LA STORIA DELL'AC

Le comunità di famiglie

PRO-VOCAZIONE

Abitare condiviso

PER RIFLETTERE

In latino, la parola “vicinus” è un aggettivo che, a sua volta, deriva dal lemma “vicus”, che significa “villaggio”: l’essenza stessa delle parole “vicino” e “vicinato”, la loro etimologia, sottende l’idea di una dimensione comunitaria, un villaggio che crea unione al di là delle barriere. Al giorno d’oggi – non solo nelle grandi città, ma anche nelle realtà più piccole – si è persa la dimensione del vicinato e spesso si tende a limitare la propria vita e quella della propria famiglia, oltre al lavoro, all’interno delle mura domestiche. Non è inusuale conoscere contesti sociali in cui, presi dalla frenesia delle nostre vite, non conosciamo nemmeno i nostri dirimpettai; in alcuni casi, poi, la reciproca conoscenza assume caratteri di negatività, di cattivo vicinato, di diatribe legali per motivi spesso futili. I lunghi periodi di lockdown che abbiamo tutti vissuto durante la pandemia da Covid-19, poi, non hanno certo favorito lo sviluppo di nuovi e vecchi legami. Ma in un quadro che, forse, può apparire piuttosto desolante, esistono molte

Le famiglie possono essere protagoniste di nuovi stili di vita perché sanno coltivare al proprio interno abitudini di amore e cura per la vita, la lotta allo spreco e l’uso sapiente delle risorse, il rispetto per l’ecosistema locale e la protezione di tutte le creature che lo vivono (Ls 213), e questo è un formidabile terreno di incontro e di relazioni buone e feconde.

I controlli di vicinato sono uno strumento di prevenzione della criminalità, che presuppone la partecipazione attiva dei cittadini residenti in una determinata zona e la collaborazione di questi ultimi con le Forze di polizia. L’idea alla base dei controlli di vicinato è quella di promuovere la sicurezza urbana attraverso la solidarietà tra i cittadini, allo scopo di ridurre il verificarsi di reati contro le persone e, di conseguenza, contro le loro proprietà. Normalmente, nelle realtà in cui si creano questi strumenti, è semplicemente richiesto agli abitanti della zona interessata di alzare il livello di attenzione attraverso pochi, semplici passaggi: il primo tra questi è far sapere a tutta la comunità che gli abitanti della zona sono attenti e consapevoli di ciò che accade intorno a loro; l’unico step successivo è il prestare una maggior attenzione al territorio, attenzione attraverso la quale – senza sfociare in atteggiamenti di spasmodica “caccia al ladro” – sarà senz’altro più facile allertare le Forze dell’ordine in caso di necessità.

L’elemento essenziale, in ogni caso, è che deve trattarsi di un’iniziativa di persone e per le persone, senza l’assunzione di compiti impropri (i comuni cittadini non sono poliziotti, né operatori di vigilanza) e senza alcuna veste di colore politico: quando questi rischi assumono forma concreta, una sana iniziativa di comunità viva finisce per assumere connotati di giustizia privata assolutamente non ammissibili (è il caso – si ricorderanno certo le polemiche di qualche anno fa – delle cosiddette “ronde” di quartiere). La stessa Corte costituzionale, di recente, ha avuto modo di evidenziare la bontà di queste iniziative e di sottolinearne al contempo la linea di confine: la legge dello Stato può «disciplinare il controllo di vicinato […] come possibile strumento – funzionale a una piena attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale di cui all’art. 118, quarto comma, della Costituzione – di partecipazione attiva e responsabilizzazione dei cittadini» (sentenza n. 236 del 2020).

I gruppi di acquisto sono organizzazioni di cittadini, tendenzialmente spontanee, che vogliono perseguire determinati obiettivi in relazione – generalmente – agli acquisti di prodotti alimentari o di largo consumo. Gli obiettivi sono normalmente realizzati, in primo luogo, attraverso la rimozione degli intermediari: anziché rivolgersi alla grande distribuzione, i gruppi di acquisto contrattano direttamente con i produttori, precedentemente selezionati sulla base di criteri definiti internamente da ciascun gruppo. In base agli obiettivi perseguiti, i gruppi di acquisto possono essere gruppi di acquisto “semplici” (quando l’obiettivo primario, se non unico, è quello di conseguire un comune risparmio di spesa), oppure gruppi di acquisto solidale (conosciuti anche con l’acronimo di Gas). Questi ultimi prendono le mosse da un approccio critico al consumo e, oltre all’obiettivo del risparmio, perseguono anche fini di equità, solidarietà e sostenibilità dei propri acquisti; in particolare, i Gas adottano criteri volti a ricercare la qualità e la sostenibilità ambientale dei prodotti, la dignità del lavoro offerto dal produttore ai propri dipendenti e – talvolta – la solidarietà verso il produttore. Sono un fenomeno fondamentalmente solo italiano; la loro struttura è molto flessibile e, soprattutto, variegata: si possono trovare gruppi di acquisto strutturati in forma di associazioni riconosciute o di associazioni non riconosciute (e, in questo secondo insieme, insistono moltissimi comitati e gruppi informali), oltre che cooperative del settore che utilizzano questa forma al fine di raggiungere lo scopo mutualistico perseguito dai soci.

Una comunità energetica è un’associazione tra cittadini, attività commerciali, pubbliche amministrazioni locali o piccole e medie imprese che decidono di unire le proprie forze con l’obiettivo di produrre, scambiare e consumare su scala locale energia proveniente da fonti rinnovabili; per questo motivo, sono ordinariamente riconosciute sotto l’acronimo Cer (Comunità di energia rinnovabile). Esse sono regolamentate da fonti normative di livello europeo: la Direttiva sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili 2018/2001 UE (Red II) e la Directive on common rules for the internal market for electricity 2019/944 (Iem) – che sono entrambe contenute nel Clean Energy for All European Package (Cep), un pacchetto di azioni adottato nel 2019 che propone un adattamento del quadro della politica energetica europea per facilitare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili – riconoscono a livello istituzionale i due concetti normativi di Cer e di autoconsumo collettivo, permettendo così nei singoli territori nazionali uno sviluppo consistente di queste realtà secondo regole uniformi. In Italia, la regolamentazione nazionale sulle Cer ha recepito quella europea, in una prima fase, attraverso l’adozione del decreto-legge n. 162 del 2019 (“Decreto Milleproroghe”) e, successivamente, con i decreti legislativi n. 199 e n. 210 del 2021. Da ultima, il 4 gennaio 2023 è stata adottata la delibera Arera conosciuta come “Tiad” (Testo integrato per l’autoconsumo diffuso): il Tiad disciplina i requisiti, le modalità e le procedure per l’accesso all’erogazione del servizio per l’autoconsumo diffuso (autoconsumo collettivo, comunità energetiche rinnovabili, comunità energetiche di cittadini e autoconsumatori individuali), aggiornando il quadro normativo in materia e semplificando alcune procedure.

Oggi per la costituzione di una Cer sono sufficienti due membri fondatori e non esiste un limite al numero massimo di componenti: i membri della comunità possono essere “produttori” (ossia utenti che producono energia, ad esempio, attraverso il proprio impianto fotovoltaico, condividendola con gli altri membri della Cer), “prosumer” (utenti che assumono la qualifica di produttori per l’energia consumata e, allo stesso tempo, cedono alla rete l’energia prodotta in eccesso) o “consumatori” (utenti che esclusivamente utilizzano l’energia generata dagli altri membri della Cer). I partecipanti mantengono sempre il proprio status di “consumatori”, con le conseguenti garanzie loro assicurate a livello legislativo, e possono recedere in ogni momento da associati della Cer. Secondo le leggi più recenti, i singoli impianti di produzione energetica di proprietà dei membri delle Cer non hanno alcun limite di potenza, e possono dunque superare i 200 kW che erano stati fissati come limite dalle prime disposizioni legislative in materia.

Una volta che gli impianti dei “produttori” e dei “prosumer” sono messi in esercizio, la Cer può fare istanza al Gestore dei servizi energetici (l’ormai arcinoto “Gse”) per ottenere gli incentivi previsti dalla legge per l’energia condivisa: questi incentivi non sono riconosciuti su tutta l’energia prodotta, ma solo su quella condivisa all’interno della comunità, e dunque solamente su quella consumata dai membri nella stessa fascia oraria di produzione. Nei casi in cui la produzione di energia sia superiore al consumo, per l’energia in sovrappiù ceduta alla rete viene riconosciuto alla comunità il solo valore economico di mercato, senza ulteriori benefici. Ovviamente, l’energia sovrabbondante può anche essere immagazzinata in appositi sistemi di accumulo (tipicamente batterie elettrochimiche agli ioni di litio), per essere poi utilizzata quando le fonti rinnovabili non sono utilizzabili (per esempio, di notte), o quando se ne verifichi la necessità (per esempio, per far fronte a picchi di domanda).

Ogni Cer, poi, stabilisce nel proprio atto istitutivo (che altro non è se non un contratto di diritto privato) le proprie regole di funzionamento: è questo documento, in particolare, che disciplina come ripartire fra i membri della Cer i ricavi derivanti dall’energia prodotta in eccesso e ceduta alla rete pubblica. Ad esempio, i contraenti potrebbero decidere di ripartire i guadagni della vendita dell’energia in eccesso in modo uguale fra tutti i soci; oppure potrebbero attribuire un privilegio ai consumatori-membri che hanno imposto una disciplina ai propri consumi in modo tale che questi fossero contemporanei alla produzione di energia; ancora, i membri della comunità potrebbero premiare i soggetti “produttori”, che hanno messo a disposizione i propri impianti per un beneficio comune. In ogni caso, da un punto di vista squisitamente pratico, ogni membro della Cer continua a pagare per intero la bolletta al proprio fornitore di energia elettrica; al contempo, però, riceve periodicamente dalla comunità l’importo a lui spettante per la condivisione dei benefici garantiti alla Cer. Questi “compensi”, per legge, non costituiscono reddito e non sono perciò soggetti a tassazione: equivalgono, di fatto, a una riduzione della bolletta, possibilmente anche cospicua.

Siamo capaci di pensare una società che sappia tessere una trama tra le famiglie?

Che ne è dello spazio del “tra” e della sua cura?

Che aggiornamento possibile ha in questo senso la sussidiarietà e che ruolo è riconoscibile alle famiglie e alle loro progettualità?

Come ripensare la gestione comune degli spazi comuni?