LA STORIA DELL'AC

Cosa ci dice la carta?

Cenni sul rilievo costituzionale della famiglia

di Alberto Randazzo

Una premessa alla luce di alcune parole pronunciate da chi scrisse la Costituzione

La necessità di dedicare alcuni articoli della Costituzione italiana al tema della famiglia era assai avvertita in Assemblea costituente, come appare chiaro da quanto affermato da Nilde Iotti.

Nilde Iotti, politica e partigiana, madre costituente, prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati.

Quest’ultima era ben consapevole, infatti, che

la famiglia si presenta[sse] quindi […] più che mai come il nucleo primordiale su cui i cittadini e lo Stato possono e debbono poggiare per il rinnovamento materiale e morale della vita italiana;

ecco perché considerava di «importanza fondamentale […] la tutela da parte dello Stato dell’istituto familiare». Per fare ciò, a suo avviso, «la Repubblica italiana, oltre a regolare con leggi il diritto familiare, [avrebbe dovuto affermare] nella Costituzione stessa il proposito di rafforzare la famiglia» (Relazione svolta in I Sottocommissione).

Tra i motivi che stavano alla base dell’esigenza di disciplinare in Costituzione l’istituto della famiglia vi era quello di garantire ai singoli la tutela dei loro diritti anche nell’ambito di questa primordiale formazione
sociale; in particolare, Iotti rivolgeva una speciale attenzione alla situazione della donna, alla quale riconosceva la necessità di emanciparsi «dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale», al fine di attribuirle «una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina». Ad avviso della costituente, lo Stato avrebbe dovuto riconoscere la «funzione sociale» della maternità, offrendo altresì tutela a quest’ultima, alla infanzia e alla gioventù; inoltre, propose di affermare l’eguaglianza giuridica tra i coniugi (anche sul piano dei doveri nei confronti dei figli).

Da parte sua, Corsanego – nella Relazione in I Sottocommissione – rilevò come la famiglia fosse «un argomento sul quale l’autentico popolo italiano, anche nei suoi strati più umili, ha concetti chiari, ben definiti e concreti»; il costituente osservava: «Quando affermiamo che la famiglia – istituzione naturale dotata di diritti innati, anteriori e superiori a qualsiasi legge positiva – è l’elemento primario e fondamentale della società, sentiamo di esprimere veramente il pensiero della maggioranza assoluta degli italiani». Precisò, inoltre, che «l’efficienza spirituale e materiale della famiglia contribuisce più di qualunque altro fattore a determinare il progresso spirituale e materiale della società civile», secondo una “tradizione sociale e giuridica” che pure la “civiltà cristiana” ha contribuito a creare.

Camillo Corsanego, politico e giurista, padre costituente, già Presidente dell’Azione cattolica.

Camillo Corsanego chiarì che

la famiglia preesiste allo Stato, il quale non crea, ma ne riconosce e regola i diritti innati e inalienabili

e si soffermò sulla necessità di equiparare la condizione della donna a quella dell’uomo (anche) di fronte ai figli; propose, inoltre, di inserire nella Carta costituzionale pure l’indissolubilità del matrimonio (aspetto non toccato nella Relazione Iotti) nonché di prevedere un sostegno economico alle famiglie. In chiaro spirito antifascista (che peraltro, come si sa, connota l’intera Carta costituzionale), ad avviso di questo costituente, l’educazione sarebbe dovuta essere compito (anzi, “diritto”) dei genitori, lo Stato potendo solo «sorveglia[re]» e, «occorrendo, integra[re] l’adempimento di tale compito», non potendosi sostituire alla famiglia.

Quanto ora riportato sembra sufficiente a dare il senso delle ragioni che stanno alla base dell’inserimento (e della disciplina) della famiglia nella Carta costituzionale, manifestando al tempo stesso la convergenza che si ebbe, su questo e su molti altri temi, tra le diverse forze politiche presenti in Assemblea costituente (in questo caso, Pci e Dc).

Il fondamento costituzionale della famiglia

È ora opportuno soffermarsi sul fondamento (e quindi sullo “statuto”) costituzionale della famiglia che si rintraccia, in particolare, negli artt. 29, 30 e 31 della Carta, da leggere in combinato disposto con gli articoli 2 e 3 (e con altre previsioni) della Costituzione italiana.

Non può prescindere, però, da alcune considerazioni preliminari.

Come tutti sanno, alla base della Costituzione italiana vi è un fondamentale cambio di prospettiva rispetto alla drammatica esperienza della dittatura; come osservò Giorgio La Pira,

lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato: ecco la premessa ineliminabile di uno Stato essenzialmente democratico.

Giorgio La Pira, politico e giurista, padre costituente, tre volte sindaco di Firenze.

I costituenti, infatti, fecero della persona il “fulcro” sul quale si regge l’intera “impalcatura costituzionale”, che mira – in primis – alla tutela dei valori di dignità, libertà ed eguaglianza, che in un certo senso costituiscono la sintesi di tutti gli altri valori costituzionali.

Occorre precisare, però, che la persona, in Costituzione, non è astrattamente considerata, ma “situata” nella concretezza della realtà quotidiana e quindi della trama di relazioni in cui essa è inevitabilmente inserita a motivo della sua “innata socialità” (per richiamare un’opera di La Pira). Non è un caso, infatti, che all’art. 3 Cost., a proposito del principio di eguaglianza, si parli di dignità “sociale” e nell’art. 2 Cost. si specifichi che la Repubblica è chiamata a riconoscere e a garantire i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità.
Tra queste, com’è ovvio, la prima è proprio la famiglia; adesso si tornerà sul punto. Si deduce, quindi, che debbano essere tutelati i diritti all’interno della famiglia, ma anche quelli di quest’ultima. Inoltre, com’è noto, alla tutela dei diritti si accompagna, a norma dell’art. 2 Cost., l’adempimento dei doveri di solidarietà, quest’ultima venendo declinata in senso economico, politico e sociale.

La Costituzione tutela i diritti della persona all’interno della famiglia, ma anche i diritti di quest’ultima.

Nel “quadro” qui solo tratteggiato, si inseriscono le previsioni costituzionali specificamente dedicate alla famiglia; come tutti gli articoli della Costituzione che non sono annoverati tra i principi fondamentali, esse si pongono in attuazione di questi ultimi e alla luce di essi devono essere anche interpretate.

Art. 2 Cost.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 29 Cost.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Quale specificazione dell’art. 2 Cost., per quanto riguarda il tema che qui interessa, l’art. 29 Cost. sancisce che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia» e precisa che quest’ultima deve essere intesa «come società naturale fondata sul matrimonio». Questo profilo è stato molto dibattuto, in particolare diversi anni fa, quando ci si è chiesti se le unioni tra le persone dello stesso sesso potessero essere ricondotte al concetto di famiglia al quale fa riferimento la previsione ora richiamata. Senza poterci dilungare sul punto, che pure meriterebbe un adeguato approfondimento scevro da pregiudizi o preorientamenti, possiamo considerare quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sent. n.138 del 2010.

In quella occasione, la Consulta ha avuto modo di chiarire la portata dell’art. 29 alla luce delle intenzioni originarie dei padri fondatori. A questo proposito, incidentalmente, è opportuno precisare, sebbene qualcuno sia critico sul punto, che il criterio ermeneutico dell’original intent è uno dei metodi interpretativi che, insieme ad altri, concorre a chiarire il senso di una disposizione (costituzionale e non solo).
Sembra opportuno richiamare quanto affermato dal giudice costituzionale: «I concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi». Tuttavia, tale «interpretazione […] non può spingersi fino al punto d’incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata». Infatti, «come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta». Pertanto, come osserva la Corte, i costituenti «tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che […] stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso». La Consulta è chiara: «la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto». Intendere diversamente il concetto di famiglia, come previsto nell’art. 29 Cost., significherebbe “procedere a un’interpretazione creativa”, allontanandosi dalle intenzioni di chi ha scritto quell’articolo. Peraltro, a quanto si sta dicendo si ricollega il II comma dell’art. 29 Cost., a norma del quale «il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Tale previsione, prosegue la Corte, «affermando il principio dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale», quale specifica applicazione dell’art. 3 Cost. all’istituto familiare.
Lungi dal volere semplificare tale questione, sulla quale, com’è noto, vi sono diversità di vedute all’interno del tessuto sociale, la giurisprudenza costituzionale costituisce un sicuro riferimento per una riflessione sul tema.

La Consulta ha poi chiarito che l’unione omosessuale può essere ricondotta al concetto di formazione sociale, trovando quindi nell’art. 2 Cost. una “copertura costituzionale” e un’apposita garanzia.
In particolare, ha precisato che «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». Per tale ragione, «spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette».

Alberto Randazzo
Professore associato di istituzioni di diritto pubblico presso l’Università di Messina e presidente dell’Azione cattolica della diocesi di Messina.