LA STORIA DELL'AC

La parola

La partecipazione responsabile per nutrire la democrazia

di Umberto Ronga

Non è così agevole riflettere intorno al complesso tema della democrazia.
La parola “democrazia” – è noto – evoca concetti e discorsi antichi; talvolta polivalenti, soprattutto quanto alle possibili applicazioni della stessa; profili venuti in rilievo specialmente in quella riflessione, risalente ancorché attualissima, che nel corso del tempo si è stratificata – almeno principalmente – intorno alle ipotesi di convivenza civile (e ai vari modi in cui essa si è manifestata) e intorno allo Stato (e alle questioni organizzative a esso connesse).

Altrettanto note, poi, sono le sue radici etimologiche e il suo significato letterale: il lemma democrazia, dal greco démos (popolo) e kràtos (potere), sembra ormai di uso comune; appartiene – o sembra appartenere – all’acquisizione generalizzata dei cittadini: benché paia celarsi in forme e modelli di traduzione non sempre autentici; e talvolta, specie nel linguaggio pubblico, non sempre sinceri, specie dal punto di vista della loro applicazione secondo Costituzione. Così anche nel lessico giuridico, ma non solo in questo, la democrazia ha assunto accezioni differenti; dacché, in concreto, sono state molteplici le modalità del suo impiego; e altrettante, dunque, sono state (e sono) le sue possibili ricadute in termini politico-istituzionali.

Volendone enucleare i volti principali, la democrazia si esprime in forma di aggettivo, allorché, per esempio, definisce il carattere democratico di un ordinamento, ovvero ne definire il nucleo essenziale della forma di Stato; un principio, inteso a informare l’azione dello Stato e la sua organizzazione e che, nel nostro sistema costituzionale, si definisce a partire dalla sovranità popolare (art. 1 Cost.); un paradigma relazionale, a partire dal rapporto tra rappresentati e rappresentanti, quale relazione fondata sulla garanzia delle libertà e sul principio di partecipazione di questi alla vita pubblica; un processo di elaborazione della decisione politica fondato sul metodo della partecipazione responsabile alle forme di circuito democratico-rappresentativo.
Connotazioni della democrazia, queste, che si incontrano, quale punto di caduta, in un modello di governo «del popolo, per il popolo e da parte del popolo» (così nel noto discorso di Lincoln a Gettysburg, nel 1863) finalizzato alla realizzazione di una formula di convivenza civile – quella democratica – idonea a conciliare armonicamente «la libertà di ognuno con la libertà di tutti» (P. Biscaretti di Ruffìa, Democrazia, in Enciclopedia del diritto, Giuffrè, Milano 1964, XII, p. 110). Fine che, come si diceva, non è riconducibile a un modello applicativo univoco: le modalità attuative dei sistemi democratici sono variamente modulabili; e hanno conosciuto esperienze diverse, più o meno “sincere”, anche secondo la distinzione tra modelli di democrazia diretta e modelli di democrazia rappresentativa.

Sono questioni note, e molto più ampie: la prima, in sintesi, contempla l’ipotesi della coincidenza tra governanti e governati, in un modello puro (tesi di Rousseau), che prevede la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte pubbliche (ipotesi residuale, praticabile in contesti di ridotte dimensioni, come il caso di alcuni cantoni svizzeri); la seconda, invece, è quella della democrazia rappresentativa, tipica degli stati a democrazia pluralista, come quello italiano, quale assetto di democrazia rappresentativa fondato sulla intermediazione dei partiti politici ma anche su ipotesi “dirette” o “partecipative” di concorso dei cittadini alla vita collettiva.

In questi modelli, la sovranità popolare si realizza attraverso modalità deliberative che prevedono meccanismi che consentono di recepire la manifestazione di volontà della maggioranza dei cittadini.
Tuttavia, non è in essi che si esaurisce la democrazia (è la sua dimensione procedurale); al contrario,
il suo inveramento (questa volta, sostanziale) negli assetti di democrazia pluralista passa per la garanzia del diritto di voto (un voto personale, eguale, libero e segreto), il riconoscimento del suffragio universale, lo svolgimento di elezioni periodiche (anche per garantire l’alternanza di governo), la garanzia del pluralismo (di formazioni politiche e sociali, ma anche ideologico, valoriale) e il principio di eguaglianza, che comprendono la tutela delle minoranze, sottraendone il relativo diritto a esistere e a esprimersi alla disponibilità della maggioranza.

In tal senso, lo sfondo valoriale e culturale della democrazia, che opera come «strumento e non [come] fine», assume l’uomo al centro del sistema, la sua dignità, l’eguaglianza, «il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del “bene comune” come fine e criterio regolativo della vita politica» (Evangelium vitae, 70). Pertanto, in democrazia, è forte – perché, in effetti, né è il tratto caratterizzante – il peso della partecipazione e il ruolo che in esse (sia pure con diverse modulazioni) assumono i cittadini (sia come singoli sia come parte di formazioni sociali, compresi i partiti), procedendo di pari passo, secondo un rapporto di proporzionalità diretta, tale per cui maggiore sarà il coinvolgimento sostanziale dei cittadini, maggiore sarà la democraticità del sistema. In tal senso, la democrazia non è astrazione; al contrario, essa è dotata di forza propria, che deriva dai valori che in essa (e attraverso di essa) si affermano e si custodiscono; e che, per questo, esige cura e attenzione costanti.

Lo scenario attuale, nel dilagare strisciante di fake news e crisi globali, è connotato da un distacco sempre maggiore tra istituzioni e cittadini, sfociato nell’affermazione di un sentimento crescente di sfiducia
nella politica; e di disincanto nella rappresentanza, nel parlamentarismo, nei partiti (A. D’Atena, Tensioni e sfide della democrazia, in «Rivista AIC», 1 – 2018, 12).

Questi fattori hanno favorito pratiche demagogiche, l’ascesa del populismo e hanno concorso all’aggravamento dell’astensionismo elettorale che, proprio nelle elezioni per la XIX Legislatura, ha segnato una delle sue ore più buia, restituendo un quadro drammatico e senza precedenti nella Repubblica italiana, con una partecipazione al voto del 63,91% degli aventi diritto (vedi Affluenza e risultati delle elezioni in corso aggiornati in tempo reale). Certo, vi è in questi dati un riflesso di tendenze note anche in altre democrazie, ma ciò non costituisce e non può costituire un argomento per aprire la porta alla deresponsabilizzazione.

Al contrario, occorre una chiara presa in carico del problema da parte di ciascuno: a partire, certo, da chi ha responsabilità istituzionali e politiche, ma passando per ciascuno di noi. Del resto, come ci ricorda papa Francesco, l’effetto della crisi ma anche la salvezza della democrazia è proprio la partecipazione condivisa e la pratica di processi di corresponsabilità, messi in opera da parte di quei «poeti sociali, che a modo loro lavorano, propongono, promuovono e liberano [per rendere] possibile uno sviluppo umano integrale. […] senza di loro “la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino”» (Fratelli tutti, 169).

Umberto Ronga

Professore ordinario di Diritto costituzionale nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Componente del Consiglio scientifico dell’Istituto Vittorio Bachelet.