LA STORIA DELL'AC

Merito e abbandono scolastico

Coltivare la bellezza dell’apprendimento

«Il merito» non indica quindi «la prestazione» ma «la parte/cura» da dare a ciascuno e che non è la stessa per tutti.
(A. D’Avenia)

PRO-VOCAZIONE

La scuola – Gli scrutini di Daniele Luchetti, Italia 1995

PER RIFLETTERE

Il merito richiama il riconoscimento pubblico dei risultati raggiunti, l’attribuzione di un premio in seguito a un risultato raggiunto o un lavoro svolto.
Anche la nostra Costituzione all’art. 34 recita che «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».
La valutazione degli apprendimenti resta un nodo fondamentale sempre problematico nel mondo della scuola. Se la scuola utilizzasse solo questo concetto di merito, cioè soffermandosi solo sul raggiungimento dei risultati, rischierebbe di essere poco inclusiva. Infatti, purtroppo, ancora oggi, in larga parte, molti alunni, già in partenza svantaggiati o più fragili per contesto sociofamiliare o per capacità personali, rimangono comunque indietro secondo una logica di merito oggettivo.
A un secolo dalla nascita di don Lorenzo Milani, scrive Milena Santerini su «Avvenire»: «Il sistema scolastico italiano del 2023 […] risponde ancora a due imperativi contraddittori: selezionare i “migliori” da un lato e ascoltare le differenze individuali portando tutti a sviluppare le loro capacità dall’altro. Coesistono questi due modelli antitetici: selezionare pochi (l’immagine ancora attraente del rigore) e far crescere tutti».

Chi vive nel mondo della scuola sa bene che spesso non si può usare lo stesso metro per tutti gli alunni: proprio perché non tutti partono dalle stesse condizioni, bisognerebbe valutare i progressi di ciascuno e questo ovviamente stride con i criteri di valutazione oggettivi, universalmente diffusi e accettati nel mondo della scuola. Bisogna anche pensare che la scuola, in alcuni contesti svantaggiati, rimane l’unico «presidio sociale» (come la definisce Damiano Previtali in un’edizione della «Rivista Lasalliana») e deve rispondere a un compito formativo ed educativo dei ragazzi: in questi casi è ancor più complesso trovare la chiave giusta per districarsi nei sistemi di valutazione.
Scrive Riccardo Larini: «Giudicare è un’attività umana fondamentale, per noi stessi e per gli altri. Formulare dentro di sé, o esprimere, un giudizio di valore, di merito, di approvazione o disapprovazione su qualcosa è importante per trovare motivazioni, assumere decisioni, esercitare un ruolo attivo nella vita e nella società, interagire con la realtà nella speranza di adeguarvisi e forse anche di cambiarla» (I voti? Il nodo cruciale è la valutazione formativa, in «Rocca», 1 gennaio 2023).
Ultimamente il dibattito pubblico è stato particolarmente acceso riguardo al tema della valutazione: al centro la possibilità di eliminare il sistema dei voti poiché considerati fattore di stress e disagio psicologico di una percentuale degli studenti. Ma, alla luce delle parole di Larini, sarebbe interessante riflettere su quanto sia più o meno utile e formativo per gli studenti essere privati di tale sistema di
valutazione.
Fiorella Farinelli scrive, in un articolo dal titolo Si fa presto a dire merito (in «Rocca», 1 dicembre 2022), che «il merito è la carta vincente contro i privilegi sociali, i vantaggi dati dalle relazioni familiari, le rendite di posizione, i favoritismi» elaborando un confronto tra merito e meritocrazia.

In questo contesto si apre anche il dibattito sulle competenze (soprattutto per quanto riguarda l’istruzione superiore): il 2023 è stato infatti scelto come anno europeo delle competenze. Non possiamo però dimenticarci il problema delle disuguaglianze sociali, evidenziato da don Milani, che esortava a non fare «parti uguali tra i diseguali».
Purtroppo, ancora oggi «la scuola italiana non è infatti in grado di ben compensare […] le disuguaglianze di partenza» (F. Farinelli in Si fa presto a dire merito, «Rocca», 1 dicembre 2022); fenomeno dimostrato da più elementi: una buona parte degli studenti che incontrano difficoltà a scuola appartengono a ceti sfavoriti socialmente, e inoltre lo svantaggio scolastico si addensa negli istituti professionali e negli istituti tecnici più che nei licei.
Il problema del merito è anche legato al dibattito sempre aperto sulla valutazione delle competenze, in quanto, se da una parte bisogna adeguarsi agli standard europei delle competenze, d’altra parte dobbiamo chiederci se la scuola italiana adotti gli strumenti corretti per identificare, sviluppare e poi valutare le competenze. Si pensi, ad esempio, alle prove Invalsi, prove che non tengono adeguatamente conto dei contesti territoriali, socioambientali, dai processi di crescita e di apprendimento di ciascun ragazzo. Il concetto di merito non può dimenticare che la scuola ha a che fare con ragazzi e ragazze che devono diventare uomini e donne, cittadini e cittadine, parti attive e consapevoli della società; quindi, non può permettersi di rischiare di abbandonarli a sé stessi, ma deve prendersene cura (sulle tracce del motto di don Milani “I care”), assumendosi le proprie responsabilità, perché deve educare.
L’intero ambiente scolastico dovrebbe dotarsi di «capacità educativa», scrivono Marcello Manea e Davide Toffanin convinti che, nel proprio funzionamento quotidiano la scuola dovrebbe assumere un atteggiamento educativo-preventivo. La scuola è il luogo dove i ragazzi trascorrono la metà o più delle loro giornate, è la loro seconda casa e, in alcuni contesti, è la casa; quindi, non può perdere l’occasione di formarli, farli crescere, educarli al rispetto delle regole e alla gestione delle emozioni, insomma prepararli alla vita. Allora chiediamoci se una concezione del merito solo come selezione dei migliori può anche far correre il rischio di perderli.

Proprio sulla scia di quell’atteggiamento educativo-preventivo, una buona esperienza scolastica […] costituisce un fattore protettivo della salute».
Dove questa salute manca o è difficile da proteggere, «fallimenti e abbandoni scolastici rappresentano seri fattori di rischio» (vedi Come potenziare la capacità educativa di una scuola, in «Animazione sociale», 353 – 2022).
L’abbandono scolastico è una ferita che la scuola e soprattutto tanti insegnanti si portano dentro: secondo il rapporto di Save the children del 2022, ad esempio, il 12,7% degli studenti italiani non arriva al diploma (Sara Fornaro, Insieme per migliorare la scuola, Città nuova, maggio 2023).
Le principali cause di abbandono scolastico sono da ricercare nella provenienza da un contesto sociofamiliare disagiato, oppure nelle mancate accoglienza e inclusione nella classe. In altri casi lo studente non riesce a seguire le attività didattiche della classe e rimane indietro, oppure non riesce a rispettare le regole, magari perché forse nessuno gliene ha mai date, in altri casi ancora sa solo usare l’aggressività per comunicare con gli altri (situazioni che peraltro possono condurre anche verso problematiche di bullismo). L’insegnante dovrebbe sensibilizzare l’intera classe al disagio dei ragazzi “a rischio” e responsabilizzare tutti i compagni, perché l’inclusione sociale è fondamentale. Altra causa alle radici dell’abbandono scolastico, soprattutto dopo il biennio di scuola secondaria superiore, è rilevata da Maurizio del Conte intervistato da Michela Marrocu su «Civic» (Lavorare non è più un “ripiego” se a scuola non ci si vuole più stare): «La causa principale è certamente l’aver avuto un’indicazione errata rispetto al percorso di studi di scuola superiore. Nel nostro sistema scolastico manca infatti un percorso di orientamento realizzato da professionisti che effettuino un colloquio con i singoli ragazzi, valutando i loro punti di forza e debolezza, i talenti e le aspirazioni. Questo confronto in Italia avviene tra le mura domestiche, con il consiglio di amici di famiglia o genitori che riportano le personali esperienze senza però un reale criterio di merito». A tal proposito mi pare utile segnalare una recente proposta del governo contenuta nel Decreto di adozione delle Linee guida per l’orientamento (n. 328 del 22 dicembre 2022), relative alla “Riforma del sistema di orientamento” prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnnrr) con l’istituzione di docenti tutor per guidare gli studenti nell’orientamento.
Tornando alla questione della dispersione nel contesto prettamente scolastico, è chiaro, dunque, che per poter affrontare queste situazioni, però, la scuola e gli insegnanti non possono essere lasciati soli. Oggi sempre più frequentemente i docenti si trovano da un lato a dover affrontare problemi di gestione della disciplina, che si rivelano spesso anticamera di abbandono scolastico e, dall’altro, sono anche assillati dallo svolgimento dei programmi curriculari. Ai docenti la scuola richiede dunque uno sforzo a cui far fronte da soli e che risulta sempre più difficile: dedicarsi a tutto quello di cui ciascun ragazzo avrebbe bisogno, cioè non solo apprendimento e valutazione di conoscenze, ma conoscenza per un accompagnamento della persona a 360 gradi.
Da una parte si potrebbe pensare di seguire dei piani formativi individualizzati per alunni, già esistenti in alcuni indirizzi di scuola, tenendo concretamente conto del percorso di formazione soprattutto degli studenti e valorizzando i punti di forza di ognuno, nella logica che la scuola deve consentire ai ragazzi di scoprire i loro talenti e gli strumenti per valorizzarli. Inoltre, si potrebbe pensare di formare ad hoc i docenti, di aumentare il tempo scuola, soprattutto per recuperare gli studenti in difficoltà sia didatticamente che contestualmente: un ragazzo che vive in ambienti disagiati o addirittura delinquenziali, rimanendo a scuola più tempo potrebbe essere sottratto a influenze negative. In questo percorso, però, i docenti dovrebbero essere affiancati da altre figure, quali assistenti sociali, psicologi, e, perché no, collaborare anche con associazioni di volontari presenti nei territori. La scuola potrebbe fare rete con tutti i soggetti coinvolti.
Scrivono infatti Manea e Toffanin a proposito: «In quanto bene comune crediamo che la scuola non vada lasciata sola, ma debba essere adottata dal suo territorio». (Articoli utili per questa riflessione: M. Manea, D. Toffanin, Come potenziare la capacità educativa di una scuola, «Animazione sociale», 353 (2022) e S. Fornaro, Insieme per migliorare la scuola, «Città nuova», maggio 2023).

Quale concetto di merito è oggi perseguito dai docenti nella scuola italiana?

In che modo la valutazione maggiormente utilizzata dai docenti è volta a riconoscere gli studenti meritevoli?

O sarebbe il caso di ripensare la valutazione in modo tale da rendere tutti gli studenti meritevoli, ognuno secondo le proprie inclinazioni?

I docenti della scuola italiana sono formati adeguatamente per attuare questo eventuale cambio di prospettiva?

La scuola italiana è meritocratica?
Ancora oggi serve una scuola meritocratica?

Quali sono le principali cause dell’abbandono scolastico?
Come la scuola può essere aiutata per ridurre l’incidenza di questo fenomeno?