Religione e guerra. Il conflitto russo ucraino

Da «Dialoghi». Nel caso della guerra contro l’Ucraina, palese è il contrasto con la lettera e lo spirito del Vangelo che annuncia la potenza dell’amore e non l’amore della potenza

L’invasione dell’Ucraina da parte dell’armata della Federazione Russa ha riproposto un tema molto dibattuto negli anni passati: il rapporto tra religione e guerra. Ci si era chiesto ripetutamente se sia tipico dei tre grandi monoteismi (ebraismo, cristianesimo e islam) l’essere generatori perenni di conflitti e di guerre.

Copertina del libro "Non avrai altro Dio: Il monoteismo e il linguaggio della violenza" scritto da Jan Hasmann.
Non avrai altro Dio: Il monoteismo e il linguaggio della violenza

La questione era stata posta all’inizio del terzo millennio e con particolare vigore da Jan Hasmann, docente di Egittologia presso l’Università di Heidelberg, in un volume ampiamente discusso anche in Italia, Non avrai altro Dio: Il monoteismo e il linguaggio della violenza (il Mulino, Bologna 2007). La questione si ripropone oggi, anche se le conseguenze della guerra e della violenza sono esplose all’interno dell’Ortodossia, dal momento che il patriarca di Mosca Kirill non ha riconosciuto l’invasione dell’Ucraina, ma ha fatto propria la visione del presidente Putin secondo cui si è trattato di una semplice operazione militare, incolpando l’Occidente di ostilità; perché intento a diffondere una visione del mondo corruttrice e deliberatamente contraria al “vero” cristianesimo. Nello stesso tempo, in maniera contradditoria, Kirill ha esaltato la relazione fraterna tra i popoli ucraino e russo come parte integrante della grande Rus’, mettendo tra parentesi i bombardamenti, le distruzioni, le migliaia di morti di una parte e dell’altra.

Colpisce la consonanza di Kirill con quella che viene chiamata la dottrina del Russkyi mir (mondo russo) che ha trovato e trova molti sostenitori nella Chiesa ortodossa. Da almeno vent’anni, infatti si è proclamata, e cristallizzata in una dottrina, l’opinione che esista una civiltà russa transnazionale comprensiva anche di Ucraina e Bielorussia (talvolta vengono incluse anche Moldova e Kazakistan). Intellettuali portatori di questa prospettiva hanno messo in circolo tali idee, esposte in maniera organica in un volume Russkaya doktrina. Seergevskj projekt (2005). Si è teorizzato che «questo mondo ha un centro politico comune (Mosca), un centro spirituale come (Kiev), madre di tutte le Rus’, una lingua comune (il russo), una chiesa comune (la Chiesa ortodossa russa e il patriarcato di Mosca). Quest’ultimo deve lavorare in “sinfonia” con un presidente comune che governa il Russkyi mir, oggi Vladimir Putin: da lui si ci si attende il sostegno efficace ad una spiritualità, ad una moralità e ad una cultura radicalmente contrapposte all’ Occidente». Le conseguenze di una simile dottrina si potrebbero sintetizzare nello slogan: «La Russia deve avere tutta la terra che riesce a nutrire spiritualmente».

Inutilmente, è stato fatto presente, dall’interno dello stesso mondo ortodosso russo, che questa posizione corrode alle radici le basi teologiche della comunità ortodossa perché conduce, ad esempio, a considerare Bartolomeo, il patriarca ecumenico di Costantonopoli e le diverse chiese ortodosse nazionali come soggetti eretici e scismatici. Con ancora più forza, diversi teologi ortodossi hanno stilato La dichiarazione sul mondo russo, resa pubblica (il 13 marzo 2022) dal Centro per gli studi cristiani ortodossi della statunitense Fordham University e dall’Accademia di Volos per gli studi teologici (Grecia), rifacendosi al Concilio di Costantinopoli del 1872 che ha condannato l’organizzazione della Chiesa su basi etniche. Hanno così posto una decisiva discriminante: la ideologia del “mondo russo” è falsa e se ci si rifà deliberatamente ai suoi principi ispiratori, «la Chiesa ortodossa cessa di essere la Chiesa del Vangelo di Gesù Cristo, degli apostoli, del Credo niceno – costantinopolitano, dei concili ecumenici e dei Padri della Chiesa. L’unità (della Ortodossia, ndr) diventa intrinsecamente impossibile».

Quanto sta accadendo costituisce un esempio tipico, un caso da manuale di come la religione possa trasformarsi in una forma di legittimazione di una guerra disastrosa: una guerra di invasione e per molti aspetti di religione. Come in altri contesti del mondo – si pensi alla persecuzione dei Rohingya, popolazione musulmana nel Myanmar buddhista o alla persecuzione delle minoranze religiose nell’India del primo ministro Narendra Modi, alfiere della Hindutva (l’identificazione tra India e induismo) – quando la religione si fa religione di stato o quando la tradizione viene piegata in chiave fondamentalista, si propizia il sorgere di un clima culturale e politico favorevole ai conflitti e alla violenza. Nel caso della guerra contro l’Ucraina, palese è il contrasto con la lettera e lo spirito del Vangelo che annuncia la potenza dell’amore e non l’amore della potenza.

Articolo pubblicato sul blog della rivista «Dialoghi» trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana. Piergiorgio Grassi è stato docente di Filosofia della religione e di Sociologia della religione nell’Università di Urbino. In questa Università ha diretto l’Istituto superiore di scienze religiose «I. Mancini». Già direttore della rivista, è membro del Comitato di direzione di «Dialoghi».

Autore articolo

Piergiorgio Grassi