Questione scuola. Quanto futuro perdiamo?

Ritratto impietoso della scuola vista dagli italiani. L’indagine realizzata dall’Istituto Demopolis e promossa dall’impresa sociale “Con i bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà minorile. Dispersione, bocciature, violenza giovanile. Gli insegnanti che resistono e quelli che mollano. Soprattutto, un Paese che cerca di addossare alla scuola le sue colpe

Troppo vecchia, quasi decrepita, fatta di aule spesso fatiscenti tenute in piedi dalla buona volontà di insegnanti che ancora credono che il loro non sia solo un lavoro mal pagato ma una missione. È solo una foto delle tante che ci restituisce l’indagine Quanto futuro perdiamo? promossa dall’impresa sociale “Con i bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà minorile e realizzata dall’Istituto Demopolis. Gli italiani intervistati oltre a denunciare plessi scolastici inadeguati (64%) sottolineano la carenza di attività di recupero per i ragazzi in difficoltà (58%) e il “crollo motivazionale” di tanti, troppi insegnati (56%) che si sono arresi all’“ordinaria amministrazione”. La punta dell’iceberg sono gli oltre 80mila studenti che lo scorso anno sono stati bocciati per troppe assenze e una dispersione scolastica in aumento. L’Italia detiene saldamente il primato in Europa: il 12,7% dei minori non arriva al diploma.

Cresce la consapevolezza ma non l’autocritica

L’85% del campione intervistato da Demopolis si dice spaventato dallo stato di salute della scuola italiana e c’è consapevolezza che la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità, certo non solo degli insegnanti. Eppure, mentre il Paese appare molto critico sulle derive più estreme del disagio fra i ragazzi, mentre si denunciano fenomeni gravi come il bullismo e la violenza giovanile, che vengono visti come prioritari rispetto ad un’azione decisa per ripensare la scuola, aumentandone l’efficacia e la capacità di “attrazione” per i ragazzi, si fatica e non poco a fare autocritica come genitori, amici e parenti, che hanno arretrato il baricentro della loro azione educativa, quasi sopraffatti dal contemporaneo che avanza, incapaci di stare al passo dei ragazzi. Uno scollamento che supera i confini della famiglia (tradizionale o allargata che sia) per divenire frattura generazionale.

La resa a smartphone e tablet

A tal proposito, un esempio e un dato concreto: genitori e famiglie sono preoccupati dall’invadenza di smartphone e tablet nella vita dei bambini, che ormai sono completamente «dipendenti» da questi dispositivi. Così almeno la pensa il 73% degli intervistati. Paradossalmente, le tecnologie digitali, che sono state l’antidoto principale alle dinamiche di confinamento imposte dall’emergenza Covid-19, oggi si rivelano un limite grave nello sviluppo dei minori e forse anche nell’apprendimento. Il 62% degli intervistati, pensando a bambini e ragazzi, ritiene preoccupante proprio lo scarso apprendimento scolastico, con un dato cresciuto di 9 punti negli ultimi 4 anni. Chiediamoci, però: quanti genitori oggi sono in grado (e con successo) di “educare” i propri ragazzi ad un uso quantomeno regolamentato di smartphone e tablet? Quanti sono i genitori che “consegnano” i propri figli a smartphone e tablet perché non hanno tempo per stare con i ragazzi?

Baby gang: più controlli e più attenzione da parte delle famiglie

Attenzione specifica dell’indagine riguarda il fenomeno delle baby gang. Secondo l’opinione pubblica, per il fenomeno della violenza giovanile servirebbe innanzi tutto un migliore controllo e una conoscenza maggiore dei genitori sulle vite dei figli (75%). Oltre la metà del campione sollecita anche una stretta legalitaria: un più efficace presidio delle forze dell’ordine (53%) e maggiore sorveglianza delle comunicazioni sui social e sulle chat da parte della Polizia Postale (52%). Poco meno di 6 su 10, per contrastare derive violente, suggeriscono la necessità che i minori possano avere accesso più esteso ad attività ricreative, sportive o ludiche fuori dalla scuola.

Pnrr: più risorse per i minori

Da ultimo, un dato di prospettiva. Nella percezione di più della metà degli italiani le risorse del Pnrr per la scuola, e più in generale quelle destinate ai minori, sono insufficienti. E invece servirebbe valorizzare le grandi potenzialità connesse allo sviluppo del Piano, per restituire centralità ai più piccoli ed alla Comunità educante quali legittimi protagonisti dei processi di innovazione del PNRR e del futuro dell’Italia. Investendo in una scuola ripensata e riprogettata con al centro i reali bisogni dei ragazzi (66%), ampliando l’offerta socio-culturale dei territori, con spazi sociali, luoghi di produzione e fruizione artistica e laboratoriale (61%), anche per sperimentare nuovi mestieri (54%). E poi serve puntare su città capaci di rigenerarsi ed aprirsi ai bisogni dei giovani (51%). Serve un nuovo patto di comunità, con i bambini.

Autore articolo

Antonio Martino