«La sicurezza non è un esercizio intellettuale per tenerci al lavoro. È una questione di vita o di morte. È la somma dei nostri contributi alla gestione della sicurezza che determina la vita o la morte delle persone con cui lavoriamo».
Lo affermava sir Brian Appleton, valutatore della sicurezza e consulente tecnico, nell’ambito dell’inchiesta sul disastro della Piper Alpha, una piattaforma petrolifera che operava nel Mare del Nord, installata a circa 200 chilometri dalla cittadina scozzese di Aberdeen, di proprietà della compagnia petrolifera americana Occidental Petroleum. Il 16 luglio del 1988 si incendiò a causa della fuga di una notevole quantità di gas. Le fiamme avvolsero l’impianto per ore, generando diverse esplosioni e temperature molto elevate, tanto da rendere impossibile l’accostamento di ogni tipo di mezzo di soccorso.
Il tragico bilancio finale fu, purtroppo, di ben 165 persone morte sulle 226 presenti che lavoravano sulla piattaforma più altre due che erano a bordo di una delle navi di salvataggio, incendiatasi nel tentativo di procedere con i soccorsi. In seguito all’incidente, uno tra i peggiori che si siano mai verificati nel campo petrolifero marino, le compagnie petrolifere decisero di implementare gli standard e i sistemi di sicurezza di tutte le piattaforme di trivellazione utilizzate perl’esplorazione di aree marine ed estrazione di idrocarburi.
Ci si ricorda della sicurezza a incidente accaduto
È proprio ciò che ancora oggi accade molto frequentemente, purtroppo, in ogni ambito lavorativo: ci si ricorda della grande importanza della sicurezza a incidente accaduto, magari per il clamore mediatico suscitato dall’evento funesto.
L’approccio alla sicurezza sul lavoro, invece, diceva bene sir Brian, è una questione di vita o di morte. Sempre. Anche quando quest’ultima non sopraggiunge direttamente a causa dell’incidente: basti pensare all’enorme impatto sociale che può avere un incidente o un infortunio, anche di lieve entità, sulla vita dei lavoratori e dei loro familiari e colleghi.
È sempre una questione vitale, quella della sicurezza, da affrontare al di là dei luoghi comuni e degli slogan di circostanza, con sistematicità, dedizione, perseveranza e, soprattutto, con la somma dei contributi di tutti.
A partire, magari, dal diffonderla come un vero e proprio fattore culturale che nasca tra i banchi di scuola come processo educativo legato agli insegnamenti di base.

Promuovere la sicurezza
La sicurezza occorre anche promuoverla avvalendosi del contributo degli stessi lavoratori in termini di partecipazione attiva, dalla quale non si può assolutamente prescindere per ottenere un miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza sul lavoro. È utile, a tal proposito, ricordare il dettato del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro, D. Lgs. 81/08, art. 20, p. 1: «Ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro».
Dunque, proprio nel “prendersi cura” sono impastati insieme, potremmo dire, cultura della sicurezza e senso di responsabilità, personale e collettiva, dal cui sviluppo dipende l’acquisizione di uno stile di vita sano e sicuro. Uno stile di vita che consenta di migliorare assiduamente la qualità di ciò che si fa attraverso l’assunzione del controllo delle proprie azioni, coinvolgendo sé stessi e gli altri nel processo lavorativo per uscire dall’indifferenza e dalla superficialità che tante volte sono all’origine degli infortuni.
Prendersi cura tra cultura della sicurezza e responsabilità
Un “prendersi cura” che, tra l’altro, esprime anche il verbo che come Azione cattolica siamo chiamati a incarnare, a riempire di senso, particolarmente durante quest’anno associativo, in tutte le sfaccettature e in tutte dimensioni della nostra vita, sia ecclesiale che sociale. Prendersi cura tra cultura della sicurezza e responsabilità riguarda tutti noi.
Un primo approccio al significato profondo del termine cura lo troviamo nella sua etimologia, che alcuni studiosi collegano all’espressione “quia cor urat”, ovvero ciò che scalda il cuore, che lo sollecita e lo coinvolge. Tant’è vero che il concetto di cura in inglese si esprime con il verbo “to care” che vuol dire, appunto, mi riguarda. La pratica del prendersi cura, quindi, non esprime solo attenzione, vuol dire anche avere a che fare. Non solo si interessa, ma altresì partecipa e si concretizza come modo di essere costantemente vigili e in relazione con gli altri per il bene di ciascuno e di quello di “noi-tutti”.
Promuovere la cultura della sicurezza, pertanto, deve essere un obiettivo comune e condiviso, tanto del datore di lavoro quanto dell’ultimo lavoratore assunto, da perseguire concretamente attraverso momenti di formazione, confronto e segnalazione di criticità nelle varie fasi sia della progettazione che della lavorazione, nelle procedure di analisi dei rischi e nei controlli periodici dei macchinari e attrezzature, con la chiara e convinta consapevolezza di far parte tutti di uno stesso processo.
Perché soltanto compiendo realmente questi percorsi virtuosi, il garantire a tutti di tornare a casa sani, alla fine del turno lavorativo, non sarà un valore puramente utopistico.