Più misure alternative, differimento pena, investimenti in personale e tecnologie

Carceri e Covid-19

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di Sara Martini* - «Domani farò il mio primo esame a Dogaia a distanza». Mi scrive così la sera di domenica 19 aprile un’amica, Sara come me, con cui per anni ho condiviso l’esperienza di accompagnamento e supporto allo studio per i detenuti della casa circondariale di Prato iscritti all’Università degli Studi di Firenze. Oggi lei è delegata della Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Firenze per il PUP (Polo universitario penitenziario): in queste settimane – mi racconta – insegnanti, operatori e volontari hanno enormi difficoltà ad entrare in carcere e gran parte delle attività si sono fermate. Ma, come spesso accade, tempo di crisi è anche tempo di opportunità. Emergenza chiama creatività. «Così per la prima volta siamo riusciti a mettere in piedi un esame universitario in videoconferenza per uno studente detenuto in regime di alta sicurezza: un trenta e lode meritatissimo in Sistemi giuridici comparati», precisa sempre Sara. «E ora – continua – si pensa di condividere con gli studenti universitari ristretti le videolezioni che stiamo realizzando in tutte le materie di studio». Una vera e propria rivoluzione per il carcere, se pensiamo che nella gran parte dei casi chi è iscritto ad un corso di laurea non può comunque accedere alle risorse messe online dagli atenei. Parto da qui non a caso per parlare di Carceri e Covid-19. Da una storia vera, si direbbe. Per dare voce a un fatto concreto che non sale alla ribalta della cronaca ma porta un barlume di luce nel grigio quotidiano di una prigione di provincia.

Alla fine di febbraio, la popolazione ristretta in Italia contava 61.230 persone, a fronte di 50.931 posti disponibili nelle carceri, con un tasso di sovraffollamento del 120%. L’invisibile devastante Covid-19 arriva così a gravare una situazione già da tempo esplosiva. Il Coronavirus rende ancora più drammatico il problema storico e irrisolto dei nostri istituti penitenziari. Impossibile anche solo immaginare e per di più mettere in atto in questo contesto – spazi angusti, contatti stretti, scambi di patologie e infezioni – quelle che, come ossessivamente ci viene ripetuto, costituiscono le uniche vere contromisure per arginare il contagio: distanze, igiene personale, sanificazione degli ambienti.

Ci siamo d’improvviso scoperti fragili e vulnerabili. Lo siamo certamente tutti. Ma non possiamo ignorare che ci sono fragilità e fragilità. La vulnerabilità è una condizione strutturale del detenuto. Figuriamoci in tempo di pandemia, senza poter operare il distanziamento praticato dagli uomini liberi e senza avere, d’altro canto, la libertà della connessione digitale e dei contatti almeno virtuali con i propri cari. E così, nei primi giorni di marzo, mentre il virus accelerava la sua corsa nelle nostre città, in numerose carceri sono scoppiate proteste, talvolta anche molto violente. Di pari passo poi con il lockdown generale, sono arrivate anche le misure per il carcere, introdotte dagli articoli 123 e 124 del D.l. n. 18/2020, il cosiddetto decreto Cura Italia. Tra queste, in particolare, la previsione per i condannati fino a 18 mesi, pur con esclusioni per un numero considerevole di categorie di reati e condannati, di scontare la pena in detenzione domiciliare (art. 123). Mentre l’art. 124 stabilisce che, «licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà in deroga all’art. 52 ord. penit., possano durare fino al 30 giugno 2020». Così, al 31 marzo i detenuti presenti in carcere erano 57.846, 3.384 in meno rispetto alla fine di febbraio. Si tratta – come riportato dai dati messi a disposizione del Ministero della Giustizia lo scorso 10 aprile – di un calo delle presenze complessivo del 5,5% della popolazione detenuta in Italia, con disomogeneità evidenti tra regione e regione. Tra i dati che sorprendono, il calo limitato dei detenuti in semilibertà, che sono passati da 1.097 a 884 nel periodo considerato nonostante l’art. 124 del decreto Cura Italia paresse dover quasi azzerare la loro presenza negli istituti, per evitare il loro reingresso quotidiano in carcere.

Le misure adottate sono considerate da più parti troppo timide per lo scopo che si erano prefissate: riportare la popolazione detenuta nei limiti della capienza ordinaria dei nostri penitenziari e ridurre così il rischio di una tragica emergenza sanitaria. Si tratta di risposte apprezzabili ma al momento insufficienti. Lo riportano associazioni, giuristi e operatori. Lo afferma in un parere approvato a maggioranza a fine marzo il Consiglio superiore della Magistratura. Lo denuncia con un comunicato il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute.

Sarebbe opportuno attuare provvedimenti per accelerare l’accesso alle misure alternative, limitare il flusso in ingresso nelle carceri magari differendo almeno fino a fine emergenza l’emissione degli ordini di esecuzione delle condanne fino a quattro anni. È urgente investire in nuovo personale medico socio-sanitario e penitenziario e potenziare l’utilizzo di strumenti telematici per una maggiore comunicazione a distanza tra detenuti e familiari. Con la consapevolezza che ancora una volta i provvedimenti adottati per la popolazione penitenziaria interessano la società tutta. A partire da coloro che hanno un contatto quotidiano con la realtà delle nostre carceri. Questo tempo ci conduce a sentirci parte della stessa umanità: solo uniti e solidali potremo superare il virus che isola e distanzia. La reclusione forzata che stiamo tutti vivendo ci porta a condividere, pur in minima parte, la condizione dei detenuti, talvolta reclusi a vita. Ecco che risuonano con forza alcuni passaggi delle meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo 2020: papa Francesco ha voluto dar voce ai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova e a persone la cui vita a diverso titolo ruota attorno all’istituto di pena. «In quella non-vita ho sempre cercato un qualcosa che fosse vita: è strano a dirsi, ma il carcere è stato la mia salvezza». E ancora, «il carcere continua a seppellire uomini vivi» ma «tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità». Anche in tempi e in luoghi ristretti, tutto passa dalla relazione perché l’altro non diventi alieno e il mondo esterno estraneo.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana