LA STORIA DELL'AC

La parola

Una scuola che cura, una scuola da curare

di Ilaria Vellani

La scuola è un’esperienza che coinvolge tutti, o perché si è già concluso il proprio periodo scolastico, o perché lo si sta ancora svolgendo, o perché qualcuno dei nostri cari (figli, nipoti, amici, ecc.) lo sta vivendo. In ogni caso l’obbligatorietà ne fa un’esperienza trasversale. Da un lato, quindi, la scuola è qualcosa di cui tutti possono parlare, ma dall’altro non è detto che tutti ne comprendano le dinamiche profonde e problematiche. A volte i discorsi sulla “scuola” tendono ad assomigliare a quelli che trasformano tutti in allenatori di calcio in occasione del Mondiali.

Gli anni interessati dalla pandemia hanno contribuito a spostare l’attenzione del dibattito pubblico sulla scuola, almeno per un po’ di tempo. Ma questa attenzione è presto scaduta in riflessioni generiche o semplificatorie. Ed è proprio la semplificazione il pericolo più grande. La scuola è un tema complesso, diversificato, mutevole perché si incarna nei contesti sociali più diversi, dentro le pieghe delle vite delle persone che in essa sono coinvolte: studenti, insegnanti, genitori, personale educativo, ecc. La scuola è certamente un’istituzione in cui il peso e il ruolo delle persone che la abitano determina molto della forma che essa assume nell’esperienza di ciascuno.

Ed è proprio questo lo snodo fondamentale: da un lato c’è l’istituzione, ci sono le forme, le strutture; dall’altro ci sono le persone. Per far funzionare bene la scuola serve curare entrambi questi due polmoni.
Nei contributi della presente traccia si mostra il ruolo che la nostra Carta costituzionale attribuisce alla scuola e il modo in cui si è tentato di dare realizzazione al dettato costituzionale; si affronta una riflessione spirituale sulla scuola, il modo in cui lo stesso papa Francesco ne ha riconosciuto l’importanza per l’esistenza di ciascuno; si analizzano alcune questioni problematiche tra le tante che si potrebbero affrontare.

I discorsi sulla scuola spesso inseguono alcune “mode” che colgono snodi complessi, ma che poi, nella loro concreta attuazione, faticano a diventare un patrimonio davvero condiviso, consolidato e per tutti. Si pensi ad esempio alla riflessione intorno alle nuove metodologie didattiche, all’uso delle Tic (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, delle Lim (Lavagne interattive multimediali), alle classi 2.0 e 3.0, ecc. L’innovazione didattica deve essere avvertita come un pungolo che deve spronare tutti gli insegnanti, ma rischia di diventare solo un’operazione di maquillage.

Un tema che negli ultimi mesi sta coinvolgendo il mondo della scuola, in particolare della secondaria, è quello dell’orientamento come processo strutturato che accompagna gli studenti durante l’intero arco dell’istruzione secondaria e non semplicemente come progetto da collocarsi alla fine dei due cicli ridotto alla pura e semplice scelta o della scuola secondaria di secondo grado, o del percorso universitario o lavorativo. L’idea è quella di strutturare dei percorsi con un monte-ore definito, con personale dedicato (i docenti tutor e il docente orientatore) e formato, che accompagnino gli studenti nella maturazione di una propria auto-valutazione e della propria capacità di scegliere il proprio percorso di vita.

Un dato da non sottovalutare è quello che riguarda gli investimenti economici per la scuola: essi comportano conseguenze sulle scelte formative riguardanti il futuro di molti giovani che forse non avranno più altri contesti di maturazione.

Provocatoriamente si potrebbe affermare che alla scuola vengano deputati tanti tipi di formazione della persona (educazione alla cittadinanza, alla legalità, stradale, sessuale, all’orientamento) che nessun altro luogo fornisce più. Rimane da chiedersi se questa quantità di obiettivi tra loro distinti sia un bene per la scuola, per i ragazzi, per la società: in altri termini, ogni ragionamento sulla scuola non può prescindere da una riflessione sul suo ruolo nella società di oggi.

Quanto al personale scolastico, e in particolar modo alla condizione dei docenti, il discorso diviene estremamente complesso e richiederebbe una riflessione sistemica: la riflessione sulla condizione economica dei docenti, sul loro riconoscimento sociale, sulla loro formazione iniziale e permanente, si unisce alla considerazione circa la carenza di docenti di ruolo, per cui ogni anno fino ai primi di settembre mancano decine e decine di insegnanti, con la conseguenza che diventa difficile strutturare una scuola se ogni anno circa 1/3 dei docenti cambia.
A questo complesso quadro si aggiunge la carenza di dirigenti scolastici che genera macro-reggenze difficili da gestire per chiunque e che non permettono una stabilità nell’organizzazione scolastica; per non parlare della carenza di docenti di sostegno preparati e stabili per cui gli studenti che ne avrebbero bisogno spesso cambiano insegnante ogni anno o più volte all’anno, pregiudicando così l’inclusività reale della scuola e la possibilità per tanti ragazzi e ragazze di vivere un percorso scolastico serio e formativo. Insomma si è davanti a un dedalo di problemi. Il sistema di reclutamento e di formazione dei docenti cambia vorticosamente; il calo demografico che viene sempre paventato, invece di diventare un’occasione per avere più personale, si sta trasformando in un motivo per giustificare nuovi tagli.

Sulle pagine dei nostri giornali poi, immancabilmente in estate, non sono mancate le giuste polemiche per i tanti mesi di sospensione scolastica che, da giugno a settembre, non consente a ragazzi e ragazze di poter fare riferimento a un luogo formativo, aggregativo, amicale per tutti, ma che piuttosto obbliga le famiglie ad affidare i figli a nonni, babysitter, centri estivi costosi. L’organizzazione del tempo scolastico andrebbe sicuramente ripensata: il modello sociale su cui si è costruita non esiste più; non siamo più l’Italia del secondo dopoguerra. Ma una riorganizzazione del tempo scolastico, naturalmente, non può prescindere da interventi sulle strutture: gli edifici scolastici – ad esempio – dovrebbero essere oggetto di radicali migliorie, non solo nell’ottica di implementarne la sicurezza, ma anche per renderli frequentabili con le alte temperature estive.

Insomma, è chiaro che il mondo della scuola presenta non solo tante ricchezze ma anche tantissime criticità (altri temi problematici – oltre a quelli appena evidenziati – sono ad esempio l’abbandono scolastico, la qualità degli apprendimenti, la comparazione con altri sistemi scolastici di altri paesi), ed è altrettanto chiaro che nessuna rigenerazione della nostra società e della nostra democrazia possa essere realizzata senza un sistema scolastico di qualità, che valorizzi il merito senza lasciare indietro nessuno; una scuola – in altri termini – che si prenda cura di tutti.

Pensare la scuola in modo sistemico, cioè complesso e articolato, è forse l’unico difficile modo per immaginare qualche percorso possibile; non bisogna credere di avere la soluzione a portata di mano, ma è necessario avere il coraggio di avviare dei percorsi e di valutare nel tempo la loro efficacia, procedendo, ove necessario, agli opportuni aggiustamenti ed evitando approcci ideologici.

Forse anche per la scuola, come per la democrazia, occorre un lavoro paziente e artigianale, che in fin dei conti è quello che gli insegnanti provano a fare giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Ilaria Vellani

Ilaria Vellani

Insegnante, componente del Consiglio scientifico dell’istituto Bachelet.