziari e raccogliere fino a 1000 miliardi di euro, garantiti da un bilancio europeo 2021-2027 ingigantito e rafforzato da nuove contribuzioni e garanzie da parte degli Stati membri. I fondi così sommati potranno poi essere destinati da parte della Commissione ai Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia di Covid-19.
Entro il 6 maggio la Commissione dovrà esporre il suo piano e dare gambe a provvedimenti quanto mai necessari. Le Istituzioni europee più importanti (Consiglio Europeo, Commissione, Parlamento) hanno finalmente lavorato di squadra e indicato la direzione da seguire. Bisognerà aspettare ancora qualche settimana per capire in maniera dettagliata le caratteristiche del Recovery fund (che tipo di prestiti saranno in particolare), ma nelle intenzioni di tutti vorrebbero essere a lunghissima scadenza, a tassi molto ridotti, da restituire in là nel tempo; una parte di questi fondi, poi, potrebbero essere a fondo perduto e questo gioverà sicuramente alle economie più in difficoltà, come quella italiana. Le trattative fra i vari Capi di Stato e Primi Ministri possiamo dire abbiano avuto uno sbocco positivo e benaugurante: possiamo certamente parlare di un passo in avanti dell’Europa rispetto alle discussioni delle scorse settimane, anche se con ogni probabilità le nuove misure non dovrebbero prevedere una vera e propria mutualizzazione del debito; l’Italia, insieme ad altri Paesi, potrà comunque ricevere risorse e nuovi aiuti grazie a forme di indebitamento comune che non coinvolgeranno stock del passato, ma che riguarderanno – e non è poco – la ripresa e la “ricostruzione” post-Corona Virus.

Insieme al Recovery funds, l’Unione Europea e la Bce hanno messo in campo nelle scorse settimane una serie di provvedimenti e pacchetti di aiuti che, se sommati tutti assieme (Recovery compreso), dovrebbero raggiungere la cifra monstre di 2200 miliardi di euro, oltre a quanto già i singoli Stati membri hanno attivato per conto loro. Una potenza di fuoco senza precedenti per una crisi e uno shock mai vissuti prima.
Lo abbiamo sentito affermare spesso nell’ultimo mese: o l’UE cambia registro e diventa davvero più unita e solidale con tutti, oppure il progetto europeo rischia di naufragare e morire.
I tre provvedimenti più importanti sono il Mes, il Sure e il piano della Bei, la banca europea per gli investimenti. Il più conosciuto di questi è il famigerato Mes (meccanismo europeo di stabilità) che a differenza del Recovery Fund potrebbe servire per fronteggiare la crisi nell’immediato e non nel lungo periodo.
Rispetto al 2012, molto è cambiato del Fondo Salva Stati di allora: si tratterebbe ora di 36 miliardi di euro per l’Italia da poter spendere per il comparto della sanità, senza condizioni stringenti o obblighi insostenibili, ma nell’attesa di comprendere meglio quale scadenza potrebbe avere questo tipo di prestito.
È necessario andare oltre i propri pregiudizi e i propri preconcetti, oltre le proprie bandiere ideologiche: sarebbe irresponsabile non utilizzare del denaro che per essere concesso non ha più bisogno di memorandum o clausole mortifere e di austerità.

Accanto al Mes, poi, la Commissione Europea ha varato il cosiddetto piano Sure, uno strumento contro la disoccupazione garantito da tutti gli Stati membri e che dovrebbe raccogliere fino a 100 miliardi di euro sul mercato per sostenere così le varie misure nazionali di ammortizzatori sociali, per far respirare le imprese e il sistema produttivo, in modo che non soccomba di fronte alle chiusure di queste settimane di lockdown. “Attraverso Sure – ha detto la presidente della Commissione Von del Leyen – introduciamo il concetto di short-time work che permetterà alle persone di mantenere la propria occupazione, alle aziende di sopravvivere in mancanza di domanda e di ripartire con più forza quando la crisi sarà finita”.
Infine, la Bei (Banca europea per gli investimenti) potrebbe far arrivare alle imprese altri 200 miliardi di euro, sotto forma di prestiti: questo avverrà attraverso l’attivazione di un Fondo di garanzia dei paesi europei di circa 25 miliardi che permetterà poi alla Banca di reperire ulteriori fondi sui mercati così da finanziare progetti di investimento di imprese ed enti locali.

Non ultima, la BCE si sta muovendo sempre con l’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi nel mercato europeo. Per ottenere questo obiettivo la BCE può reagire alle crisi economiche immettendo liquidità all’interno del sistema – aiutando in primis le banche e poi il sistema produttivo – e riducendo così i tassi di interesse e promuovendo una serie di benefici indiretti a sostegno del rilancio dell’economia.
A marzo, correggendo il tiro dopo le prime gaffe della nuova presidente Lagarde, la BCE ha annunciato un nuovo programma di acquisto di titoli per 750 miliardi di euro, in aggiunta ad un altro pacchetto di acquisti della cifra di 120 miliardi di euro. Attraverso l’acquisto dei titoli di Stato la BCE può contenere i loro tassi di rendimento e in ultima analisi tenere basso lo spread, permettendo così ai Paesi di finanziarsi sul mercato a tassi più bassi.

Possiamo sbilanciarci dicendo che grazie alla riunione del Consiglio Europeo di giovedì pomeriggio il giudizio complessivo sulle manovre e i provvedimenti è finalmente positivo: vi è lo spiraglio per l’approvazione e la concretizzazione di misure urgenti in chiave solidaristica che potranno servire per affrontare in maniera condivisa e forte la crisi innestata dal propagarsi del Corona Virus.
È un passaggio storico fondamentale per tutta l’Unione Europea e oggi più che mai serve condivisione, concordia e unità d’intenti: solo insieme ci si potrà risollevare e solo insieme si potrà tornare ad essere un continente ricco di solidarietà e di fraternità, così come pensato e pervicacemente voluto dai nostri padri fondatori. Non possiamo dimenticarci, come disse Robert Schuman, che “l'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Un futuro solidale e unito è nelle nostre mani: mettiamo da parte egoismi e chiusure nazionalistiche, non sprechiamo anche questa occasione. Forse, non ne torneranno altre.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana