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Michela è stata socia e responsabile di Ac. Vi proponiamo un ricordo e un commento sulla sua vicenda umana e associativa

Ricordando Michela Murgia

Si terranno oggi alle 15.30 nella Basilica romana di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti, i funerali di Michela Murgia, morta a 51 anni per le conseguenze di un carcinoma renale al quarto stadio di cui aveva rivelato l’esistenza lo scorso maggio in una toccante intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera. Michela è stata tante cose durante la sua vita vissuta in pienezza: blogger, scrittrice, teologa, opinionista, attivista dei diritti civili, politica, critica letteraria, e prima – come amava ricordare – impiegata di un call center e insegnante di religione nelle scuole medie.
Michela è stata anche socia di Azione Cattolica, sino a ricoprire nei primi anni di questo millennio il ruolo di incaricata regionale giovani nella sua amata Sardegna. Un passato che non ha mai negato: “Sono sempre stata convinta che l’educazione cattolica abbia ancora un ruolo fondamentale nel fornire chiavi di lettura al nostro mondo, e anche quando crescendo molti abbandonano le convinzioni di fede o quando non le hanno mai avute, quell’imprinting culturale non viene meno, anzi continua a condizionare il nostro stare insieme da uomini e donne con tanta più efficacia quanto meno viene compreso e criticato” (da Ave Mary. E la chiesa inventò la donna).
Molti in associazione la ricordano con affetto e ammirazione per la sua fede intelligente e non hanno mai dimenticato il suo impegno e la sua passione associativa. Tutti ci uniamo nell’esprimere vivo cordoglio e vicinanza nella preghiera ai suoi cari. La Speranza ci assicura che Michela è nelle mani buone e forti di Dio. L’amore è più forte della morte.
Anche noi quest’oggi vogliamo ricordarla proponendovi un
ricordo e un commento pubblicati da Avvenire e scritti da Gennaro Ferrara e Marco Iasevoli, già vicepresidenti nazionali Ac per il settore Giovani.

IL RICORDO

Ribelle sì, ma non senza causa di Gennaro Ferrara

Era il 2001, Michela non era ancora famosa. Ci trovavamo al termine di un triennio in Azione Cattolica, che ci aveva visto lavorare insieme: lei come responsabile dei giovani della Sardegna, io come responsabile nazionale. “Che farai ora?”, le chiesi. “Farò l’allevatrice di lumache”, mi rispose. La salutai frastornato da un misto di nostalgia anticipata (pensavo infatti che difficilmente ci saremmo rivisti) e di rabbia (ma come è possibile – riflettevo – che una persona di così grande talento non trovi altro spazio nel nostro paese che quello di allevare gasteropodi?). Fortunatamente mi sbagliavo su entrambi i fronti: il talento di Michela è esploso rapidamente e io ho avuto la fortuna di continuare a frequentarla. Non credo che Michela abbia mai allevato lumache, di mestieri però ne ha fatti tanti: i più noti sono quelli di portiere di notte in un albergo e di venditrice attraverso un call center. C’è una costante però nelle diverse vite (la definizione è sua) che ha vissuto: quella di brillare e illuminare. Così quando lavorava in albergo ha incontrato Vinicio Capossela e insieme hanno registrato un brano a due voci, che spero un giorno avremo modo di ascoltare; il racconto dell’esperienza nel call center invece è diventato il suo primo grande successo letterario, quello che le ha aperto nuove e inaspettate vite: scrittrice, sceneggiatrice, saggista, attivista, candidata alla presidenza della regione Sardegna e tante altre ancora. Quando le ricordavo quello che pensavo sarebbe stato il nostro ultimo dialogo, lei spiegava tutto con una metafora da campagna sarda: ho fatto la mossa del topo, quello che costretto in un angolo da una scopa, non avendo più vie di fuga, per evitare il colpo ferale, aggredisce.

Ecco allora un’altra costante che ho trovato in Michela dagli anni giovanili ad oggi: la ribellione. Parola quest’ultima che però non va fraintesa. Michela sulla scena pubblica è stata troppo spesso interpretata come una barricadera, un’icona di posizioni ideologiche di un’area ben precisa. Un ritratto falso e semplicista questo, che non dice nulla di chi è stata Michela Murgia. Torno alla metafora del topo: Michela ha lottato per quelli che via via ha ritenuto fossero i più deboli, lo ha fatto con la forza delle sue parole, della sua prorompente personalità, a volte in maniera urticante, nella società come nella Chiesa, ma non è mai stata un’intellettuale da salotto. Le battaglie che ha sostenuto (al di là della valutazione di merito che ciascuno di noi può dare) le ha fatte sulla base di una ricerca, di uno studio, mai attraverso scorciatoie ideologiche. Michela si è esposta e ha pagato di persona. Michela ha detto parole dure non per odio verso qualcuno, né per compiacere circoletti intellettuali, Michela ha parlato in coscienza e consapevolezza, attirandosi per questo, oltre ad ammirazione, anche l’odio di molti. Circostanza per cui ha sofferto. Il sogno di trasferirsi in Corea, coltivato negli ultimi anni, veniva proprio da questo: dalla sofferenza di essere insultata, magari mentre era in fila al supermercato, in ragione delle sue idee.

C’è poi un’altra dimensione meno conosciuta di lei che, per questo, vale la pena di raccontare: quella della fede. Michela ha studiato teologia, animata da quella che Ignazio chiamava la santa inquietudine. Michela ha polemizzato e fatto a botte con la religione, non con la fede che mai ha rinnegato. Michela è stata un’intellettuale credente che ha provato sempre, nella sua coscienza come nelle pagine scritte, a far dialogare la cultura e le istanze del nostro tempo con il Vangelo, con tutta la fatica e le incongruenze che questo comporta. Non spetta a nessuno giudicare il suo percorso, per quanto mi riguarda sento di ringraziarla anche per la testimonianza, profondamente evangelica, di come ha vissuto la malattia, per averci dimostrato, come ha scritto Chiara Valerio, che “i legami tra le persone sono più persistenti delle persone stesse” e per averci lasciato una delle più belle definizioni di Paradiso che mi sia toccato di ascoltare: “una comunione continua senza intervalli”.

IL COMMENTO

Se fede e comunità procedono su strade diverse: restare madre e figli di Marco Iasevoli

Cosa succede nel rapporto con la Chiesa quando un credente o una credente esprime pubblicamente dubbi e posizioni non allineate con il Magistero? È una delle domande che pone la morte di Michela Murgia, scrittrice e attivista per i diritti, ma prima ancora, per un larghissimo tratto di vita, “militante” e “praticante”, responsabile a livello regionale dei giovani dell’Azione Cattolica della Sardegna, collaboratrice di importanti eventi nazionali dell’associazione come il pellegrinaggio di Loreto del 2004, uno degli ultimi atti pubblici di san Giovanni Paolo II. Una giovane credente dell’Italia meno ricca che, immersa in un oceano di precarietà, ha messo nel bagaglio anche un diploma in Teologia e un’esperienza in cattedra come insegnante di religione. Un vero rapporto tra madre e figlia, mediato dalla comunità, dall’associazionismo e da figure significative di sacerdoti, religiose e laici, che registra un distanziamento – non una cesura, però – non quando viene meno la radice, la fede in Dio, ma quando a ostacolarsi sono i rami, certo non irrilevanti, delle idee e della loro espressione pubblica.

La risposta alla domanda sembra purtroppo già scritta e si ripete in tanti casi analoghi: l’incomunicabilità. Da un lato la Chiesa “istituzionale” tende a prendere le distanze, almeno pubblicamente, da un figlio o una figlia che può “imbarazzare”. Scemano fino a cessare gli inviti a convegni e seminari (nel caso di Michela Murgia, ha fatto eccezione il vivace ambiente delle teologhe italiane). Nessuno o minimo spazio nell’ambito “Pantheon” delle personalità del presente che assumono una notorietà partendo da una formazione cristiana. Rarissimi ed episodici momenti di confronto pubblico, se non a mezzo stampa o via social, sui temi che creano distanze insormontabili (reali o apparenti). L’obiettivo pare essere scansare l’amaro calice dell’accusa: “Ecco, invitano a fare propaganda a idee contro la morale cristiana… Ah, e sarebbe anche una credente… Bravi, così bene l’avete formata?”.

D’altro canto, però, qualcosa di simmetrico accade di solito nel figlio o nella figlia che dubita, chiede, provoca anche e infine fissa la propria bandiera in un campo diverso – ma non contrapposto – da quello di partenza. La comunità che è stata compagnia in anni importanti per la formazione della personalità si dirada e viene via via sostituita da altre comunità, altre reti, nuove connessioni, diversi circuiti e canali espressivi. Un processo che può avvenire in maniera naturale, senza troppi ripensamenti, vissuto interiormente come un passaggio “evolutivo”. O che può avvenire in maniera sofferta, controversa, con sentimenti di delusione e persino di rivalsa.

E tuttavia, nel caso di Michela Murgia ci sono ulteriori elementi che vanno oltre lo stereotipo del rapporto tra Chiesa istituzionale e credenti “non allineati”. La ricerca teologica e intellettuale della scrittrice, mai cessata, non è “eretica”, si è svolta semmai in spazi e modalità non formali che strutturalmente fanno fatica a essere riconosciuti nei luoghi-chiave della Chiesa, se non ex-post. C’è una resistenza sistemica in cui incorre chi invoca la libertà di credere e la possibilità di credere dentro una ricerca libera. Nell’ultima intervista a “Vanity Fair” la scrittrice riafferma di sentirsi parte della comunità ecclesiale: «La Chiesa – dice – deve fare ancora passi da gigante ma io posso starci dentro e fare in modo che magari quei passi possano andare più veloci». Per quanto possa sembrare controversa, è sino alla fine la rivendicazione e il desiderio di un’appartenenza e anche il riconoscimento di uno spazio di incontro sempre possibile. Inoltre, nel caso di Michela Murgia, la comunità delle origini non si è diradata del tutto ma si è spontaneamente trasformata in “semplice” luogo dell’amicizia e della presenza, sino alla penultima ora. Il momento della morte sembra spingere a ricucire le ferite, a riconoscere la comune radice, a mettere da parte i dissensi e anzi a leggerli, dopo anni di diffidenza, sotto una luce diversa. Ma forse, anzi sicuramente, si potrebbe iniziare prima con l’esercizio di una lettura e di un metodo diverso in relazione al dissenso. Si potrebbe iniziare prima, non interrompendo il dialogo ai primi segni di contrasto. Si potrebbe iniziare prima, continuando a riconoscere ciò che di essenziale unisce. Si potrebbe iniziare prima, con il coraggio di affrontare temi complessi senza la paura di perdere la propria identità, da una parte e dall’altra. Si potrebbe iniziare prima, impegnandosi a restare cocciutamente madre e figli.

(Articoli pubblicati su Avvenire del 12 agosto 2023)

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