Referendum (e dintorni)

L’importante è partecipare, ma a che cosa?

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di Paolo Rametta* - La consultazione referendaria che si è tenuta domenica scorsa e le settimane di propaganda referendaria che l’hanno preceduta fotografano una realtà che non è più immaginabile trascurare: il dibattito politico e la partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale del Paese vivono un momento di profonda crisi.
A ben vedere ad essere assente dalla vita democratica italiana è uno dei prerequisiti fondamentali della comunicazione tra gli individui, ovvero il possesso di un linguaggio comune e la condivisione di determinate linee di fondo che orientino e delimitino la materia del “contendere”, salvaguardando il dibattito democratico.
La decisione su una questione specifica, il quesito referendario, si è tradotta per molti in una fondamentale verifica sui grandi temi della politica ambientale ed energetica italiana, o ancor più in generale è divenuta un test sul grado di partecipazione democratica degli italiani; per altri, si trattava della strumentalizzazione per fini politici di una questione ambientale; per altri ancora, oggetto della consultazione era una questione tecnica molto specifica da valutare nel merito con scientifico distacco.
Tutto questo è dovuto forse alla compressione della partecipazione politica che sta vivendo da alcuni anni l’Italia: si pensi all’elevato grado di tecnicità e la velocità con cui sono state adottate le misure più importanti e dirimenti nella gestione della crisi economica; alla lontananza tra eletto ed elettore che affligge da anni il procedimento elettorale per il Parlamento; o anche al venir meno di quella mediazione tra il cittadino e la politica che trovava spazio in un panorama partitico vario e differenziato. Questi sono tutti motivi per i quali il voto di domenica è stato caricato di significati e aspettative che sono rimasti frustrati.
Sono mancate delle coordinate comuni che potessero consentire un confronto - eventualmente acceso - ed un dibattito pubblico informato e costruttivo. Non si è riusciti a focalizzare il centro della questione: fosse esso il dibattito intorno la sostenibilità ambientale della politica energetica italiana, o l’ancor più specifica esigenza di regolamentare e vincolare gli impianti di estrazione di idrocarburi, fino alla più contingente lotta politica-partitica. Ogni elettore ha votato per un quesito, per così dire, di volta in volta diverso, lasciando alla propria sensibilità - venuta meno la coesione ideologica dei partiti - la chiave di lettura da dare alla consultazione.
È molto difficile stabilire se un quesito referendario tecnico come quello di domenica sarebbe mai potuto assurgere a terreno di confronto sulle strategie energetiche italiane di lungo periodo, potenzialmente modificate (per quanto parzialmente) dal referendum; in ogni caso non si è rivelato in grado di suscitare un dibattito ed avviare un processo di confronto - sia esso istituzionale, civico o regionale - capace di coinvolgere realmente i cittadini e disegnare una politica con un impatto reale e tangibile.

I problemi energetici italiani e i drammi ambientali che minacciano parte del nostro Paese necessitano ben più di un isolato “sì o no”, che non può che essere un punto di partenza simbolico per impostare un percorso ben più articolato. Ciò di cui sentiamo la mancanza è un processo di confronto politico, non episodico, che porti alla formazione di un’opinione pubblica matura che dibatta sui temi fondamentali del nostro Stato. Senza una tale maturità, senza una riflessione realmente approfondita avremo sempre più decisioni finalizzate ad un orizzonte di breve periodo ed una opinione pubblica sempre più disorganicamente atomizzata e contrapposta su ogni questione, senza che risulti possibile un comune denominatore soppesato e realmente condiviso. Di tale impasse nella opinione pubblica (alla quale l’incapacità decisionale della politica è strettamente connessa) si gioveranno le forze populiste e tutte quelle forze che dal “muro contro muro” hanno da guadagnare nel breve periodo in termini di consensi, potendo contare sul rapido (e smemorato) scemare dell’interesse nella fase successiva all’esplosione mediatica del momento.

Ecco allora l’importanza di proporre e sostenere, più che dibattiti-flash, itinerari formativi e di confronto duraturi, i processi di cui parla anche Papa Francesco nella Evangelii Gaudium:
Il tempo è superiore allo spazio
[…] 223. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. […] Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica