Ho un popolo numeroso in questa città. XVII Assemblea nazionale - 25 aprile - 2 maggio 2021

Questo è soltanto l’inizio...

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di Carlo del Buono - Ac Malta - Quest’oggi, per l’ultimo dei tre giorni dei lavori di Economy of Francesco, il racconto parte dall’ultima frase comparsa sugli schermi di tutto il mondo “this is just the beginning...”, questo è soltanto l’inizio...

È l’inizio di una serie di processi generativi che tanti giovani economisti, imprenditori, innovatori, provenienti da Paesi diversi, professanti credi e religioni diversi (e anche non professandone alcuno), vogliono far partire per cambiare un sistema economico che sta mettendo in pericolo l’intera umanità e che l’attuale crisi sanitaria, economica e sociale ha dimostrato alquanto fragile. Anche papa Francesco lo ha ricordato nel suo messaggio finale ai partecipanti: “[...] da una crisi mai si esce uguali: usciamo meglio o peggio.”

Forse, questi processi di cambiamento sono già in corso e quest’ultimo pomeriggio di lavori, ricco di gioia, entusiasmo e condito con il sale della speranza ne è la dimostrazione.

Il villaggio di Vocazione e Profitto, uno dei dodici gruppi tematici che ha lavorato nella preparazione di Economy of Francesco, ha presentato la propria toolbox, scatola degli strumenti, attraverso un incontro interattivo, aperto a tutti i partecipanti dell’evento. Cuore, testa e mani sono i tre strumenti principali della tensione creativa che conciliano la vocazione con il profitto. La metafora dell’albero e delle sue parti rappresentano il sistema di valori (dignità, solidarietà, servizio, sostenibilità, soltanto per citarne alcuni) che sono essenziali in questo processo di co-creazione per poter lavorare con la comunità e non per la comunità. Un esempio concreto è il progetto “The Profit Podquest”, nato all’interno del villaggio di Vocazione e Profitto (e che porta anche la firma di una giovane di Azione Cattolica, Alessandra Fasol della diocesi di Verona, Italia), per raccontare le storie di persone che attraverso la propria vocazione sono diventati già attori di questa nuova economia.

Successivamente, l’incontro con la prof. Kate Raworth e il prof. John Perkins, “We are all developing countries” ha aperto una serie di spunti di riflessione sulla convezionale classificazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. In un mondo interconnesso come quello attuale, i grandi problemi hanno conseguenze globali e ne sono una prova questi primi venti anni del XXI secolo: crisi finanziaria del 2007-2008, cambiamenti climatici e la crisi sanitaria corrente. Tra l’altro i Paesi che consideriamo in via di sviluppo hanno subito negli ultimi due secoli il colonialismo, aggiustamenti struttutali, le regole del debito pubblico e del commercio internazionale, lo sfruttamento delle risorse e stanno subendo le ripercussioni dei cambiamenti climatici. Da un’attenta analisi, tuttavia, l’11% della popolazione mondiale che soffre per la privazione di cibo è diffuso in tutti i Paesi, sviluppati e non. Inoltre, i Paesi “sviluppati” spesso consumano molto di più di ciò che producono, accelerando processi non sostenibili per l’intera umanità. È necessario andare incontro a una economia della vita: la tecnologia ha fatto passi avanti straordinari, se è possibile generare energia dal vento, bisogna convergere verso un’economia più verde. Una serie di proposte, provenienti dai diversi villaggi di Economy of Francesco, è stata presentata con idee che abbracciano la promozione di politiche di supporto ai mercati locali e al consumo consapevole, la condivisione del sapere, della ricerca e delle tecnologie per il conseguimento del bene comune, il passaggio verso un green deal sociale, che riqualifichi le abilità dei lavoratori a rischio di perdita del posto di lavoro, un rafforzamento della finanza etica, la promozione dello sport, come strumento che concili il benessere fisico e il profitto, la misurazione di indicatori chiave di perfomance che includano i risultati della pace, un eguale accesso all’istruzione per tutte le bambine e tutti i bambini, il riconoscimento e valorizzazione dei talenti femminili, il valore del dono nelle gestione delle risorse umane, un prezzo equo per i prodotti agricoli che riconosca il valore aggiunto dei lavoratori e che bilanci le esternalità positive e negative, la ridefinizione del significato di successo aziendale che comprenda, a partire dalla vocazione, la missione aziendale, il bene comune ed i risultati economici, il riconoscimento della dignità umana al centro di ogni modello aziendale ed infine un mondo senza più guerra.

L’ultima sessione di lavori è stata “Young enough to change the world” con giovanissimi innovatori, spesso ancora studenti di scuola superiore, che hanno già lasciato un’impronta nel mondo attraverso il loro entusiasmo e la loro gioia. A partire dalla Thailandia, dove un movimento di giovani ha sensibilizzato così tanto l’opinione pubblica sugli effetti della plastica monouso da ispirare una legislazione che vieti la vendita di tali oggetti, per poi passare ad un gruppo di studenti di Milano che ha promosso uno studio sul consumo eccessivo dell’acqua, e per finire con i ragazzi di Famezero che sensibilizzano sullo spreco alimentare che ha un costo in termini di persone che vanno a letto affamate e in termini economici (per avere un termine di paragone, il valore stimato del cibo sprecato ogni anno nel mondo equivale all’intero di pacchetto di aiuti messi in campo dall’UE per fronteggiare gli effetti della pandemia con il programma NextGenerationEU).

Infine, papa Francesco ha rivolto un messaggio a tutti i partecipanti di Economy of Francesco, ricordando che questo evento “non è un punto di arrivo ma la spinta iniziale di un processo”, basato su tre pilastri: vocazione, cultura e patto.

Sull’esempio della vocazione di Francesco, bisogna saper dire “sì” per costruire una nuova normalità e per non trasformare questo evento in un rumore superficiale e passeggero siamo “chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi.”

Una cultura del cambiamento è urgente per trovare risposte ai problemi che colpiscono l’umanità, perché “se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi – non dimenticatevi questa parola: avviare processi – tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze…”. Un’enfasi particolare è stata data alla cultura dell’incontro, che si contrappone alla cultura dello scarto, poiché “questa cultura dell’incontro permette a molte voci di stare intorno a uno stesso tavolo per dialogare, pensare, discutere e creare, secondo una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni e risposte ai problemi globali che riguardano i nostri popoli e le nostre democrazie”. Urge andare oltre i palliativi del terzo settore e dei modelli filantropici, ma è necessario convertire e transformare le nostre priorità e il posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale.

È giunto il momento di osare nuovi modelli di sviluppo, che pensino con il popolo e non per il popolo, sistemi di sviluppo umano integrale in cui “la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana”.

Infine il Santo Padre ha rivolto un’invito a “unirvi ad altri per tessere un nuovo modo di fare la storia. Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù; non temete di abitare coraggiosamente i conflitti e i crocevia della storia per ungerli con l’aroma delle Beatitudini. Non temete, perché nessuno si salva da solo. Nessuno si salva da solo.”

Ed ecco che al termine dei saluti e dei ringraziamenti, è comparsa sullo schermo quella frase “this is just the beginning...”.

È giunto il tempo di avviare processi, ora!