Venti anni fa il G8 di Genova

Quando il ricordo diventa speranza

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di Gigi Borgiani* - Sì, il ricordo diventa speranza quando si risvegliano coscienze e responsabilità.
Del 2001 ricordo due eventi che hanno visto Genova protagonista. A maggio l’Adunata nazionale degli alpini e a luglio (19-22) il G8. Il primo una grande festa di amicizia, di fiducia, di solidarietà, di abnegazione e di pace significata dallo spirito che da sempre ha contraddistinto il corpo degli alpini. Il secondo consumato in tragiche giornate intrise di insensata violenza. Violenza che si poteva evitare se fosse davvero prevalsa la volontà di dialogo e di ricerca di un “mondo migliore possibile”. Questo slogan che in quei giorni voleva essere il simbolo di un futuro più giusto è stato cancellato dalle urla di gruppi affamati di violenza, offuscato dai fumogeni che hanno screditato un movimento desideroso di generare un cambiamento che già allora era ritenuto indispensabile ed urgente.  Fumogeni che hanno fatto comodo anche ai potenti (o meglio ai prepotenti) della terra che in sede ben separata, lontani da una realtà che pur nel caos manifestava in lunghissimi e sinceri cortei la voglia di cambiamento, hanno potuto dedicarsi a discutere delle grandi questioni dell’umanità senza però approdare a soluzioni che in qualche modo potessero incrociare quanto richiesto e sperato dall’umanità.

E il nulla di fatto, salvo qualche risicato progresso, è oggi evidente se siamo spettatori inermi di un degrado (ambientale, sociale, economico, morale) che in questi venti anni ha proseguito la sua corsa verso l’insostenibilità e la diseguaglianza. A venti anni di distanza siamo ancora ad invocare le questioni irrisolte di sempre: contrasto alla povertà e ai cambiamenti climatici, migrazioni, istruzione, nuove politiche di welfare. In quei giorni anche da parte del cosiddetto mondo cattolico si sottolineava l’introduzione di strumenti per limitare le speculazioni finanziarie (Tobin tax); di diritto alla salute e della necessaria riforma delle politiche pubbliche. Una richiesta di ascolto e di confronto confusa e assimilata a chi ha fatto prevalere il discredito. Tutti pacifisti, tutti violenti! Ma negli occhi abbiamo ancora il lungo corteo composto anche da tante famiglie con i loro passeggini che si sono aggregate per le strade di Genova o che hanno partecipato ai momenti di confronto e di preghiera lontano dal rumore di fondo. In quei giorni anche a seguito della campagna giubilare per la cancellazione del debito dei paesi poveri si respirava la consapevolezza invitante per una vita sobria, fatta di condivisione delle povertà; la scelta del volontariato per costruire un villaggio davvero globale; la partecipazione coraggiosa alla vita politica, come forma privilegiata di carità sociale. Oggi più che mai vogliamo gridare che un mondo migliore è possibile. Ma occorre davvero quella conversione ecologica indicata da Papa Francesco nella Laudato si’. Giova ricordare il pressante “non basta” che come un ritornello suona ed esprime una sollecitazione a reagire, ad assumere le responsabilità che ci competono.

Non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. (LS 160)
Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. (LS 194)
Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida. (LS 197). La coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini. (LS 209)
Non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria. Perché Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie. (LS 219)

Il ricordo diventa futuro, diventa opportunità di speranza se genera non propositi vani ma impegni decisi. Un’occasione persa non significa rassegnazione o rinuncia.

Il ricordo di giornate cupe può essere la spinta per andare oltre. Questo lo possiamo fare se sappiamo cogliere le opportunità del tempo presente. Venti anni non hanno cancellato questioni globali e vitali. Certamente non vogliamo che certi fatti si ripetano, ed è per questo che ci impegniamo per una storia nuova. La nostra reazione da un lato deve radicarsi in processi di conversione e dall’altro deve promuovere quella cultura degli incontri e della cura capaci di passare dall’indifferenza alla vicinanza, dall’individualismo all’amicizia sociale, dalla preoccupazione alla “occupazione” di quegli spazi che dobbiamo aprire e condividere con tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’umanità. Dobbiamo occuparci di più del quotidiano di chi, in vari modi, è escluso, è ai margini ma anche di chi può dare di più, di coloro che si voltano dall’altra parte per pigrizia e per quieto vivere. Non spinge verso questa sfida l’analogia che rileviamo tra Laudato si’ e “Agenda 2030”? I diciassette obiettivi che compongono l’agenda concepiti come inscindibili, pensati in modo da combinarsi tra loro e interagire cercando di tenere insieme le questioni economiche, sociali e ambientali non riflettono quel “tutto è in relazione” di cui ripetutamente il Papa scrive nella Laudato si’? Abbiamo principi, spunti e competenze e soprattutto una carica umana e motivazionale che ci mette in condizione di accettare la sfida. Passare dal pensiero all’azione; dalla chiusura e dalla consolazione del nostro mondo rifugio all’apertura e alla condivisione che ci chiede di mettere in gioco la gioia del Vangelo.

Se la citata “Agenda 2030” si presenta come una grande opportunità per lo sviluppo umano sostenibile, è imminente l’appuntamento della “Settimana sociale dei cattolici” che non vuole essere un appuntamento accademico, ma con il contributo di noi tutti deve essere un punto di partenza per il “pianeta che speriamo” e di cui ci prediamo quotidianamente cura nella semplicità dei gesti, nella forza della denuncia, nella capacità di stare accanto, in amicizia con tutti perché la storia dagli errori e dalle omissioni impari la fraternità universale.

Tra venti anni quelle che oggi chiamiamo le nuove generazioni ci ricorderanno come segni e generatori di speranza o come gli stanchi spettatori di un mondo in declino o tristi viandanti che non hanno saputo riconoscere Colui che ha affidato la cura della casa comune?

*Direttore Fondazione Auxilium, già Segretario generale dell’Ac