La festa del 25 aprile e l’importanza della memoria

Ricordo dunque sono

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L’anniversario della liberazione d’Italia dal nazifascismo è occasione per riflettere sull’importanza della memoria. Sul tema, vi proponiamo un estratto dall’editoriale al n. 1-2019 di «Dialoghi» - il trimestrale culturale promosso dell’Ac -, scritto dalla direttrice della rivista Pina De Simone. Siamo convinti che la necessità di ricordare è un tutt'uno con la capacità di essere e di sperare, di pensare il presente e preparare il futuro.

Che posto ha nell’esperienza umana la memoria? Se consideriamo il modo di vivere diffuso ai nostri giorni, sembra di poter dire che oscilliamo paurosamente tra un ricordo che si fa rancore o nostalgia e un presentismo senza respiro e senza orizzonte. Immersi nel tempo, ne subiamo il peso, oppure pretendiamo di afferrarlo per fermarne il corso, azzerarne il divenire.

Una dilagante assenza di memoria
Eppure il tempo ci attraversa, ci plasma. Quanto accade intorno a noi non ci lascia indifferenti ed è dentro il tempo che diveniamo ciò che siamo. Un tempo fatto di relazioni, come tutto ciò che appartiene all’umano. Sono queste relazioni che, in fondo, ci spaventano. La relazione al passato da cui veniamo, e la relazione a un futuro, che non ancora vediamo, ma verso cui ci avvertiamo protesi. Gestire queste relazioni, prenderne coscienza, non è affatto semplice. Non lo è nella propria vita personale, e meno che mai nella vita comune. Molto più semplice è pensare che tutto cominci con noi, che tutto si possa creare e ricreare a proprio piacimento, che non ci sia una realtà che ci è consegnata e che ci viene incontro, che non ci sia una verità da riconoscere ma unica­mente un’opinione da affermare, un punto di vista da far valere.
I fili della dilagante assenza di memoria sono molteplici e sembrano tessere, nel loro reciproco richiamarsi e intrecciarsi, una trama così fitta da non poter più scorgere il punto d’avvio o il principio di soluzione. Potremmo parlare delle attese deluse, delle promesse mancate, oppure delle paure che spingono a rifugiarsi in nicchie di significato di volta in volta costruite, a chiudersi in stereotipi utili per leggere e inscatolare una realtà che ci sfugge. Potremmo parlare dell’assenza di mediazione, del rifiuto del confronto – non importa se tra generazioni, tra cittadini o tra culture –, potremmo parlare dell’omologazione forzata di ogni diversità di prospettiva, o dell’immediatezza di ogni affermazione sottratta alla fatica dello studio e dell’acquisizione di competenza, alla verifica delle fonti, al rapporto con i dati. Frammenti di un significato cercato nell’assenza di senso.
Il venir meno della memoria non ha però soltanto a che fare con le promesse mancate o deluse, ma anche, e ancor di più, con le illusioni che alimentano, potenti e pervasive, il modo di vivere e di pensare di questo strano tempo che viviamo. Le illusioni non sono speranza. Sono la disperazione che prende voce. Una costruzione fragile, che sa di esserlo, e per questo si veste di forza e talvolta, addirittura, di violenza. L’idea che si possa trovare una soluzione ai problemi, subito. Che le risposte siano a portata di mano e per tutti. L’idea che non ci sia bisogno di un tempo, di processi lunghi, di faticosi confronti. L’idea che al passato ci si debba rivolgere solo per negarlo e che il futuro sia qui, senza debiti di alcun genere, senza vincoli o limiti. Tutto subito e per tutti. Salvo poi scoprire che in quel “per tutti” c’è il potere di alcuni e che nel sapere di tutti, che non ha bisogno di competenze, c’è il controllo di pochi.
Senza memoria ci si può forse sentire illimitatamente aperti a possibilità impensabili e impensate, ma non si può veramente costruire il futuro. Ogni proiezione in avanti acquista l’amaro retrogusto di un’illusione destinata a naufragare.

Nella memoria i legami
Il fatto è che la nostra vita è fatta di legami e che non possiamo ridurli a una dimensione orizzontale e narcisistica. E i legami si dispiegano nel tempo disegnando il nostro volto, dando forza alle nostre mani, imprimendo slancio e solidità ai nostri passi, allargando il nostro sguardo. Saranno forse limitanti, ma lo sono come le radici che impediscono a un albero di fluttuare nel vento e lo fanno svettare verso l’alto. Siamo dentro un tempo che non dipende unicamente da noi, dentro una realtà che ci precede e ci supera, dentro una storia che ci vede protagonisti, ma insieme a molti altri il cui volto occorre imparare a riconoscere.
L’assenza di memoria ci rende forse più leggeri e, almeno apparentemente, più audaci, ma sicuramente più fragili, con il rischio di diventare inconsistenti.
È quello che accade quando si pensa di non dover dire grazie a nessuno.
La memoria va di pari passo con la gratitudine, con la capacità, tutta da ritrovare, di saper dire grazie. Perché chi si guarda indietro con sguardo veramente libero non ha solo da rivendicare o da accusare, ma ha prima di tutto da ringraziare. Potranno esserci errori e limiti nell’operato di chi ci ha preceduto, potranno esserci sviste o addirittura colpe, ma c’è sicuramente una fatica, la fatica del vivere, e c’è un lavoro, quello quotidiano e comune del costruire, a diverso livello, questo mondo: una fatica e un lavoro che hanno bisogno di essere riconosciuti, ascoltati, assunti. È da lì che bisogna ripartire, da questa trama di relazioni che la memoria ci aiuta a recuperare, a custodire, a capire.
Non è un caso che la nostra fede sia nel «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», nel Dio di Gesù Cristo che «molte volte e diver­si modi» ha parlato, un Dio che nel tempo si è fatto incontro, che dentro il tempo, nella trama di una storia che ci precede e ci comprende, ci chiama alla comunione con Lui, che è pienezza e sorgente di relazione. La nostra fede, come la nostra umanità, sono fatte di memoria. Una memoria feconda, principio di gratitudine e di autentica libertà, motivo profondo di un’assunzione di responsabilità che rifugge l’illusione e ha il respiro della speranza. Solo la memoria può guidare veramente i nostri passi spingendo avanti il nostro cercare, solo la memoria può rendere avvedute le scelte e ponderate le decisioni, solo la memoria può tenere accesa la fiducia oltre il fuoco di paglia, rapido e fugace, dei pronunciamenti ideologici. La memoria ci fa essere. Ci fa essere quello che siamo, ma anche quello che possiamo e a cui aspiriamo. La memoria è principio ineludibile del futuro da costruire e da attendere, dell’orizzonte di senso entro cui ci muoviamo. È luce che illumina il termine ultimo del nostro tendere ossia il fine per cui siamo e che traspare dal nostro cercare. (…).