Riflessioni per il Consiglio nazionale di giugno 2010

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Il punto di vista da cui mi colloco è quello della esperienza credente che guarda alla vita associativa, alla vita ecclesiale e alla situazione globale della nostra società. E’ una rilevazione che nasce dalla esperienza pur interpretata con tutte le precomprensioni che vengono dal ruolo, dalla persona, dalla esperienza concreta pastorale.

 

Esperienze associative da interpretare e su cui riflettere

 

  1. La necessità e urgenza di una qualità etica della vita, e quindi di una interiorità

Non è una novità, è una esigenza di sempre nella vita dell’uomo; oggi però la si avverte con maggiore chiarezza. La stessa crisi economica in cui viviamo, porta a far percepire che non si può relegare nel mondo dei buoni consigli, della correttezza politica tutto quell’impianto interiore che porta a dare rilievo alla coscienza e a principi basilari che la costruiscono. Si coglie la necessità di un riferimento esplicito a un trascendente o a una morale. Nella vita associativa questa tensione si traduce nella necessità forte di avere una vita interiore, di sbilanciarsi sempre dalla parte delle ragioni del vivere e del credere, di nutrire lo spirito, per poter entrare nell’anima delle cose, interrogare a fondo la Parola di Dio e lasciarsi cambiare da essa, di accogliere l’intimità con il Signore, la contemplazione della sua vita, come lo spazio indispensabile per motivare ogni impegno, ogni tempo dedicato  spesso comprimendo doveri fondamentali della propria esistenza. E’ richiamo costante alla vocazione e non alla casualità o abitudine di comportamenti. Siamo ogni giorno chiamati da Dio a vivere da laici santi nella chiesa e nel mondo. La chiamata viene ascoltata e accolta solo in uno spazio di profonda interiorità, in cui la preghiera è luce e forza. Non siamo gli specialisti della pastorale, ma della santità laicale. Il richiamo all’interiorità e alla dimensione spirituale del nostro impegno di AC non può mai essere una routine, ma deve trovare sempre ragioni nuove, deve essere sempre percepito come una chiamata oggi a rispondere a quello che Dio ci mette davanti nella vita personale, della chiesa e del mondo

 

  1. Un nuovo slancio per una presenza nelle realtà temporali

Ci viene richiesto da tutti oggi di ridare all’Azione Cattolica lo spessore di un impegno nella vita pubblica, nelle amministrazioni, nei luoghi in cui si costruisce la cultura, nel vasto ambito politico della vita umana. E’ la  missione del laico cristiano che va riscoperta nella sua interezza e che non può essere ridotta sempre e solo a preparazione per un futuro casuale, ma progettata come scelta di vita, come risposta a una vocazione del laico cristiano. La formazione cristiana cui ci applichiamo non si porta dentro automaticamente l’impegno e l’azione. Questi vanno messi in cantiere con una ulteriore formazione che è quella della competenza culturale e politica.

Alcuni fatti ci hanno chiarito questa esigenza che pure nell’Azione Cattolica è di sempre ed è uno dei punti chiave della sua azione:

  • Gli incontri regionali in cui è sempre stato affrontato in termini pubblici un tema di rilevanza sociale con il taglio tipico dell’Azione Cattolica. La capillarità, la varietà dei temi, la buona adesione degli associati, il livello delle riflessioni ci hanno appassionato alla cosa pubblica, entro le valutazioni della vita associativa non fatte in maniera schizofrenica, rispetto ai temi pubblici, ma spesso anche con forti correlazioni tra di loro.
  • Le insistenti richieste che vengono fatte dai vari paesi in cui si muove il FIAC. Le chiese cui ci rivolgiamo chiedono che li aiutiamo a formare laici con questa apertura. Non hanno bisogno dell’AC soprattutto per avere laici che fanno gli operatori all’interno della vita ecclesiale, anche se la corresponsabilità pure in questo campo va aiutata a maturare. Chiedono di preparare laici che diventano santi nel mondo, nelle istituzioni, nella vita pubblica, che incarnino il vangelo nelle amministrazioni, nel rapporto difficile con la cultura in cui spesso sono minoranza assoluta.
  • La maturazione della stessa vita associativa di AC e di altre che fanno riferimento alla chiesa e che stanno superando anche se con grande fatica assolutizzazioni surrettizie e collateralismi, spesso lasciati comodamente a ristagnarsi e a non permettere slancio e passione evangelizzatrice.

 

  1. Un nuovo rapporto con tutte le associazioni laicali di ispirazione cristiana

Stiamo vivendo una maggiore esperienza di comunione con le varie associazioni, che si trasforma in intesa, si traduce in qualche attività comune di tipo formativo e che va assolutamente fatta sperimentare anche alla base. Sembra che si apra una stagione di un laicato più maturo, più collaborativo, più disposto a mettere in comune vita, esperienza di fede, momenti formativi  e attività. Probabilmente si potrebbero coinvolgere anche altre realtà associative, che non necessariamente fanno riferimento alla ispirazione cristiana in maniera esplicita, ma che sono disposte a dialogare per obiettivi condivisibili.

 

Esperienze tipicamente ecclesiali

 

  1. Invocazione di verità

Chiamerei semplicemente così tutto quello che papa Benedetto ha innescato nella vita della chiesa con il suo pontificato. Verità a tutti i costi, verità non solo sui fatti, ma nella vita delle persone, della chiesa, delle relazioni, dei legami, delle responsabilità, dei sistemi di governo. Verità di fede e corretta onestà conseguente di comportamento. Forte identità nella verità, senza sconti o adattamenti; una verità capace di ridare nerbo alle nostre vite e alle istituzioni. Verità da accogliere e conquistare con un allargamento della razionalità. Verità sull’uomo e sul mondo, sul fine ultimo e sui passi per raggiungerlo. E’ proprio tutto il contrario dell’adattamento, ma non del dialogo; della remissione comoda, ma non del sano convivere; della fuga timorosa, ma non del confronto coraggioso. Mai come oggi si coglie la necessità di una  adesione piena di dignità umana alla fede nelle sue implicanze razionali e antropologiche, senza compiacenti silenzi, e senza talebanesimi irrazionali. Questa indicazione deve assumere ogni nostra esperienza formativa e ogni sussidio che mettiamo a disposizione.

 

  1. Necessità di una disciplina spirituale nella chiesa e nella vita cristiana

Gli applausi spontanei che partivano dai preti presenti alla celebrazione della conclusione dell’anno sacerdotale in piazza San Pietro al papa, quando parlava del “ bastone”  del pastore, la dice lunga sul bisogno anche dei presbiteri, che spesso sono coinvolti in prima persona come attori di liberalismo eccessivo, di avere chiarezza di comportamento, criterio quotidiano di fedeltà alla vera fede, comunione nelle decisioni e nelle scelte pastorali, convergenza in piani pastorali non soggettivi, ma ecclesiali. Il criterio della verità non sta nella singola persona, che pure è guidata dalla sua coscienza, ma nella Parola di Dio, nella guida del magistero, nella vita di comunione, nel confronto franco e obbediente. Non può essere vero e buono tutto e il contrario di tutto. Non si tratta di mettere in atto atteggiamenti inquisitori, ma di favorire al massimo la vita di comunione, il dialogo, l’accoglienza docile della voce dello Spirito; di studiare forme di convergenza sull’essenziale, di favorire uno sguardo da laici cristiani sulla vita, sapendo che il criterio di verità non abita esclusivamente nei singoli, ma è un dono dello Spirito alla Chiesa e in essa ogni singolo può scavare e offrire, ascoltare e proporre.

La gente ha sete di verità, il che non vuol dire  che ha bisogno di certezze e tanto meno di ricette, ma di luoghi di confronto e di preghiera, di invocazione e di studio, di progettazione e di verifiche, di ascolto obbediente e di attesa, di proposta chiara e di accoglienza altrettanto convinta di una disciplina comune, di fedeltà che costa e di coraggio di fronte alle critiche o alla moda o all’opinione pubblica mediatica. Ha bisogno di sperimentazioni concrete, di essere misurata dai fatti e non sempre e solo dai discorsi e dai talk show

 

  1. L’allarmante distanza della chiesa dal mondo giovanile

Non sono ormai solo ricerche, o testi di riflessione (cfr Armando Matteo), ma è sotto gli occhi di tutti nell’esperienza pastorale comune la percezione che il mondo giovanile e la chiesa stanno lentamente, in certi luoghi velocemente, distanziandosi. Prima di dare colpe alle giovani generazioni, che sono sempre molto rassicuranti nei confronti delle nostre, è necessario constatare la difficoltà ecclesiale a metterci in ascolto, dialogo e collaborazione con il mondo giovanile.

 La nostra esperienza associativa potrebbe essere in controtendenza, rispetto alle iniziative spontanee delle nostre comunità cristiane, ma non è certo che tale situazione abbia futuro. Deve assolutamente cambiare il rapporto tra la comunità cristiana e il mondo giovanile; non è più di attesa, ma di ricerca; non più di aut aut, ma di affiancamento; non più di concessione, ma di ascolto. Siamo di fronte a un mondo giovanile che in genere è descritto come apatico, modaiolo, inconsistente, ma che invece ha al suo interno una grande capacità espressiva, voglia di contare, iniziative intelligenti e appassionate, slegate da interessi materiali, pronti a dirsi e a voler contare per quello che hanno in corpo, carichi di progetti per il futuro, pur dentro alcune involuzioni, spesso sfruttate ad arte dall’adulto.

Mancano educatori che sanno perdere tempo, ambienti che stanno dalla loro parte gratuitamente, proposte libere e soprattutto ponti. Mancano cioè luoghi che tengono unite le dimensioni varie della vita del giovane con la dimensione religiosa, spirituale, che emerge sempre e che ha bisogno di testimoni che la orientano. La scelta associativa è uno di questi ponti meravigliosi che costano poco in termini economici, ma moltissimo in termini di dono di umanità, di cordialità, di passione educativa. In tutto questo i giovani non sono passivi da trascinare contro voglia, ma sono anche desiderosi di spendersi con coraggio, di battagliare se serve, di  metterci la faccia se gli adulti non si nascondono dietro un dito.

 

  1. Necessità di reti di comunione nella prassi pastorale

Reti di comunione si stanno verificando non solo tra le associazioni ecclesiali, ma anche nelle nuove forme di comunità cristiane a partire dalla parrocchia. In tutte le diocesi stanno avvenendo operazioni di compattazione, collegamento, ridefinizione delle strutture pastorali di base, che sono le parrocchie. Il modo di affrontare questi assetti è spesso solo lasciato alle curie diocesane che stabiliscono un patto con gli operatori pastorali e poco vengono coinvolgono i laici nelle loro esperienze associative. Emerge comunque che al di là delle formule che si inventano o si accolgono, una delle chiavi di lettura e una delle prospettive più frequenti è quella di una grande attenzione alle relazioni. Se non si vogliono far diventare queste nuove ristrutturazioni delle parrocchie una concentrazione di servizi, ma una nuova forma di vita comunitaria, occorre dare molta attenzione alle relazioni, che non sono soprattutto da vedere come tra preti e laici, ma tra vocazioni diverse nella chiesa, tra ministeri, tra popolo e territorio, tra vita personale, spirituale, sacramentale  e laicale. Questa operazione che sta interessando quasi tutte le diocesi non parte solo dalla assenza di clero, ma da vita complessa del territorio, da abitudini della gente, da bisogni e situazioni di globalizzazione, di immigrazione, di pendolarismo.

La grande varietà del mondo associativo, dei movimenti, delle nuove forme di aggregazione laicale ecclesiale deve farsi carico di questa trasformazione e offrire il suo prezioso contributo. Trattandosi di relazioni, ne deriva necessariamente la revisione dei modelli formativi, sia dei preti che dei laici, sia delle associazioni che dei movimenti. Non è una ritirata nell’ecclesiastico, ma l’offerta di una specificità della vita laicale a una chiesa che ridefinisce il suo assetto pastorale, per tenerlo sempre aperto al mondo e alle istituzioni del territorio. L’obiettivo non è solo di riorganizzare la cura d’anime nella vita di una parrocchia, ma di tenerla sempre attenta alla evangelizzazione e all’impegno nel mondo.

+ Domenico Sigalini