Questione demografica. Oltre l’“Assegno unico”

La sfida da vincere è economica e culturale, ad un tempo. Servono bonus e assegni, certo. Ma serve innanzitutto un cambiamento di mentalità. Il passaggio da “famiglia che consuma” a “famiglia che genera”.

Non è la prima volta (e con ogni probabilità non sarà l’ultima) che Papa Francesco metta al centro della sua e nostra attenzione il tema della natalità, sottolineando, ma meglio sarebbe dire denunciando, che è «urgente» e «basilare» invertire la tendenza e rimettere in moto l’Italia «a partire dalla vita, a partire dall’essere umano», come ebbe a dire in occasione del suo intervento agli Stati generali della natalità, promosso dal Forum delle famiglie lo scorso maggio 2021 a Roma.

Papa Francesco, allora come all’Angelus per la festa della Santa Famiglia di Nazaret, lo scorso 26 dicembre, ci ha ricordato, dati alla mano, che la maggior parte dei giovani desidera avere figli: «Ma i loro sogni di vita, germogli di rinascita del Paese, si scontrano con un inverno demografico ancora freddo e buio: solo la metà dei giovani crede di riuscire ad avere due figli nel corso della vita. L’Italia si trova così da anni con il numero più basso di nascite in Europa, in quello che sta diventando il vecchio Continente non più per la sua gloriosa storia, ma per la sua età avanzata. Questo nostro Paese, dove ogni anno è come se scomparisse una città di oltre duecentomila abitanti, nel 2020 ha toccato il numero più basso di nascite dall’unità nazionale: non solo per il Covid-19, ma per una continua, progressiva tendenza al ribasso, un inverno sempre più rigido».

Conosciamo già le cause della scarsa natalità (dati Istat: 15mila nascite in meno nel 2020 e già 12.500 in meno nei primi 9 mesi del 2021): tardivo raggiungimento dell’indipendenza economica e abitativa, carriere che sacrificano la famiglia, scarse politiche di conciliazione famiglia-lavoro, cultura familiare svilita. Senza dimenticare che fare un figlio costa. Come segnala il Forum delle famiglie, in Italia, Paese sviluppato e strategico del G20, il 27% delle famiglie entra nella soglia di povertà relativa alla nascita del terzogenito e il terzo figlio è la seconda causa di povertà dopo la perdita del lavoro. Un figlio è un evento che incide profondamente sull’economia familiare e non stupisce la contrazione di nascite in anni di stagnazione economica che hanno prostrato l’umore e il portafoglio della popolazione.

La denatalità impone dunque di riconsiderare i paradigmi socioeconomici, tuttavia non servono paroloni tecnici per rimboccarsi le maniche. Una comparazione ad ampio spettro permette anche di rinvenire quanto possa essere determinante nel favorire una cultura della natalità (perché è di questo che parliamo) l’efficacia delle politiche a sostegno della famiglia: la certezza di poter usufruire di sussidi e servizi per i propri figli gioca un ruolo fondamentale nel tenere in armonia la condizione di lavoratore con quella di genitore. E da questa considerazione potrebbe partire una riflessione più ampia sulla famiglia, perché oggi in Italia uno dei fattori che contribuisce a dissuadere molti giovani dalla scommessa su una famiglia propria è la configurazione stessa della famiglia come uno svantaggio: legarsi in un tempo di cose effimere, assumersi la responsabilità di una nuova creatura davanti a modelli politici, istituzionali e sociali che fanno la corsa alla deresponsabilizzazione, darsi una regola di vita mentre il mondo viene deregolamentato; tutto questo appare sconveniente, anacronistico, forse addirittura inutile.

La sfida da vincere è economica e culturale, ad un tempo. Servono bonus e assegni, certo (anche se in verità è ancora ben poco quello che la politica ha deciso di destinare alle famiglie, “Assegno unico” compreso, sebbene si apprezza la discontinuità culturale rispetto al passato). Serve innanzitutto un cambiamento di mentalità, di priorità da parte di tutti, singoli e comunità. Il passaggio da “famiglia che consuma” a “famiglia che genera”. Non è una trasformazione da poco. Per i credenti è ricordarsi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Evangelii gaudium, 66); che il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. Insomma, c’è bisogno da parte delle famiglie di una nuova generatività e creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo di Dio nelle nostre società e nella Chiesa.

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Autore articolo

Antonio Martino