LA STORIA DELL'AC

La parola

Perché (non purché, né finché) duri

di Luca Alici

La famiglia è una pro-vocazione continua: lo è per la società, lo è per due innamorati, lo è per un figlio e una figlia, lo è per ognuno, personalmente. Proprio per questo non è un monolite, ma neppure un liquido; non ha un libretto di istruzioni, ma neppure si riduce a prodotto con la data di scadenza. Appare persino “condannata” a un paradosso: quando è sicura di sé, rischia di mascherare falsi equilibri e ingiuste gerarchie; quando è in crisi, appare come qualcosa di non definibile se non a disposizione delle singole volontà. E allora?

Forse, prima di “scendere” nel dibattito delle sue possibili nuove forme, occorre interrogarsi su due aspetti: cosa oggi rende così debole e inattuale la promessa e la fedeltà familiare e quali sono le caratteristiche essenziali che, oltre questo nostro tempo, hanno fatto della famiglia una cellula capace di resistere a continui cambiamenti?

Senza dubbio, da qualche decennio, siamo dentro una radicale incertezza che ha coinvolto tutto ciò che appartiene alla famiglia nucleare (matrimonio e promessa, sacramento e patto, maternità e paternità, sessualità e amore). Compare così sulla scena quella che è stata chiamata la «famiglia negoziata a termine», in cui ciò che tiene in piedi tutto è uno «scambio regolato di emozioni revocabile in qualsiasi momento» (U. Beck).

Senz’altro non è questo un fenomeno sorto all’improvviso, ma l’esito di un processo, che ha avuto una lunga sedimentazione: la riduzione di ogni relazione alla sua declinazione ad personam e l’insostenibilità di un lavoro di mediazione e conflitto tra le differenze sono in questo senso i due frutti avvelenati di un impianto individualista che oggi trova sue ulteriori forme radicali in un singolarismo estremo.

Così persino due dimensioni fondanti la famiglia, cioè la relazione affettivo-sessuale e la relazione intergenerazionale, si pensano come puramente individuali (M. Magatti).

A ciò si aggiunge la stringente attualità, in particolare l’impatto delle nuove tecnologie e della rivoluzione digitale, le quali, per dirla con le immagini di due autorevoli intellettuali, hanno fatto sì che abbiamo progressivamente perso stima per il letto e la tavola, sostituite dal fascino della provetta e dello schermo (F. Hadjadj) e che il mercato e la tecnica abbiano conquistato la carne fino a cambiare i connotati della procreazione (S. Agacinski).

Tutto ciò non deve impedire di rimettere al centro la famiglia come luogo di profonda articolazione della differenza e delle differenze, esattamente ciò che la rende cellula politica (e forse motivo per cui oggi, in un tempo incapace di articolare la differenza pur urlando continuamente la necessità del riconoscimento, è in crisi). La famiglia è per questo il luogo nel quale si articolano la differenza dei sessi, la differenza delle generazioni, la differenza tra il proprio (che non è mio) e il comune (che non è di tutti), la differenza tra la durata e la fedeltà. A partire da qui la famiglia ci affida alcuni simboli da ripensare nella loro portata sociale e politica: la casa come luogo dell’abitare e dell’ospitare, ma anche nel suo essere soglia tra l’intimo, il privato e il pubblico; la camera da letto come luogo dei corpi colpiti dalla malattia e dei corpi protagonisti dell’incontro carnale; l’anello come impegno privato e pubblico, intimo e politico.

Se la democrazia è il luogo in cui comunità e istituzione si incontrano intorno alla vulnerabilità, la famiglia è quella comunità in cui l’istituzione contribuisce alla costituzione di uno spazio e un tempo di durata e fedeltà.

La famiglia è uno dei luoghi fondamentali dello spirito comunitario, in quanto occasione di apprendistato della socialità (E. Mounier). La famiglia apre un tempo oltre il mio tempo, un tempo che può fare a meno di me, ma che non sarebbe stato uguale senza di me. La famiglia mi costringe a vivere uno spazio che non è il mio spazio, ma non può costruire nessuno spazio comune senza quella zolla esclusivamente mia. Quale esercizio è più politico di questo? Quale esercizio più di questo contribuisce a rendermi persona? Quale relazione tra comunità e istituzione è più feconda di questa?

Forse troppo semplicisticamente abbiamo ridotto la riflessione intorno alle fatiche della realtà familiare al dibattito tra natura e cultura, così come troppo spesso la valenza istituzionale è stata associata al suo essere un prodotto storico. In verità, l’impegno e la promessa della famiglia vivono oggi un’apnea rischiosa, perché non si sanno più accettare le differenze che impongono la prova della vulnerabilità ai propri desideri illimitati e non si è capaci di vivere in mezzo tra il proprio e il comune; non si riesca a costruire mediazione senza eliminare uno dei due poli. Se la famiglia domanda il sacrificio fino all’annullamento di “sé” o si pensa come il luogo di esclusiva protezione dei singoli “io”, allora la sua crisi si profila ben più grave di un difficile passaggio storico-culturale, rischiando di non avere più nulla di specifico e prezioso da dire in direzione di una personificazione delle relazioni decisive della nostra vita.

Perché, come sa chi accetta di sperimentare fino in fondo la vita familiare, quando si raggiunge quell’equilibrio, speciale ma difficile, tra le differenze di identità e la comunanza di distanze, succede che il proprio e il comune non scompaiano, ma si con-fondano nella quotidianità dei giorni. E diventano una pro-vocazione continua per la politica.

Luca Alici
Professore associato di filosofia politica all’Università degli Studi di Perugia, project leader della Fondazione Lavoroperlapersona e membro del consiglio scientifico dell’Istituto dell’Azione cattolica per lo studio dei problemi sociali e politici Vittorio Bachelet.