Ruolo (e responsabilità) degli attori della politica e della società civile

Quale futuro per la democrazia?

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di Matteo Truffelli* - Interrogarsi sul futuro delle odierne democrazie, in effetti, sembra contenere in sé innanzitutto la domanda più radicale, cioè se la democrazia abbia un futuro. Può apparire una provocazione estrema, ma non una domanda retorica: sappiamo infatti che proprio quando iniziamo a dare per scontata la democrazia, a considerarla una conquista ottenuta una volta per tutte, ne mettiamo in discussione la sopravvivenza o, quantomeno, il corretto funzionamento, al di là del mantenimento formale dei suoi istituti. La democrazia invece ha bisogno di essere costantemente difesa e promossa, perché è un meccanismo delicato e complesso, che ha bisogno di essere costantemente custodito e sempre nuovamente rafforzato: ogni stagione politica e ogni generazione di protagonisti politici e di cittadini, po­tremmo dire, dovrebbero avvertire il dovere di far “rinascere” la democrazia, ridarle nuova energia, nuovo vigore e, al contempo, radicarla nuovamente nel cuore di chi l’ha ricevuta in dono dalle stagioni e dalle generazioni precedenti. È una responsabilità che appartiene a tutti: agli uomini e alle donne chiamati a interpretare un ruolo politico e istituzionale, ai commentatori e ai comunicatori che devono raccontare e spiegare le dinamiche in atto, a tutti i cittadini, di qualunque schieramento. Perché la democrazia ha bisogno di nutrirsi sempre di nuovo di partecipazione, di consenso e, al contempo, ha bisogno anche che si rigeneri costantemente un patrimonio fatto di principi condivisi, di senso delle istituzioni, di accettazione delle regole, di conoscenza e rispetto delle forme, dei tempi e anche delle debolezze della dialettica democratica.

Difendere e promuovere la democrazia significa anche, del resto, riconoscere e accettare i suoi limiti. Significa fare i conti con la fatica di tenersi informati e di accettare il confronto, con la necessità di una partecipazione appassionata e disinteressata, con la pazienza che i meccanismi di esercizio del potere e di controllo e limitazione di esso richiedono ai propri cittadini, e anche con l’inevitabile impossibilità di ri­solvere tutti i problemi di cui la politica è chiamata a farsi carico. E proprio per questo implica anche avere la consapevolezza che, come ogni sistema complesso, anche la democrazia ha bisogno di manutenzione. Custodire la democrazia non vuol dire “congelarla”. Al contrario, implica la necessità di una continua revi­sione, per consentire alle istituzioni di rispondere nella maniera più adeguata alle istanze che si generano progressivamente. La società evolve, cambiano i problemi, variano la dimensione e la portata dei processi economici, culturali, scientifici ed etici con cui occorre misurarsi: è inevitabile che debbano cambiare anche forme, priorità e assetti dei sistemi democratici.

Bisogna saper guardare a queste trasformazioni in maniera critica, senza nascondere gli aspetti che ge­nerano preoccupazione, a volte vero e proprio allarme, ma non in maniera pregiudizialmente chiusa a ogni cambiamento. Occorre invece esercitare un forte senso storico, per cercare di capire se i cambiamenti in corso vanno o meno nella direzione di una più adeguata realizzazione dello scopo per il quale la democrazia moderna è nata e in forza del quale rappresenta ancora un faro di speranza per l’umanità: dare voce, diritti, forza a chi ha meno possibilità, a chi non ha i mezzi economici e gli strumenti culturali per far valere le proprie ragioni, a chi è nato nella parte “sbagliata” del Paese o del globo terrestre, a chi è vittima di ingiustizia, discriminazione, sfruttamento. È questo il metro con cui valutare i cambiamenti e le tendenze presenti nella realtà politica dei nostri giorni.

Non si può negare che le trasformazioni che sono sotto i nostri occhi sembrano, in molti casi, andare nella direzione di una erosione del costume democratico e dell’indebolimento delle istituzioni, a favore di fenomeni che sembrano rispondere a spinte disgregatrici e, talvolta, potenzialmente violente. Si tratta di aspetti problematici della realtà del nostro tempo, che non vanno sottaciuti per timore di apparire “di parte”, ma al contempo non possono essere semplicemente demonizzati, perché espressione, evidente­mente, di tensioni che attraversano in profondità la nostra società, la cultura del nostro tempo, l’esistenza e il sentire delle persone.

C’è bisogno allora di guardare alle attuali difficoltà attraversate dalle democrazie occidentali e ai processi profondi che sono all’origine di esse con consapevolezza critica, non con atteggiamento di distacco e superiorità: si tratta di comprendere le questioni sul tappeto, ancor più che giudicarle, per poter capire come orientarci dentro l’orizzonte della realtà e tentare di indirizzare i processi in atto verso la maturazione di una vita democratica più solidale e libera, invece che più timorosa e autoritaria. Per questo è importante partire con serenità dagli elementi di crisi, soprattutto quelli che hanno a che fare con la diseducazione dei cittadini alla democrazia e la disillusione di tanti nei suoi confronti, per comprendere come incidere su questi processi.

Emerge allora una duplicità di piani su cui si gioca la possibilità che anche in una stagione apparentemente così difficile e crepuscolare come la nostra possa realizzarsi una reale rigenerazione della democrazia. C’è innanzitutto una responsabilità degli attori della politica e del confronto pubblico: esponenti politici, uomini delle istituzioni, partiti e movimenti, organi di informazione, soggetti economici, intellettuali, tutti chiamati a mantenere un atteggiamento tale da rinforzare invece che corrodere le forme e la sostanza della democrazia. Chiamati, ciascuno per la sua parte, a un rigurgito di consapevolezza, di senso di responsabilità, che li aiuti a ricordare che ai protagonisti della scena pubblica è chiesto di mostrare un comportamento, un linguaggio e un senso delle istituzioni che possa essere di esempio, e non diseducativo, per i cittadini. Ma ci sono anche responsabilità che “competono a noi”: alla società civile, al tessuto dell’associazionismo e del volontariato, al mondo della scuola e della cultura e, per quanto riguarda in modo specifico l’Azione cattolica italiana, alla realtà ecclesiale. Si tratta innanzitutto del dovere di concorrere alla formazione di cittadini consapevoli e generosi, capaci di una partecipazione appassionata e critica alla vita democratica. E al tempo stesso si tratta della responsabilità di una interlocuzione seria e responsabile con le istituzioni, con le forze politiche e con le tante realtà sociali presenti nel paese per concorrere, insieme, alla maturazione di una cultura e di un’attitudine democratica diffuse. E infine c’è la responsabilità di un’azione costante di controllo e limitazione dei protagonisti della politica, che spetta a tutti i cittadini, ma che forse spetta in maniera particolare a quelli tra loro che, come gli aderenti di Ac, decidono di associarsi per concorrere insieme al bene.

Su ciascuno di questi aspetti ci si potrebbe soffermare a lungo, ma non è questa l’occasione. Mi limito a rimandare, in questo senso, alla riflessione che l’Azione cattolica ha cercato di tracciare negli ultimi anni, insistendo sulla necessità di creare occasioni e spazi di informazione, di formazione e di confronto in un contesto sociale e politico che sembra sempre più restio a misurarsi con i reali contorni delle questioni presenti sul tappeto, preferendo dividersi su ogni cosa in schieramenti pregiudizievolmente e ideologicamente contrapposti, e sulle tante forme di partecipazione concreta alla costruzione del bene comune che anche una realtà come la nostra può e deve sperimentare (1). Sono tutte responsabilità che sentiamo nostre, e che ci chiedono di non smettere mai di promuovere una “cultura della democrazia”, anche attraverso strumenti come questo volume. Un compito da portare avanti nella consapevolezza che, anche se non può rimanere il solo, è questo un modo fondamentale per contribuire a far sì che la democrazia abbia un futuro.

(1) Cfr. M. Truffelli, La P maiuscola. Fare politica sotto le parti. Un dialogo con il Presidente dell’Azione Cattolica, a cura di G. Anni, Ave, Roma 2018.

*Presidente nazionale dell’Ac – docente di Storia delle Dottrine politiche all’Università di Parma –
Il testo è tratto dalla prefazione al volume Per il futuro delle democrazie (a cura di Gian Candido De Martin), editrice Ave, Roma 2020.