LA STORIA DELL'AC

“Generati, non creati”

La voce dei figli

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PER RIFLETTERE

Che valore ha il desiderio per gli esseri umani?

Qual è il limite del nostro desiderio? Sembrano domande troppo alte, tra antropologia e psicanalisi, ma in realtà sono domande che toccano nel profondo le corde di molte delle questioni che oggi hanno a che fare con i temi della natalità e della famiglia: il desiderio di maternità, di paternità, di genitorialità cosa rende legittimo? Si tratta di un desiderio privato e individuale o a che fare con il futuro di una comunità e di una società? Che peso hanno alcune politiche e le storie di ognuno?

Domande che sono riaperte e si moltiplicano dentro una cornice a tratti paradossale, perché vede un intreccio apparentemente inspiegabile tra calo delle nascite (macroscopico nel nostro paese) e importanza riconosciuta al figlio (non solo riguardo al suo venire al mondo, ma anche relativo alla sua venerazione quasi idolatrica). Proviamo a spiegarci perché questo elemento di contesto è senza dubbio decisivo. Il venire al mondo è forse l’esperienza umana più propriamente inappropriabile:

ma non proprietà e interpella sul dovere di ospitalità anche quando l’ospite non è voluto o non è come lo vorremmo. Certamente può essere frutto di un progetto e compimento di un desiderio, ma non può diventare oggetto di pianificazione e realizzazione di un atto di autodeterminazione. Se il figlio, fin da subito, dal suo concepimento, diviene un compimento e una realizzazione di sé, allora la relazione con cui lo si pensa, guarda, vuole, cresce è un’accezione detentiva e trasforma la venuta al mondo del figlio da evento comunitario e sociale a traguardo personale. Dentro questa trasformazione – lungo il vettore della conquista proprietaria di un dono e del ribaltamento dal comunitario all’individuale – si comprende come mai la società che sta facendo meno figli è al contempo la società che pretende mano libera sui figli. Se a questo sfondo si aggiungono una serie di fatiche sul terreno economico, lavorativo, sociale, allora anche il desiderio autentico si trova di fronte una sfida difficile, e cioè quella di dover rinunciare a coltivare il desiderio buono di mettere al mondo dei figli e di fare al mondo il dono dei figli.

La prima questione è allora senza dubbio quella legata alla possibilità di avere figli, la cosiddetta questione demografica.

Di fronte al dato acquisito di una profonda e sostanziale modifica della composizione della popolazione italiana, che vede crescere sempre più il numero degli anziani e dei vecchi, dove si amplia il saldo negativo fra giovani laureati o comunque professionalmente qualificati che abbandonano l’Italia e quelli che rimangono, non è più tempo di pannicelli caldi; anche perché, come dimostrano altri paesi europei come la Francia, invertire ad esempio il trend della natalità richiede politiche stabili per decenni. In questa direzione va certamente l’Assegno unico per i figli, strumento adottato in Italia nel 2020 con il forte impulso della rete del Forum delle associazioni familiari, sebbene ancora oggi non raggiunga tutti e non sia sufficientemente finanziato al pari di altri paesi UE. Non altrettanto si sta facendo per

realizzare legami stabili e maggiore certezza per il futuro,

Le politiche realizzate finora sono contingenti e spesso di taglio squisitamente elettorale, con poche risorse e ancora minore visione. Per dirla con il papa: «Se le famiglie non sono al centro del presente, non ci sarà futuro; ma se le famiglie ripartono, tutto riparte» (Francesco, Discorso di apertura degli Stati generali della natalità, 14 maggio 2021) .

Si tratta senza dubbio di una questione centrale per il futuro del nostro paese e che, rispetto alla sua urgenza, appare rimossa: comprensibilmente per il fatto che richiede politiche a lungo termine, quindi quelle più difficili rispetto alla possibilità di ottenere immediato consenso elettorale; inspiegabilmente se pensiamo ai numeri drammatici (in Italia da oltre 35 anni il numero medio di figli per donna è sotto 1,5, quindi molto sotto la soglia di 2 che consente un adeguato equilibrio tra generazioni e ciò ha reso il nostro paese il primo al mondo in cui gli under 15 sono diventati di meno degli over 65). Se a ciò aggiungiamo, come scrive A. Rosina, che la denatalità tende ad autoalimentarsi innescando un processo di avvitamento continuo verso il basso – le poche nascite passate riducono la popolazione oggi, nell’età in cui si forma una propria famiglia, con conseguente riduzione sulle nascite future – allora appare nella sua prorompenza cosa il dibattito intenda quando usa l’espressione inverno demografico.

La seconda questione è quella relativa al diritto di avere figli, a cui si legano molte traiettorie (dall’utero in affitto – che interpella l’uso di una tecnica piuttosto che un’altra – alla questione della genitorialità monoparentale – che invece comporta un’articolazione tra differenza, da riconoscere, e discriminazione, da evitare). In entrambi i casi, a motivo del fatto che alcune tecnologie e alcune pratiche oggi lo rendono possibile, si assiste a uno spacchettamento tra genitorialità e filiazione.

La questione della maternità surrogata e dell’utero in affitto declina questa distinzione portando sul tavolo la domanda sulla legittimità di quello che potrebbe configurarsi come il fenomeno delle tre madri, cioè la scissione tra la madre genetica, la madre gestazionale e quella sociale. Un tema che presenta una serie di criticità non semplicemente legate alla questione del riconoscimento economico, che rischia di rompere ulteriormente una distinzione, quella tra generazione e produzione, ma che rimane tale anche quando la suddetta scissione avviene in nome di un “presunto” gesto di solidarietà. In tal senso il confronto è molto acceso e attualissimo e non riguarda il ruolo tout court della tecnologia, bensì proprio il nesso tra lo statuto del figlio e la portata e, al contempo, il limite del desiderio di maternità. Nel manifesto della Rome Call for AI Ethics si afferma, tra l’altro, che ci può essere un allineamento tra progresso tecnologico e progresso umano solo se tale progresso sarà inclusivo di ogni essere umano, senza discriminare nessuno; se avrà a cuore il bene dell’umanità e il bene di ogni essere umano; se terrà conto della complessa realtà del nostro ecosistema e si metterà a servizio di uno sviluppo sostenibile; se, infine, a ogni persona che interagisce con una macchina sarà data piena consapevolezza.

La questione della genitorialità omoparentale, che ha chiaramente un tratto comune con il tema della maternità surrogata, ma che non si limita ad essa, aprendo ulteriormente la questione sull’affidamento e l’adozione da parte di coppie omosessuali, tocca corde ulteriori. Una su tutte: perché l’amore di due persone, indipendentemente dal loro sesso, non dovrebbe essere qualcosa di migliore rispetto alla sua assenza? Esattamente questa domanda ci permette di osservare e distinguere i molti livelli implicati, che spesso la discussione pubblica tende a mescolare e a trascurare, riducendone l’articolazione alla polarizzazione tra Chiesa e mondo laico (mentre al contrario, anche nel mondo femminista, ad esempio, nonché in quello omosessuale, senz’altro non vige una visione univoca e unitaria). Il primo è senza dubbio quello legato al matrimonio omosessuale: se esso cioè ha a che fare con i sessi o la sessualità. Il secondo è quello legato al ricorso alla gestazione per altri: e ci rimanda, anche nel caso delle coppie omosessuali, a quanto evidenziato in precedenza. Il terzo è quello legato all’adozione, sul quale sia l’argomento educativo sia quello affettivo scavalcano in qualche modo il riconoscimento della distinzione tra paternità e maternità, facendone stereotipi sociali, abiti e posture, generando così quello strano fenomeno per cui il corpo è negato nella sua importanza sul piano della filiazione, ma diventa centrale e non rinnegabile in altre esperienze decisive del vivere.

Quella che stiamo costruendo è una società che antepone l’interesse del bambino a quello dell’adulto?

Quali sono le forme di unione che la società ha il dovere di istituire per rendere leggibili l’alterità sessuale e la filiazione?

Quali sono le forme di unione che valgono per l’investimento nella durata, fedeltà e progettualità invece che la frammentarietà del mordi e fuggi?

Davvero la strada del riconoscimento pubblico è quella dell’indifferenziazione?

Siamo capaci di distinguere tra differenza e discriminazione?

Che ruolo la nostra società sa riconoscere ai figli e come guarda al proprio e al loro futuro?