La trama e l'ordito di un rinnovato tessuto sociale

Presenza: voce dei verbi vedere, fermarsi, toccare

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Sulla sponda opposta del disinteresse e – peggio ancora – delle chiacchiere, prive di impegno e responsabilità, vi è la presenza. Ce lo ricorda Papa Francesco attraverso il videomessaggio di recente inviato ai partecipanti alla nona edizione del Festival della Dottrina sociale, sul tema Essere presenti-Polifonia sociale. La specifica è chiara, così da dissipare equivoci e fraintendimenti: «La presenza non è una teoria, ha una fisicità, è concreta. Si esprime in vicinanza, condivisione, accompagnamento o nel semplice stare accanto a qualcuno». Qualcosa che è già infondo al nostro cuore, e ciascuno almeno una volta nella vita ha sperimentato», perché «tutti conosciamo la differenza tra essere soli ed avere qualcuno accanto».
Essere presenti significa - dunque - togliere dall’isolamento e «far giungere quel calore umano che ravviva l’esistenza di chi incontriamo». Accendere o - più di frequente - riaccendere la vita attivando una «dinamica di relazione» senza la quale è complicato il solo definirsi umani. Ecco perché, per Francesco (e secondo il Vangelo), per tutti coloro che si dicono discepoli del Cristo, «essere presenti significa tenere gli occhi aperti per evitare che qualcuno rimanga escluso dal nostro sguardo». Poiché «chi non è visto da nessuno, entra a far parte della schiera degli invisibili formata da emarginati, poveri, scartati, sfruttati». Certo, ammonisce il Papa, «non vederli è il modo più sbrigativo per non farci problemi; eppure loro ci sono e, anche se facciamo finta di non vederli, esistono», ci ricordano che non ci salveremo voltando lo sguardo.

Tutto il magistero di Francesco, sin dal primo giorno del suo pontificato, è “Chiesa in uscita” , che trova il suo luogo visibile e sperimentabile nel vissuto delle comunità. È dunque necessario a una presenza cristiana vera «prendere l’iniziativa, fare il primo passo, andare incontro, arrivare all’incrocio delle strade dove si trovano i tanti esclusi». «È bello», ci dice Francesco, «pensare a una presenza diffusa, che abita tutti i luoghi, porta tenerezza e opera come il lievito. Immersi nella pasta dell’umanità e pronti a prendersi cura dei fratelli».

Ma come articolare questa presenza vivificante ed evangelicamente coerente? Papa Bergoglio suggerisce tre verbi, che possono dare sostanza alla nostra presenza nel mondo: vedere, fermarsi, toccare. Il suo pensiero è netto, quanto diretto e semplice: «Vedere è il primo passo che aiuta ad uscire da noi stessi e ci fa guardare in faccia la vita così come si presenta. Quello che vediamo ci può anche spaventare, indurci a scappare e negare ciò che abbiamo visto. Vedere l’altro chiede di fermarsi: la presenza non è una corsa, è stare con l’altro. Correre non ci fa accorgere di tanti volti e tanti sguardi. Quante persone solo molto tardi nella vita si accorgono di aver corso e di non mai aver avuto il tempo di fermarsi a giocare con i propri figli, di dialogare con i genitori anziani, di curare gli affetti, di non essere stati disponibili ad aiutare. Quando si vuol bene a una persona si prova il desiderio forte di stare con lei e non di correre altrove. Infine la presenza si esprime anche nel toccare, nel togliere la distanza con l’altro, nel trasmettere calore, nel farsi carico, nel prendersi cura». Ne emerge una presenza tanto mite quanto dialogante e alla portata di tutti.

Tutti, proprio tutti. Per risolvere i problemi - ci dice Francesco - «non c’è bisogno di grandi manager o di uomini forti», ma è necessario essere «uniti nell’impegno di non cedere all’indifferenza». Ognuno con le proprie qualità e i propri doni può diventare «costruttore di fraternità»: «Il mondo cambia non se qualcuno fa i miracoli, ma se tutti ogni giorno fanno quello che devono fare. Il cambiamento duraturo parte sempre dal basso, non è mai solo un’operazione di vertice. C’è bisogno di tutti per ricostruire il tessuto sociale e percepire la forza di essere popolo». Un ammaestramento che ha la forza inclusiva e dirompente del Vangelo, poiché «in quest’ottica sono tutti importanti: l’ammalato, il povero, il bambino, il vecchio, l’operaio, il professionista, l’imprenditore, il dotto e l’ignorante».

Al fondo, ciò che Francesco con il suo magistero continua a dirci e che ci salveremo e salveremo il mondo solo abitandolo con lo sguardo di Cristo. E dunque: «È urgente non imbrigliare la libertà di fare il bene. Il nostro Paese va avanti perché tante persone nel silenzio vivono onestamente, lavorano, sono solidali, si prendono cura di chi è nel bisogno», sanno essere «tessitori di un tessuto sociale nel quale la presenza diventa un dono che fa risplendere la bellezza della fraternità».