LA STORIA DELL'AC

“Farsi famiglia”

Tra storia e geografia

PRO-VOCAZIONE

Giorgio Gaber, La famiglia

PER RIFLETTERE

La famiglia da millenni è considerata la cellula primaria della società, ma possiamo dire che nei secoli sia stata pensata sempre nella stessa maniera? La famiglia ha una storia, che ne ha senz’altro mutato profili e definizioni, così come membri e relazioni, ma si può per questo definirla liquida?

Risulta importante poter avere consapevolezza di come questo istituto abbia assunto e assuma volti differenti nel tempo e nelle diverse regioni del mondo, per ricostruire alcune tappe essenziali di ciò che è stata ed è diventata la famiglia così come per disegnare una piccola geografia, almeno europea, di ciò che è definito famiglia. In particolare, dalla fine degli anni Sessanta del Novecento inizia un grande mutamento che muove i primi passi dal Nord Europa e si afferma nel segno della pluralizzazione delle forme e di alcuni cambiamenti sostanziali nei costumi e nelle pratiche relativi all’età di uscita di casa dei figli, all’inizio della vita di coppia e della coabitazione, alla genitorialità.

Anzitutto a livello di Unione Europea, con la Carta del 2000, matura consapevolezza della notevole diversità di tradizioni nazionali, dato che, così come accadeva nel 1950 con la Cedu, ma in maniera più esplicita e diretta vi è un rinvio alla legislazione nazionale. In secondo luogo, la Carta del 2000, a differenza di quella del 1950, afferma il rilievo pubblico di due diverse modalità di unione, distinte per il fondarsi o meno sul matrimonio. Ne consegue che sono pensabili sia forme di graduazione dei diritti e doveri tra le due figure giuridiche (assegnando o no un primato a quella fondata sul matrimonio), sia forme di parziale o sostanziale equiparazione tra le stesse, sia l’accesso o meno anche di coppie di persone dello stesso sesso. La cornice europea offre da questo punto di vista molte opportunità e pochi vincoli. La differenza tra le due Carte non va comunque estremizzata rispetto alla tutela di unioni diverse dal matrimonio perché entrambe non escludono che a livello nazionale si possano riconoscere ulteriori diritti anche a realtà da loro non previste. Da segnalare, infine, che da vari anni il Parlamento europeo approva risoluzioni che invitano i vari Stati a regolamentare le unioni di fatto, con particolare insistenza per quelle dello stesso sesso.

Anche nel corso della storia del nostro paese, dal punto di vista legislativo, il concetto di famiglia ha assunto accezioni diverse.

Il Codice civile del 1942, nella sua versione originaria, era connotato da una concezione autoritaria e gerarchica, basata sul principio di autorità del marito sulla moglie e del padre sui figli. In questo contesto, il modello tradizionale di famiglia che si era affermato era essenzialmente corrispondente a quello della famiglia patriarcale: il marito-padre era «il capo della famiglia» e «la moglie segu[iva] la condizione di lui, ne assume[va] il cognome ed [era] obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede[sse] opportuno fissare la sua residenza» (art. 144 del Codice civile del 1942).

L’avvento della Costituzione repubblicana del 1948 aveva però scardinato questo assetto, affermando il principio dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29, II comma, Cost.): i padri costituenti, in sostanza, avevano auspicato un modello diverso, paritetico, incentrato sui valori che – solo molti anni più tardi – avrebbero trovato attuazione nella prima grande riforma del diritto di famiglia.

Si dovette attendere la legge n. 151 del 19 maggio 1975, infatti, affinché vedesse la luce la “storica riforma del diritto di famiglia”, così come la definì la prima pagina del quotidiano «La Stampa», che il 23 aprile 1975 ne annunciò la promulgazione e i contenuti. Il Parlamento – dopo un iter durato quasi 9 anni – perseguì come primo obiettivo l’eliminazione delle disparità di posizione tra i coniugi contenute in molte norme del codice civile e il riconoscimento della parità tra loro: ciò comportò la collaborazione nel mantenimento e nella gestione della famiglia, attribuendo rilievo anche al lavoro casalingo della donna, e stabilì la parità nei confronti dei figli, con l’obbligo di entrambi i genitori di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente la prole. Sotto il profilo patrimoniale, la riforma del 1975 stabilì che, di regola, tutti i beni acquistati dai coniugi dopo il matrimonio cadono in «comunione», con ciò sottolineando la gestione unitaria del patrimonio da parte di entrambi i coniugi, e abolì l’istituto della dote, ossia la disciplina dei beni che la moglie portava al marito come contributo agli oneri del matrimonio.

Quanto alla disciplina della filiazione, la riforma del 1975 diede un primo contributo alla valorizzazione della famiglia di fatto, fino ad allora contrapposta alla “famiglia legittima”: tale contrapposizione si era riverberata sui cosiddetti “figli naturali”, che erano posti in secondo piano e contrapposti ai “figli legittimi”, i quali soli – in quanto nati all’interno del vincolo matrimoniale – godevano di tutti i diritti connessi al loro status. La legge del 1975 – in attuazione della tutela prevista dall’art. 30, III comma, Cost., a norma del quale la legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale – ha sancito che il riconoscimento dei figli naturali comporta da parte del genitore l’assunzione di tutti i doveri e di tutti i diritti che egli ha nei confronti dei figli legittimi, compresi i diritti successori.

Non fu questo, però, l’ultimo passo: nel 2013 il legislatore – rispondendo, con il decreto legislativo n. 154, all’ormai mutato contesto sociale – eliminò definitivamente la distinzione tra figli legittimi e figli naturali: a partire dall’entrata in vigore del decreto, i figli sono semplicemente figli, a prescindere dal rapporto di coniugio che può intercorrere o meno tra i genitori, e godono tutti dei medesimi diritti. Oltre ai genitori, anche i nonni dal 2013 godono di una garanzia legislativa alla loro fondamentale posizione sociale: il nuovo art. 317-bis del codice civile, in materia di rapporti con gli ascendenti, stabilisce che i nonni godono del diritto di perpetrare rapporti con i nipoti, anche in caso di separazione dei genitori del bambino e, qualora venisse negato loro questo diritto, possono ricorrere al tribunale al fine di vedere riconosciuto il loro diritto a far parte della sfera relazionale del minore.

Ma, come è noto, le sfide che la modernità sta ponendo al legislatore derivano dalle “nuove” formazioni sociali: famiglie di fatto, relazioni omosessuali, nuove tipologie di filiazione, sono tutte fattispecie che oramai popolano il tessuto sociale e che chiedono alla legge tutela e copertura. Una prima risposta a queste istanze è stata la legge n. 76 del 20 maggio 2016 (la cosiddetta “Legge Cirinnà”).

Al sostanziale vuoto normativo dato dall’assenza di una legge che regolamentasse la stabile convivenza fondata su un legame affettivo e su un comune progetto di vita, il legislatore ha risposto affiancando alla regolamentazione della famiglia basata sul matrimonio tra due soggetti di sesso diverso (art. 29 Cost., art. 79 e segg. Cod. civ.) due nuovi istituti: le unioni civili tra due persone maggiorenni dello stesso sesso (art. 1, commi 1-35, della legge n. 76/2016) e la regolamentazione normativa delle coppie di fatto, sia eterosessuali che omosessuali (art. 1, commi 36-65, della legge n. 76/2016).

Quale dunque il rapporto tra ciò che cambia e che ci è chiesto di cambiare e quanto costituisce l’essenziale di ciò che definiamo famiglia?

Quale lo spazio da coltivare tra una esaltazione tout-court delle differenze, che rende indifferenti alla differenza, e la negazione di una pluralità delle forme di vita familiare?

Quale possibilità intravediamo per una non equiparazione che non significhi discriminazione?