Un mese fa, la GMG di Panama. Un canto di vita

Que alegria cuando me dijeron…

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di Tony Drazza* - «Que alegria cuando me dijeron…»: ancora oggi mi capita di canticchiare le parole del canto iniziale della Messa di chiusura della Gmg di Panama. Se avete tempo e voglia vi consiglio - se non l’avete già fatto - di andare su Youtube e ascoltarlo, e sentirete la grande allegria che si respirava quella mattina al Metro Park, il luogo della Messa finale.
Come ogni incontro mondiale dei giovani, anche la Gmg di Panama porta nel mio cuore, e di tutti coloro che hanno partecipato, emozioni forti, pensieri, profondità che possono capirsi solo quando torni alla normalità. Allora per questo ho preso tempo prima di scrivere qualcosa. Mi sono concesso la lentezza di capire al di là di foto, video, racconti cosa fosse rimasto nella mia vita di prete e cosa è bene (lo dico con tanta delicatezza) custodire per vivere una vita con la stessa intensità di quei giorni.
Quattro cose, dopo aver scandagliato il cuore e scovato le preziosità dell’esperienza, mi sento di condividere: la preparazione, il cammino, l’allegria e la gentilezza.
Come ogni cosa bella che si rispetti è necessaria una preparazione accurata, quasi maniacale. Per fare un viaggio del genere, in un tempo per noi particolare - gennaio è tempo pieno di lavoro e studio -, è importante riuscire a liberare il cuore da tutte le cose che lo tengono occupato e preoccupato. È importante lasciare libero il cuore e capire perché hai scelto di fare il viaggio; perché hai deciso di piantare tutto e “spararti” un viaggio di 10mila Km in pieno tempo lavorativo. Sono domande che rimangono nel cuore ed è necessario ora con un po’ di tranquillità poter rispondere. Per la profondità non basta rispondere più: “perché mi andava” o “perché sono riuscito a chiedere le ferie o a sistemare i corsi all’università”, non bastano più queste risposte, che sono vere ma anche superficiali (e scusami se mi permetto). Ognuno di noi dovrebbe riuscire a cogliere dentro le nostre scelte, dentro la nostra preparazione, nelle nostre organizzazioni che c’è qualcosa in più che spesso dimentichiamo di considerare: io, tu siamo arrivati a Panama perché, oltre la nostra organizzazione, Dio ci ha voluti lì. Siamo arrivati a Panama non perché abbiamo organizzato tutto, ma perché qualcuno ha smosso qualcosa di forte nel cuore. Siamo stati alla Gmg perché Dio doveva parlare al nostro cuore, al mio di prete e al tuo di giovane. Ed è qui che si scopre la grandezza del viaggio, altrimenti resta solo una bellissima vacanza.
La prima risposta a questa chiamata è il cammino. Spesso le nostre risposte sono fatte di cammini, di passi qualche volta incerti e altre volte più sicuri, ma sempre per primi si muovono i passi e poi le parole. È bellissimo pensare che ogni nostro cammino cominci con i passi e non con un discorso. E in questo caso il cammino era davvero lungo, quasi dall’altra parte del mondo. Abbiamo tutti camminato tra le strade di Panama, calde e assolate, abbiamo spesso alzato gli occhi per ammirare i grattacieli e anche abbassato lo sguardo per accarezzare le baraccopoli (distonie delle grandi città). La chiesa in uscita che papa Francesco porta nel cuore e fatta di cammini, di passi, di incontri nei luoghi più lontani. Essere l’”adesso di Dio” passa dalla nostra capacità di metterci in cammino, di non avere paura di raggiungere ogni uomo, nel suo posto di vita, può essere l’ultimo piano del grattacielo come l’ultima baracca in una via buia di Panama.
Siamo chiamati ancora a scoprire l’allegria. Dovremmo forse avere il coraggio di fare una rivoluzione dell’allegria. In quei giorni della Gmg abbiamo visto la gente allegra, sempre con il sorriso sulle labbra, molto disponibili ad accogliere l’onda umana che in quei giorni ha “stravolto” la città. Mi rimane nel cuore la messa celebrata, la prima. quella della domenica del mio arrivo nella parrocchia che poi avrebbe ospitato tutti i pellegrini italiani. Ho visto moltissime persone celebrare con allegria, con il cuore trasportato dalla bellezza del momento, con il desiderio sul volto di fare festa con la persona vicina. L’allegria non è, sono certo, il far finta di niente rispetto ai problemi della vita, l’allegria mi sembra un modo di guardare alla vita, anche se segnata dalla sofferenza, con qualche speranza.
Per finire vorrei riuscire a descrivere la gentilezza del popolo panameňo. La gentilezza, il tono di voce sommesso, il “mucho calor” ogni volta che dicevamo grazie, mi ha portato il cuore a livelli di guardia. Tutta la nostra vita, la nostra capacità di annuncio del Vangelo, ne sono certo, parte dalla gentilezza e non dalla forza o dalla capacità. Il Vangelo ha bisogno di essere annunciato con gentilezza, sottovoce perché solo così il cuore diventa accogliente.
Hasta maňana Panama e grazie per la tua gentilezza!

*Assistente centrale per il Settore giovani di Azione cattolica