LA STORIA DELL'AC

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Dalle parole… alla Parola

Pro-vocazione infinita per la società e la politica

di Annarita Ferrato e Carmine Gelonese

Premessa

Circoscrivere in una scheda di lavoro un tema così vasto come quello della Famiglia è praticamente impossibile, tanto più se l’obiettivo è trarre spunti per un discernimento sociale e politico che parta dalla Scrittura e dal Magistero; da qui un contributo che non potrà esaurire la ricchezza di spunti e opportunità che quest’ambito offre.

La famiglia nella Parola: niente di “tradizionale”

Un po’ di tempo fa, con l’aiuto di un bravo biblista (Daniele Fortuna, che ringraziamo), abbiamo provato a navigare nella Scrittura con le coppie del gruppo parrocchiale, motivati da un cammino in corso con l’Area Famiglia e Vita nazionale dal titolo “elogio dell’imperfezione”. Ci era sembrato di notare, infatti, che le definizioni di famiglia “tradizionale” o “regolare” si adattassero poco alla concreta realtà delle famiglie bibliche con il loro carico di storie di amore e di crisi, di violenza e di vita che continua (Amoris laetitia, 8).

La Famiglia di Nazaret: oltre i santini

Si dirà che rifarsi all’Antico Testamento per trovare un modello di famiglia è viziato dal contesto del tempo. Andiamo allora alla Famiglia di Nazaret: Matteo ci ricorda che Gesù è generato in Maria “dallo Spirito Santo” (Mt 1,20). Giuseppe è quindi padre adottivo (G. Comerci), non “putativo” («considerato come tale per tradizione, convenzione, supposizione», definizione Treccani), ma reale per scelta e adesione a un progetto (Mt 1,22-25). E, senza che ciò desti scandalo, si può pensare alla Santa Famiglia come ad una famiglia allargata, in cui vivono persone presentate come fratelli e sorelle di Gesù (Mc 6,3; Mt 13,55-56).

BREVE EXCURSUS SUI “MODELLI” DELL’AT

Senza scomodare Adamo ed Eva (ma ci torneremo dopo), proviamo a guardare ad alcune figure centrali nella storia della salvezza:

  • Abramo: sua moglie Sara, sterile, “offre” la propria schiava Agar perché gli possa dare un figlio, Ismaele – pratica che oggi avrebbe una definizione precisa –, che dopo un po’ di anni sarebbe stato scacciato insieme alla madre Agar. Al contrario, proprio dalla sterile Sara usciranno re e nazioni (Gen 17,16) per il volere di un “Dio che ha sorriso” (il significato del nome del figlio Isacco).
  • Neanche Giacobbe, da cui provengono le dodici tribù di Israele, ha un percorso familiare lineare: era bigamo, perché, con l’inganno, suo suocero gli aveva fatto sposare prima la figlia maggiore, Lia, e poi la minore, Rachele, che davvero amava ed era sterile, tanto da darle anche lei una schiava per una discendenza. Il conto complessivo, per una serie di altre avventure, è appunto di dodici figli.
  • Perfino Davide, dalla cui discendenza proviene Gesù, una volta divenuto re, prese mogli e concubine, da cui ebbe figli e figlie; si unì a Betsabea moglie di Uria l’Hittita e la sposò dopo aver praticamente provocato la morte di Uria (2Sam 11). Un secondo figlio concepito con lei sarà il grande re Salomone (“amato da Jahvé”).

Allora quali costanti? Quale immagine?

La Scrittura non presenta quindi un ideale di famiglia, un modello tanto alto da essere irrealizzabile (Amoris laetitia, 36), ma una storia reale, di un’umanità concreta, con alcune costanti, che possiamo certamente individuare per aiutare il discernimento:

  • La famiglia nasce dall’unione di un uomo e una donna. Tale assunto non può essere ritenuto né ovvio o banale, né divisivo, né politically incorrect. Per un cristiano, l’uomo e la donna sono ish e ishà (Adamo ed Eva), sono insieme e indissolubilmente il segno di quel Dio che crea l’essere umano, maschio e femmina a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). La famiglia che nasce all’inizio della storia della salvezza non è quindi un tema etico, ma il cuore di quel sogno di Dio che scommette sugli esseri umani per costruire un mondo in cui nessuno si senta solo (Al 321).
  • La famiglia è una realtà vitale in cui amore, solidarietà, sostegno si intrecciano realizzando legami profondi in cui uno è aiuto dell’altra. È il dono reciproco che rende la loro unione capace di resistere a ogni avversità. Le coppie e le famiglie raccontate nella storia della salvezza, se pure per strade talvolta tortuose, sono così costruite sulla roccia (Mt 7,24-25), capaci di resistere a ogni avversità e di essere luce nell’oscurità, modello dell’intima unione tra Cristo e la Chiesa (Ef 5,2133); se pure ammaccate, sono segno e strumento di salvezza, perché si pongono sotto lo sguardo di un Dio buono e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore (Sal 103,8).
  • La famiglia così concepita è il risultato di un percorso, che per i cristiani è naturalmente vocazionale: è la risposta a una chiamata, a un progetto per il quale i due decidono di lasciare il padre e la madre (Gen 2,24) per costruire qualcosa di nuovo; è un atto di amore e di fiducia nel futuro. È un progetto generativo e inclusivo, che comprende ma va anche oltre il riferimento procreativo, per popolare il futuro ma anche renderlo casa abitabile per tutti e per ciascuno.

Così in tutta la Parola il dono dei figli viene esaltato come segno di ricchezza, benedizione di Dio, strumento di trasmissione da una generazione all’altra delle meraviglie del creato; emergono gesti di accoglienza e prossimità che non hanno confini: così Aquila e Priscilla che accolgono Paolo nella loro casa; Abramo riconosce nei tre stranieri la presenza di Dio e condivide con lui/loro la sua tenda; la vedova straniera Rut segue la suocera Noemi in un nuovo cammino che darà frutti impensabili che la inseriranno, insieme a solo altre tre donne, la cui storia meriterebbe una trattazione a parte, nella genealogia di Matteo, che porta a Gesù; e Gesù stesso sulla croce consegna a sua madre l’umanità di Giovanni e con lui tutta la comunità degli Apostoli, quasi una nuova famiglia, nucleo della Chiesa nascente.

La famiglia nel Magistero

Non si può racchiudere in poche righe la ricchezza e l’attualità del magistero sulla famiglia. Proveremo a individuare alcuni elementi che ci sembrano particolarmente significativi per i tempi che stiamo vivendo.

Il Compendio di DSC

Nella Dottrina sociale della Chiesa la famiglia occupa un posto rilevante. Già in Gaudium et spes, 47-52 il matrimonio viene definito come «comunità di vita e di amore… che implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino». Cristo Signore «viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio», perché essi possano edificare il Corpo di Cristo e costituire una Chiesa domestica. Nel magistero della DSC, la famiglia è vocazione, come abbiamo già scritto prima, ma è anche pro-vocazione, perché propone al mondo un modello sociale, culturale, economico non puramente orientato a logiche di mercato, ma alla condivisione, ai legami umani e alla solidarietà tra le generazioni (Compendio di DSC, 248).

In una stagione di profonde trasformazioni dell’economia e del lavoro, la rete familiare è la stanza di compensazione dei diversi snodi che attraversano e colpiscono ogni persona, diventando volta per volta sostegno, stimolo, sede di discernimento nei momenti più difficili che sono spesso la perdita del lavoro, il gap di competenze, l’impoverimento generato da crisi familiari e affettive. Rispetto a una stagione in cui si sosteneva che «il dinamismo della vita economica si sviluppa con l’iniziativa delle persone e si realizza, secondo cerchi concentrici, in reti sempre più vaste di produzione e di scambio di beni e di servizi, che coinvolgono in misura crescente le famiglie» (Compendio di DSC, 249), questo sembra non essere più vero nel momento in cui una fetta sempre più importante dell’iniziativa economica non è più legata al lavoro umano o alla produzione di beni materiali. Per la prima volta nella storia, le generazioni sono nel complesso più povere di quelle che le hanno precedute, e spesso devono a queste aggrapparsi per affrontare cambiamenti e snodi vitali. La rivoluzione tecnologica e digitale sta aprendo nel medio e lungo periodo nuove opportunità, ma in questa fase è alla base di più o meno necessari processi di destrutturazione del mondo del lavoro. Perfino la c.d. transizione ecologica viene talvolta utilizzata per agitare lo spettro di licenziamenti di massa (basti pensare alla questione dello stop ai motori termici del 2035 e alle conseguenze sulle industrie automobilistiche), senza che parallelamente si imposti un serio programma di riconversione economica e industriale che non lasci indietro chi, soprattutto i lavoratori, viene colpito dalle conseguenze di tali processi. Proprio per questo oggi più che mai si tratta quindi di rafforzare, magari ridefinire, quello che sempre il n. 249 definisce “un apporto insostituibile alla realtà del lavoro che si esprime sia in termini economici, sia con la rete di solidarietà” per quanti al suo interno perdono il lavoro, o vivono nella precarietà. Il lavoro infatti, “rappresenta la condizione che rende possibile la fondazione di una famiglia” e “condiziona anche il processo di sviluppo delle persone, poiché una famiglia colpita dalla disoccupazione rischia di non realizzare pienamente le sue finalità”. La rete familiare è la più formidabile alternativa a un futuro distopico di individui disancorati e divorati da nuove catene di montaggio. Altro tema particolarmente sensibile è quello del bene comune. Nella DSC si afferma chiaramente che la famiglia contribuisce al bene comune (Compendio di DSC, 238), educa e aiuta a rendere più bella la Creazione affidataci dal Padre (266), è un argine alla sperequazione di risorse, servizi, opportunità che si accentua sempre di più (167). Su questo punto, che interseca oggi le grandi questioni legate all’ambiente e ai cambiamenti climatici, il magistero della DSC si completa con la Caritas in veritate e ancora di più con la Laudato si’. In essa papa Francesco lega indissolubilmente il concetto di bene comune alla giustizia e alla solidarietà tra le generazioni (nn. 159-162): qualunque genitore, ma anche ciascun politico e ciascun governante, dovrebbero alzarsi la mattina con la domanda del n. 160: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?”. In Amoris laetitia, 290, poi, viene esaltato l’impegno di tutti i membri della famiglia, dai piccoli ai grandi, «per la promozione del bene comune anche mediante la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio nel quale essa vive». Altro tema chiave è quello della natalità e del c.d. inverno demografico. Così come ricordato da Vincenzo Ferrante, «la caduta della natalità risulta dal sommarsi di vari fattori che frenano i progetti di vita dei giovani: non c’è solo la crisi economica e occupazionale, ma anche una più diffusa sfiducia nello sviluppo della società e nella possibilità di un miglioramento individuale. I dati segnalano infatti un ulteriore incremento nell’età media in cui si diventa madri (oramai a 31 anni e 4 mesi: e cioè 3 anni in più rispetto al 1995) e una diffusione oramai amplissima di nati da genitori non coniugati (oramai un terzo, rispetto all’8,1% del 1995 e a una percentuale del 19,6% del 2008)».

Da Humanae vitae ad Amoris laetitia: un cammino comune

Il magistero sulla famiglia non è cambiato con Francesco, che semmai si è posto, e con lui la Chiesa dei due Sinodi, in un dialogo più proficuo e mai arrendevole con il tempo presente e le sfide del futuro, con un diverso sguardo. A partire da Gs, questo magistero afferma con decisione che, ieri come oggi, sposarsi è per la felicità: è un atto di fiducia sul futuro, che si oppone alla cultura del provvisorio e del ripiegamento narcisistico e nichilistico su sé stessi; e una società che sostiene la famiglia e non la umilia, «è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo» (Compendio di DSC, 213). Sposarsi è la manifestazione di un «amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale […] atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana […] una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici […]. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per sé stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé […] esclusivo fino alla morte» (Humanae vitae, 9). La famiglia apre sul mondo e trasmette un modo di abitarlo, segnato non dal possesso e dal dominio dispotico, ma dal dono e dalla responsabilità (V. Paglia), secondo lo stile di quella ecologia integrale che papa Francesco ha disegnato nell’enciclica Laudato si’. Un mondo in cui l’altro non è il mio inferno (J.-P. Sartre), ma un’infinita opportunità. Il magistero è particolarmente attento ai temi delle generazioni e alle fragilità familiari. Anche qui c’è continuità e insieme un approccio moderno e non arrendevole: già la Familiaris consortio introduceva il concetto di “legge della gradualità”, non in senso relativistico, ma come cammino che coinvolge i coniugi nei momenti di difficoltà, e insieme a loro una comunità che gli si fa accanto accompagnando e non giudicando: «L’ordine morale non può essere qualcosa di mortificante per l’uomo e di impersonale» (Familiaris consortio, 34).

In Al, questa gradualità si esplicita nel percorso delineato nell’ottavo capitolo, nel quale è evidente uno sguardo rinnovato su situazioni ormai ordinarie, come quelle delle convivenze, dei matrimoni civili, delle nuove unioni, come realtà con cui rapportarsi «in maniera costruttiva, cercando di trasformale in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo» (Amoris laetitia, 294). Altro elemento comune, ai nostri fini, è l’esaltazione della famiglia come soggetto capace di trasformare la società: è «prima e vitale cellula della società» (Apostolicam actuositatem, 11); gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore (Humanae vitae, 1); di fronte a una società che rischia di essere sempre più spersonalizzata e massificata, possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l’uomo dall’anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo, attivamente, con la sua unicità e irripetibilità, nel tessuto della società (Familiaris consortio, 43); è chiamata all’accoglienza e all’ospitalità (Familiaris consortio, 44); Dio le ha affidato il compito di rendere domestico il mondo, per far sentire ogni essere umano come un fratello (Amoris laetitia, 183); le spetta riempire gli spazi pubblici con i colori della fraternità, una fecondità che si traduce in mille modi per rendere presente l’amore di Dio nella società (Amoris laetitia, 184).

Quale contributo da cattolici?

«Il riconoscimento, da parte delle istituzioni civili e dello Stato, della priorità della famiglia su ogni altra comunità e sulla stessa realtà statuale, comporta il superamento delle concezioni meramente individualistiche e l’assunzione della dimensione familiare come prospettiva, culturale e politica, irrinunciabile nella considerazione delle persone. Ciò non si pone in alternativa, ma piuttosto a sostegno e tutela degli stessi diritti che le persone hanno singolarmente. Tale prospettiva rende possibile elaborare criteri normativi per una soluzione corretta dei diversi problemi sociali, poiché le persone non devono essere considerate solo singolarmente, ma anche in relazione ai nuclei familiari in cui sono inserite, dei cui valori specifici ed esigenze si deve tenere debito conto». Ci sembra che il n. 254 del Compendio ci dia una chiara chiave di lettura di un’azione concreta e puntuale che possiamo svolgere ancora oggi. Nella dimensione sociale della famiglia come ambiente generativo per lo sviluppo autentico di ogni persona c’è infatti ancora oggi la possibilità di un terreno comune di incontro con culture e visioni diverse. Se possiamo dire che in un’unione in cui c’è amore, solidarietà, apertura al mondo lì c’è la benedizione di Dio (F. Morrone), dovremmo allora essere più consapevoli che ancora più distruttiva delle diverse realtà definite come famiglia è la marea culturale delle svariate forme di esaltazione di narcisismo, di autoreferenzialità, di banalità dei legami, che in Amoris laetitia è ben delineata nei nn. 39-41, con il concetto di “cultura del provvisorio”. Sotto questo aspetto, identità, dialogo e accoglienza sono tre parole costanti per un agire sapienziale legato alla lettura dei segni dei tempi.

Per consultare i documenti citati:

Annarita Ferrato e Carmine Gelonese
Responsabili nazionali dell’Area Famiglia e Vita di Ac.

Annarita è avvocato rotale, docente stabile di diritto canonico e direttore dell’Issr “Mons. V. Zoccali” di Reggio Calabria.

Carmine è dottore commercialista e funzionario presso il Comune di Reggio Calabria, segretario della Consulta delle aggregazioni laicali dell’arcidiocesi di Reggio Calabria – Bova.