LA STORIA DELL'AC

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Dalle parole… alla Parola

Religione, Chiesa e democrazia in dialogo

Una riflessione sempre attuale

di Paolo Nepi

Una storia che viene da lontano

La parola “democrazia” nasce nell’antica Grecia, e significa potere del popolo (démos, popolo; kràtos, potere). Si tratta dunque di una forma di governo in cui i responsabili della vita pubblica sono scelti dai cittadini, precisando tuttavia che nel mondo antico il numero di cittadini era molto ristretto, dato che non ne facevano parte le donne e gli schiavi. La democrazia si differenzia dunque dalle altre forme di governo, come la monarchia, che si tramanda per successione dinastica, e rispetto alla quale i cittadini sono semplicemente dei sudditi obbedienti. La democrazia si differenzia inoltre dalla dittatura, regime politico in cui il consenso popolare, anche quando è stato determinante nella sua instaurazione, come avvenne in Germania con il nazismo, viene in seguito condizionato da una propaganda onnipervasiva, con la relativa eliminazione di ogni forma di opposizione e di confronto democratico.

Se è vero che la parola democrazia nasce nell’antica Grecia, e nell’Atene di Pericle (495-429 a.C.) sperimenta le sue prime realizzazioni, nel passare del tempo si incontrerà con altre tradizioni culturali e religiose, e inizierà un percorso che la porterà, dopo un iter molto travagliato e complesso, alle sue più recenti espressioni. Le quali, occorre precisare, hanno veramente pochi tratti in comune con l’antica democrazia ateniese.

Nel periodo che passa tra le prime esperienze nell’Atene di Pericle e le sue più recenti realizzazioni, dopo molti secoli in cui si era persa, a parte limitate esperienze di municipalità, la traccia perfino del nome, il concetto di democrazia e la prassi democratica riemergono nel corso della modernità. Oggi, nella società multiculturale e multireligiosa che si sta affermando, la democrazia si trova a fronteggiare una serie di problemi nuovi rispetto alle esperienze che abbiamo conosciuto finora.

Impossibile in ogni caso trovare una definizione, e tantomeno una reale esperienza di democrazia realizzata compiutamente. La democrazia è infatti una forma di governo, come ricordava sempre il politologo Giovanni Sartori, che vive in continua tensione, attraversata da una perenne dialettica tra la dimensione ideale e le sue concrete realizzazioni storiche, che per loro natura sono imperfette e sempre bisognose di aggiustamenti.

Bibbia e democrazia

Sarebbe compito impossibile quello di fondare, attraverso la Sacra Scrittura, i presupposti della democrazia, considerata nei suoi aspetti procedurali.
Se però consideriamo che la democrazia non è solo una neutrale procedura decisionale, ma lo strumento politico attraverso il quale si decide su questioni che hanno a che fare con alcuni valori etici fondamentali, troviamo perfino nel Vecchio Testamento un’affermazione che conserva ancora oggi tutta la sua validità:

Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia (Es 23,2).

In questo passo veterotestamentario viene posta la questione che sta al centro anche delle democrazie contemporanee.

Basta che sia espressa da una maggioranza perché una decisione sia da considerare giusta, oppure dobbiamo riconoscere un piano di valori etici entro i quali ogni decisione possa essere considerata moralmente buona?

Anche nel Nuovo Testamento sarebbe arduo cercare di trovarvi qualche indicazione precisa sulle varie forme di governo. Possiamo tuttavia sviluppare, anche a questo riguardo, qualche riflessione circa le implicazioni di alcune affermazioni a cui, peraltro, si deve riconoscere il merito di aver contribuito all’affermazione del concetto della laicità delle istituzioni politiche. Il «Date a Cesare quello che è di Cesare…» si riferisce a un caso particolare, ovvero al dovere o meno di pagare le tasse, cosa più facilmente risolvibile dal momento che la moneta stessa indica un suo chiaro riferimento a Cesare. Anche sulle tasse si può verificare in ogni caso qualcosa che va contro la giustizia e il bene comune, valori che chiamano in causa le leggi eterne di natura, quelle leggi che già Antigone definiva leggi degli dèi rispetto alle leggi umane. Se infatti i ricchi godono di privilegi e i poveri sono vessati, le leggi di Cesare entrano in conflitto con le leggi di Dio, anche se tutto questo avviene in un regime democratico.

Il principio «Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio», segna dunque una distinzione destinata ad essere estesa, rispetto al contesto di origine fiscale in cui è stata pronunciata, ad altri aspetti del rapporto tra la fede e la politica.
Come insegna Maritain, distinguere non significa infatti separare. E pertanto il dare a Dio quello che è di Dio può significare che il potere di Cesare ha qualcosa che gli è sovraordinato. Tutto questo comporta che nell’ambito politico non tutto è da considerare buono e giusto solo perché la maggioranza lo ritiene tale. Quando la legge umana, per quanto frutto di un libero confronto democratico, entra in conflitto con la legge divina, la prima perde in tutto o in parte la sua legittimità.

Religioni e democrazia

Con la nascita delle moderne democrazie liberali, processo lungo e diversificato, si affermano alcuni paradigmi che vengono accettati senza l’onere della prova. Specialmente a partire dall’Illuminismo, in connessione alla nascita dello stereotipo circa i secoli bui del Medioevo, si viene affermando ad esempio, nella cultura europea, l’idea che la religione sia nemica della democrazia. Questo, tra l’altro, senza tener conto dell’enorme differenza che esiste tra i vari stati che sorgono dalla disgregazione del Sacro romano impero. Pensiamo alla differenza con la quale si formano, in Inghilterra e Italia, i rispettivi stati.

La storia politica del Novecento, purtroppo, ha messo in luce la natura ideologica di quel paradigma, secondo cui la religione sarebbe in quanto tale nemica della democrazia. Le esperienze totalitarie di destra e di sinistra hanno infatti messo in evidenza che nemica della democrazia lo può essere non solo la fede religiosa, quando cade nell’integralismo, ma anche la ragione, quando assume le vesti di una religione secolare con la pretesa di non avere norme che la sovrastino.
Ogni forma di potere, sia religioso sia laico, può dunque essere nemico della democrazia, quando assume le caratteristiche del potere assoluto.

A questo proposito risulta interessante il dibattito che, nel gennaio 2044, si tenne a Monaco di Baviera, presso la Katholische Akademie, tra il filosofo Jurgen Habermas e il cardinale Joseph Ratzinger sul tema: “La democrazia liberale ha bisogno di premesse religiose?”. In quel contesto il futuro papa Benedetto XVI mise in evidenza quanto sia importante, nella democrazia, il dialogo tra la ragione e la fede: «Ci sono patologie nella religione, che sono assai pericolose e che rendono necessario considerare la luce divina della ragione come un organo di controllo, dal quale la religione deve costantemente lasciarsi chiarificare e regolamentare; questo era anche il pensiero dei Padri della Chiesa. Ma esistono patologie anche nella ragione (cosa che all’umanità oggi non è altrettanto nota): una hybris della ragione, che non è meno pericolosa, ma a causa della sua potenziale efficacia è ancora più minacciosa (la bomba atomica, l’uomo visto come prodotto…). Perciò anche alla ragione devono essere rammentati i suoi limiti ed essa deve imparare la capacità di ascolto nei confronti delle grandi tradizioni religiose dell’umanità. Quando essa si emancipa completamente e rifiuta questa capacità di apprendere, diventa distruttiva. Di conseguenza parlerei della necessità di un rapporto correlativo tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca chiarificazione e devono fare uso l’una dell’altra e riconoscersi reciprocamente».

Chiesa e democrazia

Il rapporto tra la Chiesa e la democrazia va inquadrato storicamente. Anche la Chiesa è cambiata nel tempo. L’organizzazione della Chiesa medievale era molto diversa da quella attuale.
Anche la democrazia attraversa storicamente delle metamorfosi. Le democrazie contemporanee sono molto diverse dall’idea di democrazia che avevano in mente Rousseau e i giacobini della Rivoluzione francese. Si trattava allora di una democrazia fondata sull’idea illuministica della Ragione, i cui limiti sono stati sottolineati dal passo sopra citato di Josef Ratzinger, e dalla quale sono nate le ideologie totalitarie nella forma di religioni secolari che hanno prodotto molti disastri nella politica del Novecento. Il modello illuministico di democrazia era pregiudizialmente ostile alla religione, considerata fonte di autoritarismo e di oscurantismo.

I totalitarismi del Novecento, con le terribili devastazioni che hanno prodotto, hanno in un certo senso riabilitato la nozione di democrazia. La parola democrazia è stata spesso invocata proprio contro le deviazioni antiumanistiche dei regimi totalitari della prima metà del Novecento, con il loro carico di morti e di sofferenze nelle popolazioni civili. Pio XII, nel pieno del Secondo conflitto mondiale, nel Radiomessaggio natalizio del 1944, riconosceva la legittimità della democrazia mettendo in evidenza anche i benefici che essa avrebbe potuto apportare per superare gli aspetti più deteriori dei regimi autoritari di destra e di sinistra: in altri termini, fascismo, nazismo e comunismo.

Il Concilio Vaticano II non usa in modo esplicito la parola democrazia, per non creare difficoltà alle chiese presenti nei regimi non democratici, tra cui anche stati di antica tradizione cristiana come Spagna e Portogallo. Nel paragrafo 75 della Gaudium et spes, per quanto non si parli esplicitamente di democrazia, si citano tuttavia gli elementi fondamentali che la caratterizzano rispetto alle forme di regime autoritario.

È pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo degli affari pubblici, sia alla determinazione del campo d’azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti (Gs 75).

Soprattutto nel confronto con altre forme di governo, la democrazia rivela la sua superiorità. «È inoltre inumano che l’autorità politica assuma forme totalitarie oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali» (ivi). Il Concilio indica anche concretamente alcuni caratteri della democrazia, come la pluralità dei partiti e la presenza di corpi intermedi tra la società civile e lo Stato. E soprattutto il suffragio universale contro ogni forma di discriminazione.

Tra gli ispiratori della Gs vi è indubbiamente, anche per i suoi noti rapporti con Paolo VI e con i teologi francesi presenti al Concilio, il filosofo Jacques Maritain, il quale, proprio negli anni bui del Secondo conflitto mondiale, aveva scritto un celebre saggio dal titolo Cristianesimo e democrazia. Maritain ritiene che una vera democrazia non possa fare a meno dell’animazione evangelica, soprattutto per l’idea di persona come imago Dei considerata l’architrave di ogni concezione politica. Anche in ambito protestante si è sviluppato un dibattito intorno all’ispirazione cristiana della democrazia, dal momento che le sue prime esperienze si sono avute in Inghilterra e in America.

Il pensiero sociale cristiano, sviluppatosi in alcune sedi culturali come l’Università Cattolica del Sacro cuore di Milano, e approfondito da sociologici, economisti e politologi, fra cui possiamo ricordare almeno il nome di Giuseppe Toniolo (1845-1918), sviluppa progressivamente una considerazione positiva della democrazia, che appare vittoriosa nel confronto con le forme di governo autoritario quali venivano affermandosi in Europa nel corso della prima metà del Novecento. Di essa viene percepita la capacità di promozione della persona umana, dal momento che principio fondante della democrazia è rappresentato dalla partecipazione di tutti i cittadini, senza differenza di ceto o di sesso, alla vita sociale, considerati sia singolarmente sia in associazione con altri. Su questa base si comprende anche l’affermazione in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, di un partito come la Democrazia cristiana.

La Dottrina sociale della Chiesa

Alcuni principi che costituiscono i cardini della vita sociale sono presenti, come abbiamo visto, sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento. Anche nei Padri della Chiesa, e nella riflessione teologica medievale, sono presenti questioni e categorie attinenti alla vita sociale, basti pensare alla grande disputa tra Papato e Impero. Solo nei tempi moderni si afferma però, in relazione alla nascita dello Stato nazionale, la nozione di democrazia, che la Chiesa inizialmente osteggia, per i caratteri relativistici e antireligiosi che assume nelle sue prime formulazioni illuministiche.

Alla fine dell’Ottocento, con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII, si fa risalire la nascita di un sistema organico di dottrina sociale cristiana. Inizia da allora un lungo e travagliato percorso di confronto con la pluralità dei regimi politici. Per quanto riguarda la democrazia, abbiamo visto la svolta che la Chiesa compie con il Concilio, in relazione alla nascita di regimi democratici fondati, come in Italia, su carte costituzionali che presidiano alcuni valori umani fondamentali, rispetto ai quali il principio di maggioranza riceve una precisa delimitazione.

Non è detto che in futuro la democrazia presenti gli stessi caratteri di quella che abbiamo finora conosciuto.
Resta il fatto che, se non vogliamo regredire a forme di governo dispotiche, che riducono i cittadini a sudditi, dobbiamo salvaguardare della democrazia il suo aspetto fondativo, che è quello della partecipazione. Richiamando la Centesimus annus di Giovanni Paolo II, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa afferma:

Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall’attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa. Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell’esercizio delle funzioni che essa svolge (n. 190).

Il futuro della democrazia

Non basta dunque, per avere un’autentica democrazia, che il cittadino eserciti il legittimo potere di critica. Nel caso in cui la contestazione venga esasperata ed enfatizzata, può infatti portare a forme di disaffezione e a quell’astensionismo che caratterizza sempre più le odierne democrazie. Occorre anche la parte positiva della partecipazione, nelle forme che conosciamo e nelle forme nuove consentite anche dallo sviluppo dei nuovi media.
Perché se è vero che le democrazie nascono sulla base di valori umani da difendere, le sole regole del gioco democratico non sono in grado di rianimarli.
Questo spetta ai cittadini, singoli e associati, che avvertono il loro diritto/dovere di esercitare forme attive di cittadinanza, per non delegare a ristrette cerchie di persone interessate a gestire la vita pubblica nei loro interessi. Come hanno affermato tutti gli esponenti del pensiero democratico, da Tocqueville a Bobbio, da Sturzo a Calamandrei, occorre dunque che il cittadino sia formato ai valori morali della democrazia per poter esercitare responsabilmente la sua partecipazione alla vita democratica.
E per questo, come dice la Gaudium et spes,

bisogna curare assiduamente l’educazione civile e politica, oggi tanto necessaria, sia per l’insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica (Gs 75).

Per consultare i documenti citati:

Paolo Nepi
Docente di Etica filosofica presso la Pontificia Università Antonianum di Roma e componente del Consiglio scientifico dell’Istituto Bachelet, già professore ordinario di Filosofia Morale presso l’Università di Roma Tre.