LA STORIA DELL'AC

Home » Parole di Giustizia e di Speranza » Scuola » Focus e interrogativi » Reclutamento e retribuzione

Reclutamento e retribuzione

Insegnare:
una faticosa missione

Un’ora di lezione può cambiare la vita.
(M. Recalcati)

PRO-VOCAZIONE

Insegnare agli insegnanti come creare la magia

PER RIFLETTERE

Quella riguardante la formazione degli insegnanti è una questione atavica e divisiva, una problematica affrontata da tutti i ministri della Pubblica istruzione che si sono succeduti ai governi e mai risolta in maniera soddisfacente per tutti gli operatori del mondo della scuola.

Oggi «anche alle maestre e ai maestri (di maestri maschi ce ne sono troppo pochi) è richiesta una laurea passando per una serie di insegnamenti socio-psico-pedagogici, oltre che per un vero tirocinio.
Anche agli insegnanti dei cicli successivi farebbe bene conoscere, oltre alla materia insegnata, anche una buona dose di socio-psico-pedagogia e, soprattutto, un intenso tirocinio nella scuola, sotto la guida di insegnanti formatori esperti e selezionati.
La loro selezione presuppone sistemi di valutazione.
[…] Gli insegnanti di tutti i cicli e di tutte le materie non si formano solo nelle aule universitarie, ma devono essere addestrati sul campo. Introdurre la figura di insegnante-formatore dovrebbe essere un modo per introdurre una tappa nel percorso di carriera e soprattutto un modo per valorizzare una risorsa straordinaria e cioè la presenza nella scuola di una quota non esigua di insegnanti eccellenti che potrebbero efficacemente trasmettere la loro esperienza e il loro sapere alle nuove leve di colleghi più giovani alle prime esperienze».

Non si apprende dai libri come entrare in una classe, spesso numerosa, come catalizzare l’attenzione di tanti ragazzi, tutti diversi, con problematiche diverse, con background diversi. Quindi chi vuol “essere insegnante” e non solo “fare l’insegnante”, deve fare proprio l’obiettivo della “cura educativa” nei confronti degli studenti; non bastano dunque gli studi universitari delle discipline specifiche, ma bisogna formarsi anche con i sopracitati studi di socio-psico-pedagogia, con studi per apprendere stili comunicativi idonei, e con la “pratica sul campo”.
I concorsi che valutano i futuri insegnanti solo per l’aspetto nozionistico servono a poco perché non sono formativi. Senza dimenticare che la formazione deve essere continua, perché cambiano i tempi, le generazioni, i bisogni dei ragazzi e le strategie per accompagnarli nella crescita.
Inoltre, problema sempre più diffuso e sentito nel corpo docente è la gestione delle classi difficili e, più in generale, il mantenimento della disciplina che richiede l’applicazione di strategie da apprendere sul campo.
Un articolo di «Focus Junior» del 4 dicembre 2019 riporta i risultati di una ricerca del CeDisMa (Centro studi e ricerche sulla disabilità e marginalità) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, risalente al periodo ante Covid. Lo studio rivela che «il docente impiega all’inizio dell’anno quasi due mesi e mezzo per creare un adeguato clima in classe, mentre vent’anni fa bastavano poco più di due settimane. E il cambiamento dei ragazzi si nota nel comportamento irrispettoso verso le regole (68%), seguito da fragilità emotiva, disattenzione, irrequietezza, facilità ad annoiarsi, fino ad arrivare al comportamento irriguardoso verso docenti e compagni (22%)». Oggi, nel periodo post Covid, i ragazzi sono ritornati sui banchi di scuola sempre meno scolarizzati, a tutte le età, e la problematica è amplificata. Questi dati non fanno altro che confermare che non basta essere laureati per saper affrontare queste situazioni, ma sono necessari periodi di tirocinio sul campo.

Un’altra questione di notevole rilevanza è quella relativa alla stabilizzazione degli insegnanti. Ormai, spesso, nelle classi vengono cambiati i docenti più volte durante uno stesso ciclo di studi con conseguenze di ogni genere: se è vero che l’insegnante deve instaurare una relazione con i suoi alunni e accompagnarli nella crescita, non potrà seguirli al meglio se cambia classe, o addirittura scuola. Di conseguenza rimane irrisolta la questione che spazia dalle graduatorie ai punteggi, alla convalida di titoli e di corsi che attribuiscono punteggi. Sono aspetti della vita scolastica che andrebbero riformati. Come osserva però anche Marco Bentivogli: «Tutte le riforme richiedono competenza, tuttavia questa costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente. Ad esempio, per migliorare l’istruzione pubblica occorre una politica retributiva che premi l’aggiornamento professionale e l’impegno nella didattica degli insegnanti e assicurare che non vi siano trasferimenti durante l’anno scolastico.
I tentativi in questa direzione sono stati battuti dalle resistenze del sindacato più corporativo e da una politica che non intende rischiare perdite di consensi elettorali». (vedi Don Milani: «Nessuno riforma se stesso», «Aggiornamenti Sociali», maggio 2023, pp. 336-341). Per riformare, dunque, servono «uomini e donne coraggiosi e lungimiranti nella politica e nella società civile» (ibidem).

Non si può non fare riferimento all’annosa questione della retribuzione dei docenti italiani, tra i meno retribuiti d’Europa, una categoria di lavoratori, per luogo comune, con il maggior numero di vacanze.
C’è una parte del lavoro degli insegnanti che, però, nessuno vede: le lezioni preparate a casa, soprattutto alla luce delle didattiche innovative, la correzione dei compiti, l’aggiornamento, i documenti da preparare per ottemperare agli adempimenti previsti dalla burocrazia, le riunioni. Il basso livello delle retribuzioni dei docenti significa non dare riconoscimento, dignità e valore alla professione dell’insegnante: se gli insegnanti hanno il compito di motivare, coinvolgere, prendersi cura de crescita dei ragazzi, allora bisogna valorizzarli adeguatamente e motivarli di più. In questo modo si potrebbe contribuire ad aumentare la qualità della scuola come palestra che forgia alla vita e insegna a diventare adulti. Si potrebbe pensare anche ad incentivi per chi fosse impegnato nella prevenzione della dispersione scolastica e nella lotta contro un fenomeno che richiede sicuramente un dispendio di energie e di tempo che va ben oltre le ore diurne dell’attività didattica.

Ad oggi la carriera degli insegnanti deve fare i conti con altre due figure che negli altri paesi non sono presenti: «la quota molto elevata e crescente degli insegnanti di sostegno per studenti con bisogni educativi speciali (disabili) e la quota di insegnanti a tempo determinato (cioè, precari) o indeterminato (cioè, di ruolo). La seconda distinzione taglia anche trasversalmente la prima, nel senso che ci sono insegnanti di sostegno sia di ruolo sia precari». Continua Alessandro Cavallo, senza però addentrarsi nella questione, dicendo che si tratta di una questione non trascurabile da parte del governo, perché se è vero che «l’Italia è all’avanguardia nell’educazione dei soggetti disabili […] la pletora degli insegnanti di sostegno non appare la soluzione migliore e, sull’altro versante, il rischio di una protratta precarietà non attira certo i professionisti migliori» (vedi Lo Stato della scuola, «Il Mulino online», 9 gennaio 2023).

Quale formazione è veramente formativa per gli insegnanti oggi?

Da chi e come gli insegnanti possono essere affiancati per svolgere appieno la loro funzione educativa?

Quanto e come una retribuzione adeguata incide sulla motivazione e sul lavoro degli insegnanti?