LA STORIA DELL'AC

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Dalle parole… alla Parola

La scuola dei volti nel villaggio globale

di don Mario Diana

Un pomeriggio soleggiato, 300 mila persone e un raggiante papa Francesco. Era un sabato del maggio 2014 e la Conferenza Episcopale Italiana aveva organizzato un grande incontro in piazza San Pietro: “La Chiesa per la Scuola”. Quel pomeriggio è stato l’espressione della cura per il mondo della scuola e della sua centralità nella vita del paese e della Chiesa. Quella piazza gremita racconta in modo granitico il legame tra queste due agenzie educative e il desiderio profondo da parte della Chiesa di abitare la scuola con profezia.

Le “parole solenni” sulla scuola

Sin dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha voluto evidenziare con chiarezza l’importanza della scuola nella crescita umana, intellettuale e professionale dei giovani. Infatti nella dichiarazione sull’educazione cristiana al n. 5:

Più in generale, nella grande costituzione pastorale sul mondo contemporaneo è stato affermato:

Questi due passaggi del Concilio Vaticano II affermano forse il fulcro centrale del ruolo della scuola: lo sviluppo integrale della persona (cfr. Populorum progressio, 15).

Risulta fondamentale partire da questo grande presupposto per comprendere la responsabilità odierna del mondo dell’istruzione. Ognuno può sognare la scuola come vuole, può immaginarla con i banchi o intorno a un grande tavolo, può usare i libri o gli strumenti digitali, può chiedere pareti colorate o muri sobri, ma ciò che conta è che ogni bambino e bambina, ogni ragazzo e ragazza, ogni giovane uomo o giovane donna possa sentire in quel tempo e in quello spazio l’occasione per crescere, per sognare e per progettare il proprio futuro. Alla base di ogni riforma dovrebbe esserci la consapevolezza e la necessità di permettere a tutte e a tutti di poter progredire.
La stessa Costituzione italiana, in una maniera quasi poetica e spirituale, afferma tra i suoi principi fondamentali:

Una precisazione dovuta

È necessario ricordare come la Chiesa ha da sempre avuto un’attenzione privilegiata per il mondo della scuola: basti pensare a tutte le scuole nate all’ombra dei campanili italiani e dei conventi di ogni angolo del paese. La Chiesa ha profuso un impegno in prima linea per offrire una proposta educativa di alto livello, che potesse formare generazioni di uomini e donne capaci di crescere in modo consapevole.

Molto spesso i pontefici si sono rivolti alle scuole cattoliche; tra le più complete ed esaustive non si possono non citare le parole di san Giovanni Paolo II, il quale, in modo coraggioso e profetico, ricordava: «Un altro tratto distintivo della scuola cattolica, che le proviene dalla storia, è la sua vocazione popolare. Tale indirizzo rimane sempre al primo posto nel pensiero della Chiesa: donare cultura al povero significa dargli la prima libertà e dignità, quella, cioè, di riconoscere la verità di sé stesso come persona, creata ad immagine di Dio, chiamata alla parità dei diritti e dei doveri» (Giovanni Paolo II, Discorso a genitori, studenti e docenti delle scuole cattoliche, 23 novembre 1991).

Tuttavia, non si può parlare soltanto delle scuole nate in ambito ecclesiale: sarebbe riduttivo e miope e potrebbe non rappresentare l’universalità del Magistero, segno visibile di una cura che la Chiesa cerca di incarnare. Al contrario, occorre ribadire che la Chiesa deve rivolgersi a tutta la scuola, perché sia segno di emancipazione e di speranza.

La scuola nel villaggio globale

Nel 2014 papa Francesco ha utilizzato un’immagine molto significativa. che poi ha ripreso in più occasioni, per fare riferimento al mondo dell’educazione; diceva infatti, recuperando un proverbio africano: «Per educare un figlio ci vuole un villaggio» (cfr. Videomessaggio per il lancio del patto educativo, 2019).

Non basta infatti la scuola per poter educare e istruire un bambino o una bambina. La scuola necessita di essere radicata in una comunità attenta alla crescita dei singoli; in particolare, oggi, in un tempo globalizzato occorre immaginare che questo impegno venga affidato al villaggio globale.
La forza prorompente di questa immagine ci dovrebbe interrogare e scuotere! Dovrebbe aiutarci a comprendere il valore comunitario della crescita di un figlio. In questo senso, possiamo individuare alcune attenzioni fondamentali per rendere il villaggio che abitiamo capace di far maturare un uomo o una donna, attraverso la scuola.
Innanzitutto, la scuola dovrebbe essere il luogo in cui scoprire i propri talenti, le proprie capacità e trovare il modo più giusto per moltiplicarli.

La parabola evangelica dei talenti (Mt 25,14-30) potrebbe essere una vera e propria icona di riferimento per il mondo dell’istruzione.

La scuola non può essere soltanto un luogo dove apprendere contenuti e sviluppare competenze; al contrario può e deve costituire un’occasione per scoprire i talenti che si sono ricevuti in dono. Può diventare un luogo dove, a partire dal presupposto che nessuno è nato senza possibilità e senza capacità, si può sperimentare che siamo stati sognati e pensati per portare frutto.

Nessuno è nato senza possibilità senza capacità; siamo stati sognati e pensati per portare frutto.

Si tratta di un presupposto molto significativo; basta immaginare i tanti ragazzi e le tante ragazze cresciuti in contesti svantaggiati del nostro paese, dove tutto sembra essere partito in ritardo o senza destinazione e speranza: le periferie delle nostre grandi città o i piccoli borghi delle aree interne. Allora, la scuola dovrebbe partire “semplicemente” dall’educazione alla ricerca di sé; è quindi necessario garantire che tutti e tutte abbiano le stesse possibilità di crescita e di istruzione, a prescindere dal posto in cui si è nati e si abita.
In questi anni, in cui ho avuto l’occasione di incontrare studenti e studentesse da tutta l’Italia, ho potuto comprendere come non tutti i bambini e le bambine abbiano uno spazio idoneo per compiere il miracolo umano della moltiplicazione dei propri talenti. Alcune scuole sembrano più una prigione che uno spazio di crescita.

«Non possiamo ignorare che non tutti i bambini e le bambine hanno uno spazio idoneo a compiere il miracolo umano della moltiplicazione dei propri talenti; non possiamo chiudere gli occhi innanzi al fatto che alcune scuole sembrano più una prigione che uno spazio di crescita».

Inoltre, nella parabola evangelica troviamo l’invito all’emancipazione, la possibilità di moltiplicare le proprie capacità, i propri talenti. Al dono bisogna sempre rispondere con la responsabilità: spetta a ogni studente e ad ogni studentessa impegnarsi per apprendere e comprendere! Nelle ultime settimane, dopo la scelta del governo di cambiare il nome del ministero, si è tanto parlato del merito nel mondo della scuola. A mio avviso, si tratta di una discussione troppo ideologica per essere presa sul serio: nel dibattito pubblico è come se avessimo da una parte l’elogio dell’eccellenza, dall’altra l’attenzione verso gli ultimi.

Una contrapposizione che non solo non tiene conto della complessità della realtà e delle storie che si intrecciano nelle nostre aule scolastiche, ma che omette di considerare il fatto che – per la nostra Costituzione – valorizzazione del merito e attenzione per chi è più fragile si tengono insieme.
Si tratta, allora, innanzitutto di ridefinire il perimetro della parola merito: nella logica della Costituzione – e ancor più in quella del Vangelo – può abitare la tutela di un merito “egoistico”, che sia solo possesso individuale delle competenze? La domanda è retorica, il merito di cui ci parla la Costituzione – e che abbiamo il dovere di promuovere – è quello della lezione di don Lorenzo Milani («Il sapere serve solo per darlo»), che richiedeva ai suoi studenti il massimo impegno, nella formazione di sé stessi e degli altri.

Don Lorenzo Milani, sacerdote, educatore, fondatore della Scuola di Barbiana.

D’altro canto, non può ignorarsi che per realizzare pienamente un sistema che si prenda cura di chi è rimasto indietro a ogni livello – ovvero un sistema che sia coerente sia con l’art. 3 Cost. sia con il Vangelo – è necessario “cambiare il mondo”: e per cambiare il mondo non bastano solo l’entusiasmo e le buone intenzioni, ma sono necessarie anche solide competenze, sicché promuovere l’eccellenza non è affatto in contrapposizione con la logica di cui sopra.

Forse, per risolvere quest’apparente contrapposizione potremmo sostituire la parola merito con il termine responsabilità, per realizzare una scuola a misura di chi si mette in gioco, di chi ci prova, di chi cerca di puntare al meglio, di chi raggiunge gli obiettivi insieme agli altri. Guardando negli occhi Francesco, un giovane studente di Ragusa, o Giulia, studentessa della Liguria, non possiamo chiedere loro di essere semplicemente meritevoli di qualcosa, ma dobbiamo sostenerli per riconoscersi responsabili del proprio futuro.

Un secondo aspetto che ritengo determinante per la costruzione di una scuola in un villaggio globale dovrebbe riguardare il riconoscersi parte di una comunità. La scuola, con la famiglia e la comunità ecclesiale, sono le prime cellule comunitarie vissute da un bambino o da una bambina.

Sarebbe interessante riprendere tra le mani l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, soprattutto nel passaggio in cui ci dice con chiarezza che dobbiamo andare «oltre un mondo di soci» (cfr. Fratelli tutti, 101-102). Sarebbe interessante approfondire questa possibilità, per rieducarci alla prossimità e alla vita di comunità.

Basterebbe fare un piccolo esercizio di memoria: degli anni scolastici cosa ricordiamo maggiormente?
Quali sono le prime tre immagini che ci tornano alla mente?

Sicuramente ricorderemo dei volti, delle esperienze!
Non ricorderemo prioritariamente le pagine dei libri o i concetti appresi. Ricorderemo la maestra che ci ha fatto innamorare di una materia, il compagno di banco che ci ha aiutato quando non avevamo capito qualcosa, che ci ha supportato nelle difficoltà o anche il collaboratore scolastico che ci faceva sentire accolti di prima mattina quando sognavamo ancora di stare nel letto di casa. Oggettivamente la scuola rimane sempre il luogo delle relazioni. In questo senso, ritengo che non abbiamo ancora profondamente compreso la sofferenza dei ragazzi della “Generazione Covid”, costretti a stare rinchiusi dietro un computer ed essere travolti dai concetti da apprendere sterilmente.

Dobbiamo ammettere che si fa ancora tanta fatica a custodire un clima comunitario nelle scuole, soprattutto a causa della competizione sfrenata tra gli alunni e della scarsa valorizzazione dei docenti.

Capita spesso di ascoltare ragazzi invitati a fare meglio per “superare” un compagno o una compagna.
Come si può non tollerarlo, in una società che cerca la prestazione? Allo stesso tempo, abbiamo docenti che sembrano essere tra i più sottopagati d’Europa; un dato che si unisce alla mancanza di collaborazione da parte di alcune famiglie.
In questo senso, sarebbe importante fare un vero e proprio investimento comunitario sulla scuola.
Educare i ragazzi al passo comunitario più che allo scatto in avanti e riconsegnare ai docenti la dignità di chi spende la propria vita per l’educazione dei più piccoli. Si tratta di un investimento necessario per il futuro della scuola italiana. Non serviranno modifiche di bilancio, solo variazioni di credito e di fiducia.

Un ultimo aspetto determinante per una scuola capace di accompagnare nello sviluppo integrale della persona è l’educazione ad allargare lo sguardo e a saper fare sintesi tra le varie conoscenze.

L’unica maniera per conoscere in modo integrale è sviluppare la capacità di fare sintesi e di stabilire correlazioni tra saperi differenti. In particolare, nella Laudato si’, papa Francesco ci ha consegnato un metodo educativo, un vero e proprio paradigma: «tutto è connesso, tutto è in relazione» (cfr. Laudato si’, 137-155). Può sembrare un aspetto marginale; invece potrebbe essere un cambiamento epocale. Sarebbe stupenda una scuola capace di sconfiggere le parzialità, le visioni ideologiche, i particolarismi: potrebbe essere una vera e propria rivoluzione dialogica. La scuola del terzo millennio dovrebbe sostenere i ragazzi e i giovani nel mettere in dialogo le materie scientifiche e quelle umanistiche, cercando punti di contatto, nel provocare la riflessione sulla relazione tra scienza e fede, nel sollecitare l’incontro tra culture molto diverse e nel saper trovare un proprio punto di vista che sappia tenere insieme le visioni differenti. Il dialogo non è un’arte semplice, ma solo a scuola possiamo apprenderla realmente. Dopotutto, basterebbe fare un giro tra le nostre aule per comprendere quanto siano bravi i nativi digitali a incontrare le diversità, a fare sintesi tra posizioni diverse e a comprendere la bellezza della diversità. Questo non vuole assolutamente essere un elogio dell’univocità e della massificazione, ma il desiderio profondo di abitare un’epoca di incontri e di culture differenti.

Il villaggio globale e l’attenzione personalizzata ai volti

Fino a questo punto ho provato a delineare alcuni aspetti importanti per vivere una scuola che sappia educare allo sviluppo integrale della persona in un villaggio globale. Ci hanno sostenuto le parole della Sacra Scrittura e le parole del Magistero della Chiesa, soprattutto quelle di papa Francesco.

Abbiamo iniziato questa riflessione dall’immagine di una piazza San Pietro stracolma intorno al papa; mi piace concludere con un’altra diapositiva, meno solenne: la scuola di Barbiana, una Chiesa dimenticata sul monte Giovi. Non si può parlare di scuola in Italia senza “salire a Barbiana”. Non si può immaginare una riforma della scuola senza rileggere don Lorenzo Milani. Quest’anno festeggiamo il centenario dalla sua nascita e dovremmo realmente elevare un inno laico di lode per il bene incalcolabile che ha donato alla scuola italiana. In un tempo di classismo, il priore di Barbiana ebbe il coraggio di dire che: «Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati» (don Lorenzo Milani).

La scuola, invece, doveva e deve essere come un ospedale capace di cura, di prendere per mano, di scuotere, di rimettere in piedi, di dare nuova dignità, di dare speranza.

Si potrà anche parlare di merito, di efficienza, di competenze; potremo anche parlare lingue straniere e padroneggiare i linguaggi digitali, ma se la scuola non sarà un luogo e un tempo in cui nessuno rimane indietro, questa avrà risposto alla sua vocazione educativa o avrà invece fallito la propria principale missione?

Per consultare i documenti citati:

Mario Diana

Sacerdote della diocesi di Bari, è assistente nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica e consulente CEI presso Confcooperative Nazionale.