LA STORIA DELL'AC

Il “tra” che ci tiene insieme

Generazioni a confronto

PRO-VOCAZIONE

La luna, regia di E. Casarosa, Pixar, Usa 2011

PER RIFLETTERE

L’attenzione odierna relativa alla famiglia sembra tutta concentrata su una esclusiva declinazione della diversità al suo interno, e cioè quella tra generi;

ci stiamo adeguatamente interrogando su questo aspetto? Senz’altro da tempo, almeno in Italia, è forte l’accento posto sulla questione educativa, in un momento di grande fatica della relazione genitoriale. Ma si riduce tutto a ciò? A fare da sfondo a ogni riflessione di questo tipo sono la questione anagrafica legata alle nascite e quella demografica legata al cambiamento delle diverse età della vita; ma oltre alle politiche specifiche, quanto la politica si sta occupando dello spazio che c’è tra le generazioni, anche dentro alla realtà familiare? Che impegno c’è a progettare spazi e pensare politiche che aiutino le famiglie a vivere i momenti del dialogo e la fase del passaggio intergenerazionale? Occorre innanzitutto far parlare di più tra di loro giovani e adulti, saper ascoltare la voce dei bambini, saperli far lavorare insieme nei quartieri e nelle città, riappropriarsi degli spazi di socialità che uno sviluppo urbanistico disordinato prima, e l’evento pandemico dopo hanno ridotto. Riportiamo a tal proposito l’esperienza dei giovani di Ac dopo la Settimana sociale di Taranto:

«Ci piace pensare che i protagonisti del cambiamento siano gli adulti e i giovani insieme, compagni di viaggio e costruttori del bello. L’alleanza, in questo senso, si traduce anche nell’incontro e nell’unione tra età e fasi della vita diverse, tra territori vicini e lontani, tra associazioni e movimenti differenti che operano sullo stesso territorio» (A. Martino, Taranto chiama Italia: ora serve organizzare la speranza, ottobre 2021) .

La stessa Azione cattolica, pur non essendo propriamente un’associazione familiare, può e deve essere sempre più consapevole del valore aggiunto della sua presenza di realtà intergenerazionale nella Chiesa e in una società divisa e articolata; negli anni, poi, l’Ac ha intensificato le alleanze operative con istituzioni e realtà del mondo laico ed ecclesiale che vanno in questa direzione. La famiglia, modello di convivenza e relazione tra generazioni, pur nella fatica, non può perdere questa sua portata feconda e generativa, perché ne va della praticabilità complessiva dello stare insieme delle generazioni, di cui l’esperienza familiare è palestra essenziale. Su tutto è decisivo sottolineare la ritmica formativa di questa esperienza, fatta di cura e reciprocità, due chiavi troppo spesso trascurate dalla politica.

Cura è parola che nel tempo abbiamo scoperto non essere di esclusivo appannaggio del linguaggio medico; non solo, ma abbiamo capito che non è solo ciò che compensa e completa la necessaria presa in carico di una malattia, ma aiuta a non dimenticare mai la persona dietro al paziente; più in generale, è l’atteggiamento che gli esseri umani devono avere verso i propri simili e il mondo che abitano. In questo senso la famiglia è il luogo in cui la cura innerva ogni dimensione e relazione. Se dunque la cura ha una porta sociale e pubblica, persino politica, la famiglia è la cellula che ne alimenta la forza e la portata. Qualcosa che va oltre la mera giustizia e la necessaria responsabilità.

Reciprocità è parola che segna l’essenza delle relazioni, prima di ogni loro formalizzazione e contrattualizzazione, tanto da essere al contempo la cifra del nostro modo di stare in relazione e ciò che dà forma alle diverse relazioni che viviamo: in tal senso la famiglia è il luogo in cui si sperimenta la reciprocità che è un dare senza perdere e un prendere senza dare; ma la famiglia è anche il luogo in cui si sperimenta la fecondità di una reciprocità asimmetrica, in cui il dislivello di ruoli e funzioni arricchisce e non impedisce la fioritura di sé. La famiglia, nel suo essere espressione della relazione tra generazioni, aiuta a immaginare, progettare, vivere una convivenza nella quale la reciprocità trova spazio anche dentro relazioni non scelte e l’asimmetria diventa generativa perché dentro una reciprocità. Urge poi pensare spazi, occasioni, progettualità dal tessuto fortemente intergenerazionale, in cui si incontrino e si contaminino reciprocamente esperienze e progetti, consapevolezza ed entusiasmo, maturità e volontà. Da questo punto di vista, tre possono essere le traiettorie interessanti per la riflessione e la formazione politica.

La prima è legata al cambiamento delle età della vita, che rappresenta una grande provocazione per la politica e le politiche: giovani che entrano più tardi nel mondo del lavoro; coppie che formalizzano il proprio progetto di vita e mettono al mondo figli in età sempre più adulta; adulti che faticano ad accettare questo capitolo della propria vita e spesso non sanno cedere, lasciare, affidare; anziani il cui bagaglio di memoria e sapienza rimane isolato e dimenticato. La famiglia è in tal senso, prima di tutto, un osservatorio di questi cambiamenti e del modo in cui viene travolta da essi o sa riadattarsi. Da qui consegue la necessità di politiche di welfare adatte e ripensate, di un vocabolario nuovo che declini “il giovane” e “l’adulto”, di percorsi attenti anche nell’educazione a costruire reti e affiancamenti più che a proclamare rottamazioni.

Anche qui ci viene in aiuto la DSC, con il principio di sussidiarietà e l’affermazione del ruolo dei corpi intermedi (nn. 356-357), mai veramente realizzato dalle politiche sociali italiane ancora legate al trattamento pensionistico come strumento di assistenza sociale (e tra l’altro, in misura sempre più ridotta per i diversi interventi sulla previdenza). Si tratta di un campo ancora non sufficientemente esplorato, e devastato dalla messa in campo di strumenti disorganici e di corto respiro. Inoltre, che un welfare fondato sulla famiglia non può escludere, in uno Stato laico, le forme di unione che non ritroviamo nella “naturale” definizione che ne diamo da cattolici; e questo perché e nella misura in cui tali realtà realizzano, anche in forme diverse, legami stabili e di mutua assistenza tra i suoi membri. Seppure nella limitatezza di questo contributo, non si può non fare un cenno alla necessità di porre sotto stretta osservanza i progetti di c.d. autonomia differenziata, nella misura in cui possano portare, più o meno consapevolmente, a un ulteriore aggravamento delle differenze territoriali e alla definizione di individui e famiglie di serie A e di serie B.

La seconda traiettoria ha a che fare con la cura della casa comune e l’investimento in una serie di stili che consentano di pensare non solo al futuro dei propri figli o nipoti, ma anche a quelle di generazioni di cui ora non possiamo immaginare nemmeno i connotati. Su questo terreno, di recente, è cresciuto il dibattito intorno al tema strettamente ambientale e a quello legato alla cosiddetta giustizia intergenerazionale. Riguardo al primo di questi due, senza dubbio papa Francesco ha contribuito a rimettere al centro la questione ecologia, come unanimemente riconosciuto, grazie all’enciclica Laudato si’, così come il dibattito scientifico, a tratti vergognosamente sbeffeggiato, relativo al cambiamento climatico, fino alle recenti manifestazioni dei giovani attivisti (da Greta Thunberg a Ultima generazione). Riguardo al secondo di questi due piani, la questione della giustizia intergenerazionale va oltre la mera questione ambientale, fino a riguardare reddito intragenerazionale e povertà patrimoniale, coinvolgendo politica, economia e diritto, ampliando le maglie delle declinazioni possibili della sostenibilità.

Infine – terza e ultima traiettoria – la questione della convivenza tra generazioni all’interno degli stessi spazi domestici o dentro una stagione di vita comune condivisa: in un paese che invecchia, nel quale la longevità ha senz’altro un impatto significativo, in cui piccoli borghi – al netto di una controtendenza legata al post-pandemia tutta da verificare – restano ancora luoghi della fuga per i giovani e della permanenza per gli anziani, che valore viene riconosciuto all’assistenza agli anziani? La politica non può trascurare senz’altro una delle urgenze dei prossimi anni per famiglie chiamate a vivere quasi contemporaneamente la stagione di figli che partono per studi universitari o lavori lontano da casa e anziani che iniziano ad avere bisogno di assistenza a motivo della propria non autosufficienza, vedendo così troppo spesso spalancarsi il bivio tra il ricovero in strutture di assistenza o la ricerca spasmodica di qualche badante in un mercato incontrollato e spesso poco dignitoso.

Quale dunque lo sguardo che la politica nutre verso la famiglia come portatrice di istanze intergenerazionali?

Come può una politica, così spesso ridotta a uno sguardo concentrato sull’oggi e sul consenso immediato, allenarsi a una portata più ampia, non solo intragenerazionale, ma capace di puntare gli obiettivi al noi dopo di noi?