La Giornata di digiuno e di preghiera per l’umanità colpita dalla pandemia

Attraversare l’imprevisto

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di Gianluca Zurra* - Il 14 maggio i cristiani si uniranno alla giornata di digiuno e di preghiera a Dio Creatore per l’umanità colpita dalla pandemia. L’iniziativa, alla quale ha aderito papa Francesco, è stata promossa dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana.
Può essere un’occasione per riscoprire il digiuno e la preghiera come due esperienze umane fondamentali, in grado di riconsegnare all’uomo la sua originaria apertura fiduciosa sulla realtà, soprattutto in tempi di smarrimento e di sofferenza.
La vita, infatti, porta con sé una promessa, che sostiene il nostro desiderio buono di stare al mondo, di affrontare il giorno che verrà, di cercare verità e giustizia negli affetti quotidiani. Ma è anche sempre drammatica, faticosa, messa alla prova dai fallimenti, dalla sofferenza, da un male che spesso ci sovrasta e ci devasta. È l’esperienza dell’imprevisto, dell’incontrollabile, non solo a proposito di ciò che accade attorno a noi, ma anche in noi, nella nostra interiorità. Forse è questo ciò che la pandemia ha riportato a galla: non siamo onnipotenti, non abbiamo tutto sotto controllo, siamo fragili! È per tale motivo che l’uomo, di ogni cultura, vive di fiducia verso la vita, imparando che la speranza in grado di sostenere l’esistenza non si alimenta con la magia, né con l’illusione di avere tutto nelle proprie mani, ma attraversando l’imprevisto nell’apertura coraggiosa ad un Altro a cui ci si affida, coinvolgendo in questo atto credente la propria responsabile libertà.
La tentazione più grande, in fin dei conti, è voler saturare al più presto ciò che non è controllabile, rinunciando a quella dimensione di fiducia che ci segna dall’origine e che sola può diventare motore di impegno e di rinascita, anche nei momenti più difficili.
Le religioni, dando voce all’esperienza umana del digiuno e della preghiera, tengono in vita l’apertura fiduciosa dell’uomo all’inedito, all’imprevisto. Il digiuno non mortifica il cibo, ma ricorda che ci si sazia non quando ci si satura, ma quando si fa spazio all’altro e si condivide con il fratello ciò che serve per vivere. La preghiera, a sua volta, non ha nulla da spartire con una visione magica della realtà, ma richiama la capacità dell’uomo di invocare, di andare oltre sé, come educazione del cuore alla vigilanza, a quella forza interiore che rimette in movimento le nostre migliori capacità, soprattutto quando siamo tentati, anche a ragione, di soccombere di fronte alle prove della vita.
Per la tradizione ebraico-cristiana questo mondo rimane la buona creazione di Dio; non va verso l’annullamento, ma verso la promessa che, nonostante tutte le smentite, può essere abitato, custodito, coltivato fin da ora, in vista del giorno che verrà. La fede di e in Gesù non risolve, non chiude nulla, ma a sua volta apre, rivela Dio, l’Altro, come Padre affidabile, permettendo alla nostra fiducia di risultare fondata, credibile, ben riposta, in comunione con tutta l’umanità e come contributo a favore di ogni creatura.
La giornata del 14 maggio, dunque, sarà l’occasione per sentirci uniti, tramite il digiuno e la preghiera, nel riconoscere la fragilità non come una minaccia, ma come sorgente di guarigione e di solidarietà. Sarà un giorno per riscoprire la spiritualità non come una sovrastruttura ideologica, né come una consolazione a buon mercato, ma come la risorsa interiore che ci abita da sempre, che ci rende attivi e capaci di camminare in avanti.
Ebbene sì! La fede è quella riserva di speranza, libera, fresca, umanizzante, che seppur come filo esile e al tempo stesso come corda resistente per chiunque vi si aggrappi, è in grado di tenerci in vita, custodendo dall’imbruttimento del male questa fragile straordinaria umanità di cui tutti facciamo parte e che oggi più che mai è chiamata ad attraversare l’imprevisto come tempo fecondo, senza lasciare allo smarrimento l’ultima parola.

*Assistente centrale del Settore Giovani dell’Azione Cattolica Italiana