La “passione cattolica” dell’assistente di AC

Versione stampabileVersione stampabile

Se si volesse identificare con un personaggio biblico il ruolo dell’assistente di AC nella sua relazione con la presidenza, la scelta potrebbe cadere su Giuseppe, lo sposo di Maria, “l’uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia”. Se si volesse fare la stessa cosa accostando la figura dell’assistente a quella di un educatore di AC, si dovrebbe guardare a Giovanni Battista, “l’uomo che alla coscienza della grandezza della sua vocazione ha sempre unito la consapevolezza del limite della sua missione”. Se si volesse cercare nella Scrittura un modello di riferimento per sottolineare la “passione cattolica” dell’assistente di AC, si potrebbe trovarlo in Filippo, l’uomo che, sollecitato da un angelo del Signore, si reca, “verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza” (cf. At 8,26-40). Filippo viene spinto dallo Spirito a raggiungere un funzionario della regina d’Etiopia, di ritorno da Gerusalemme, ove si era recato per il culto. Desta particolare interesse il dialogo stabilito da Filippo con quel sovrintendente etiope che, “seduto sul suo carro”, muove i primi passi del pellegrinaggio della fede.

La premura con cui Filippo, guidato dallo Spirito, si avvicina al funzionario di Candace manifesta la sua capacità, da una parte, di riconoscere che in ogni strada c’è una corsia che conduce a Dio e, dall’altra, di intercettare in ogni dimensione umana un’attesa che la speranza cristiana è chiamata ad allargare. Filippo si inserisce, “con dolcezza e rispetto”, nella sete di verità che inquieta il cuore di quell’uomo: non lo blocca ma lo affianca e, “udito che leggeva il profeta Isaia”, gli chiede: “Capisci quello che stai leggendo?”. La risposta giunge immediata – “Come potrei capire, se nessuno mi guida?” – insieme all’invito “a salire sul carro e a sedere accanto a lui”, per aprirgli la mente all’intelligenza delle Scritture: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo?”. Filippo non è preoccupato di indottrinare l’eunuco, ma di ricercare il “punto di contatto e di tangenza” tra il messaggio cristiano e la sete di verità che inquieta quell’uomo, il quale gli manifesta il desiderio di essere battezzato, facendo fermare il carro. Il “rito di immersione e di emersione”, sigillato dall’azione dello Spirito, concede al sovrintendente etiope la gioia di proseguire il cammino e a Filippo la grazia di essere “rapito” e portato prima ad Azoto e poi a Cesarea.

Lo stile con cui Filippo compie la sua missione manifesta la sua prontezza, la sua delicatezza e la sua fortezza; si tratta di virtù che non possono mancare nel “corredo” o nella “bisaccia” degli assistenti di AC, chiamati a offrire il proprio contributo al discernimento pastorale e, soprattutto, all’accompagnamento spirituale. Essi non sono né supplenti dei responsabili dell’associazione, né organizzatori della vita associativa, ma presbiteri che, testimoniando il primato della cura della vita interiore, invitano a intrecciare in maniera così stretta, da essere inestricabile, il Vangelo e la vita. Il servizio degli assistenti è quello di aiutare a cogliere il valore spirituale della vita associativa, il suo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, il suo orientamento a stimolare una partecipazione vigile alla vita civile. La loro presenza, segno della cura del vescovo per l’associazione, è tanto più incisiva quanto più essi, liberi da ogni preoccupazione di ruolo, vivono il loro servizio come “collaboratori della gioia dei fratelli”, consapevoli che la forza formativa dell’associazione non sta tanto nella riuscita delle iniziative, quanto nella qualità delle relazioni fraterne che in essa si vivono.

Il compito degli assistenti si sviluppa nella costanza del coinvolgimento nella vita associativa: luogo di formazione laicale e anche palestra di carità pastorale. Nel servizio all’AC gli assistenti sperimentano la grazia di essere sostenuti dall’amicizia dei fedeli laici, i quali, con l’assiduità della preghiera e con l’impegno apostolico, condividono le gioie e le stanchezze del ministero, gli slanci generosi e le debolezze umane. La storia insegna che l’AC è sempre stata una casa e una scuola di comunione per i laici e di formazione permanente per i presbiteri. Un laboratorio, per gli uni e per gli altri, di discernimento comunitario, di “esercizio alto della sinodalità”, che allena i fedeli laici a vivere da “cittadini degni del Vangelo” e i preti a essere “servi premurosi del popolo di Dio”. Per cogliere il significato profondo di questa espressione, che il Prefazio della Messa crismale dedica ai ministri ordinati, è necessario declinare non tanto il sostantivo “servo”, che li abilita ad essere “instancabili nel dono di sé, vigilanti nella preghiera, lieti e accoglienti nel servizio della comunità”, quanto l’aggettivo “premuroso” che li qualifica.

- È premuroso quel servo a cui sta a cuore la salvezza delle anime e a sostegno di questa missione pone tutta la sua attività pastorale, desiderando ardentemente che “l’olio dello Spirito di santità arrivi fino all’ultimo lembo della veste della Chiesa”.

- È premuroso quel servo che ha la parresia di “discutere con Dio”, di intercedere in favore del suo popolo come Abramo e Mosè, e che sa inginocchiarsi davanti ai fratelli, per lavare loro i piedi, avendo come dono di natura il non saper ostentare.

- È premuroso quel servo che “nel proprio ministero vede solo l’adempimento della volontà di Dio e il servizio disinteressato al suo popolo”: “ha sempre davanti il bene della Chiesa e non se stesso”, trovando la forza di sapersi “spogliare di sé”.

- È premuroso quel servo dal cuore grande, dalla mente aperta e dallo sguardo sereno, che non è un “pastore di retroguardie”, ma guida sicura che non rimprovera e ammonisce per farsi seguire: precede e affascina con la testimonianza del suo orante silenzio.

- È premuroso quel servo che ha la pazienza di camminare insieme, l’umiltà di riconoscere i propri errori, la disponibilità a obbedire, “un senso dell’umorismo che non consenta alle piccole cose di diventare enormi solo perché vi si investono attese sproporzionate”.

- È premuroso quel servo che sa nutrire un po’ di diffidenza nei confronti della propria opinione: è capace di sostenere “il confronto delle idee senza impazienza, la discussione senza amarezza, l’ammonimento senza asprezza, l’esortazione senza offesa”.

- È premuroso quel servo che nel compiere il proprio ufficio è in grado di guidare sapendo mediare e ha la pazienza di sopportare ogni avversità, “rimandando indietro i giudizi negativi che la fretta vorrebbe introdurre con reazioni immediate”.

- È premuroso quel servo dal cuore semplice, umile, libero, che riconosce di non poter fare nulla senza il Signore, il quale tutto dispone e sostiene con la forza immutabile del suo Amore, conducendo la storia nel suo intreccio di bene e di male.

- È premuroso quel servo che coltiva relazioni sane, senza secondi fini, che sa riversare la grazia della fraternità sacramentale nella paternità spirituale, senza rinunciare alla libertà di chiamare amici coloro che il Signore gli ha affidato come figli.

- È premuroso quel servo la cui preparazione culturale gli permette di dialogare con tutti, la cui ortodossia e fedeltà alla verità, custodita dal magistero della Chiesa, lo impegnano a ricercare l’armonia tra la sapienza pastorale e l’intelligenza della fede.

- È premuroso quel servo la cui autorevolezza, che raccoglie la stima di tutti, gli deriva dalla capacità di vigilare su se stesso, di sfidare la tendenza all’inerzia, l’inclinazione allo scetticismo, la comoda scelta della passività o, al contrario, dell’attivismo.

- È premuroso quel servo che non ha timore “di ascoltare l’illusione di tanti senza farsi sedurre, di accogliere le delusioni senza precipitare nell’amarezza, di toccare la disintegrazione altrui senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità”.

Questa singolare “sequenza” è distante dal reale ma non è affatto ideale né tantomeno virtuale. Sebbene non sia possibile colmare la sproporzione tra ideale e reale, tuttavia una maggiore radicalità e coerenza – indivisibilmente ideale e pratica – consente di superare alcune tentazioni che rendono corto il respiro degli assistenti di AC, chiamati ad astare coram Deo” e, al contempo, ad adsistere” i fratelli, cioè “stare accanto” a loro, dicendo: “Vobiscum frater, pro vobis pater”. Questo significa, in primo luogo, che l’assistente deve fuggire la tentazione di fare il presidente in vece di quello, laico, eletto dall’associazione. Sedere alla destra del presidente e intervenire con sapiente misura è una pratica ascetica che mette l’assistente al riparo dall’insidia sia di occupare il primo posto, sia di dire sempre l’ultima parola. In secondo luogo, l’assistente deve semplicemente “fare il prete”. Molto spesso prende il sopravvento una certa tendenza all’attivismo, che surclassa la formazione adeguata da garantire ad ogni fascia di età. L’AC ha bisogno di assistenti che preghino e insegnino a pregare, disponibili a lasciare il sagrato e la piazza ai laici, per presidiare piuttosto l’altare e il confessionale. L’assistente di AC deve, infine, accompagnare con discrezione e risolutezza la vita degli aderenti, senza sostituirsi ad essi, ma illuminando la loro coscienza che è il perno, il centro di gravità della pratica educativa.

È opportuno elencare, sia pure con “beneficio d’inventario”, le tentazioni più insidiose a cui gli assistenti di AC devono resistere.

- Dimenticare che si è preti nell’AC, non dell’AC, e che esiste una circolarità continua tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, nato nel cenacolo unitamente all’Eucaristia e posto al servizio di quella comunione essenzialmente eucaristica che è la Chiesa.

- Trascurare di far maturare la consapevolezza che la passione per Cristo sarebbe un vago affetto se non si esprimesse, secondo Romano Guardini, “nel vivere la grazia più grande e più amaramente necessaria: poter amare la Chiesa, mistero e prova di fede”.

- Sottovalutare che gli assistenti formano un collegio e che il loro compito può essere assolto solo come un’opera collettiva, modulata dalla comunione con il vescovo, amplificando la fraternità sacramentale col presbiterio diocesano a servizio del popolo di Dio.

- Ignorare le regole della partecipazione democratica alla vita associativa, fondata sulla “corresponsabilità differenziata”, che impone all’assistente di non soverchiare l’autonomia del presidente di AC, ma di far maturare lo spirito di comunione e di servizio.

- Abdicare alla “pastorale dell’orecchio”, dimenticando che il servizio di prima accoglienza da assicurare ai soci di AC è quello dell’ascolto, che richiede di investire le migliori energie tanto nella direzione spirituale, quanto nel sacramento della Riconciliazione.

- Scordare che come c’è un’arte di celebrare, così c’è un’arte di accompagnare, che consente di generare e avviare processi più che occupare spazi, intercettando in ogni persona le “tracce della multiforme sapienza di Dio rimaste in stato di latenza o di embrionalità”.

- Rinunciare a tenere sotto controllo la “febbre” degli eventi che, moltiplicando “iniziative prive di iniziativa”, impedisce di riconoscere come “campo-base” dell’AC la cura della vita interiore, prima attività educativa, la più importante iniziativa pastorale.

- Resistere a portare avanti una pastorale integrata fra i vari settori, puntando troppo sui ragazzi e troppo poco sui giovani e sugli adulti, che vanno aiutati, rispettivamente, a decidere della loro vita e a diventare il “sale della società civile”.

- Perdere il carattere asimmetrico della relazione educativa, cioè l’autorevolezza di lasciarsi coinvolgere dalle situazioni personali senza farsi travolgere e governare dai sentimenti, che più sono scossi dalle emozioni, meno vengono sostenuti dalle ragioni.

- Appiattire l’AC sulla parrocchia, promuovendo una manovalanza pastorale che fa accomodare i fedeli laici in sacrestia, senza aiutarli a maturare una santità laicale, cioè a prendere coscienza che “l’essere cristiano non è un abito da vestire in privato ma sul sagrato”.

- Snobbare gli appuntamenti associativi, autentici laboratori di discernimento comunitario, che educano ad applicare il metodo sinodale, che non è un sistema di logica deduttiva, ma intuizione condivisa degli appelli dello Spirito che risuonano dentro la storia.

- Rileggere la storia della “famiglia grande e bella” dell’AC senza avere “memoria del futuro”, senza impegnarsi a scrivere l’icona della parabola del seminatore, il quale getta il seme a spaglio, a piene mani, sulla strada come sui sassi, sulle spine come sulla terra buona.

Alla base di ciascuna di queste tentazioni c’è, per così dire, un peccato originale: ignorare quanto insegna Henri-Marie de Lubac nella sua opera dal titolo Meditazione sulla Chiesa, e cioè che la categoria di vir ecclesiasticus non è appannaggio esclusivo dei chierici, ma qualifica anche i fedeli laici come uomini di Chiesa, uomini nella Chiesa o, più esattamente, uomini della Chiesa. “Noi – lamentava Yves Congar – abbiamo, implicita e inconfessata, o addirittura inconscia, l’idea che la Chiesa è fatta dal clero e che i fedeli ne sono solamente i beneficiari o la clientela. Questa orribile concezione si è impressa in così tante strutture e abitudini da sembrare scontata e impossibile da cambiare. È un tradimento della verità. C’è ancora molto da fare per declericalizzare la nostra concezione della Chiesa, senza, ovviamente, attentare alla sua struttura gerarchica, e per riportare i chierici nella verità totale della loro posizione di membri-servi (…). C’è strada da fare, ancora!”. Occorre mettersi in cammino, tenendo bene a mente che l’assistente di AC è un inviato dal vescovo a condurre i fedeli laici alla piena attuazione ecclesiale del sacerdozio battesimale, che impone loro, a giudizio di Vittorio Bachelet, di essere “meno sacrestani e più cristiani”.

Concludendo con un’immagine, si potrebbe dire che, in AC, il ruolo del presidente è paragonabile a quello del comandante di una nave, mentre il compito dell’assistente è assimilabile a quello della vedetta. Se il presidente tiene in mano il timone, l’assistente tiene d’occhio il sestante; se il presidente segue la rotta delle convergenze, l’assistente scruta la mappa delle tangenze; se il presidente cala le reti per la pesca e le tira a riva, l’assistente le lava e le riassetta.

+ Gualtiero Sigismondi