Povertà educativa, questione nazionale

L’impresa sociale Con i Bambini presenta l’indagine che esplora l’impatto del Covid su bambini e ragazzi, per trarne delle “lezioni”. Il principale problema è la dipendenza da smartphone e tablet. E la continuità scolastica.

In vista della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre, Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha promosso la terza edizione dell’indagine “Gli italiani e la povertà educativa minorile – Ascoltiamo le comunità educanti”, realizzata dall’Istituto Demopolis.

Le conseguenze della pandemia fra i bambini e gli adolescenti italiani, ben oltre la dimensione sanitaria, iniziano a tratteggiarsi con evidenza e rappresentano oggi un’ipoteca non trascurabile sul futuro del Paese. Nella percezione di 2 cittadini su 3, nell’ultimo biennio a seguito dell’emergenza Covid, sono aumentate le disuguaglianze tra i minori, estremizzando le fragilità dei più piccoli ed evidenziando i limiti del ruolo della scuola nella crescita delle nuove generazioni.

Pandemia e scuola
Per il 78% degli italiani, uno dei più rilevanti problemi acuiti dalla pandemia è la dipendenza da smartphone e tablet di bambini e ragazzi. Ma, per il 66%, pesa anche la regressione degli apprendimenti e del metodo di studio, con il rischio che galoppi la “dispersione implicita”, la condizione subdola per cui troppi ragazzi, pur non essendo dispersi in senso stretto, non acquisiscono a scuola competenze fondamentali.
Con il Covid numerosi problemi si sono accentuati fra i più piccoli: il 65% segnala la perdita della socialità spontanea tra bambini e ragazzi, il 55% cita l’esclusione dei più fragili (poveri, disabili, figli di genitori stranieri); la maggioranza assoluta degli intervistati indica l’incremento della povertà materiale in molte famiglie (53%), ma ricorda anche come in molti, fra i minori, abbiano sviluppato la tendenza all’isolamento e all’abbandono della vita sociale (51%).
Oltre 4 intervistati su 10 evidenziano l’impoverimento del linguaggio (46%) e la riduzione degli stimoli esterni alla scuola (43%). Il rischio marginalizzazione, che nel 2020, in piena pandemia, preoccupava la metà degli italiani, oggi è riconosciuto come un problema da un terzo dei rispondenti, secondo canoniche dinamiche per cui – fuori dall’emergenza – la sofferenza sociale tende a dimenticarsi.

La Comunità educante
A fronte di un’istituzione scolastica che meriterebbe un’azione riformatrice e di rilancio, cresce la convinzione diffusa che non si apprenda solo in classe: la scuola non può avere l’esclusiva in tema di crescita delle nuove generazioni. Secondo l’indagine, oggi appena 2 cittadini su 10 concordano sull’assunto che la scuola sia l’unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi.
Matura invece la convinzione, in quasi 8 italiani su 10, che la responsabilità della crescita dei minori sia di tutta la comunità. Particolarmente sensibili sulle potenzialità di una comunità educante si rivelano i genitori di figli minori (81%); il dato cresce al 90% in seno al segmento degli insegnanti intervistati. Una consapevolezza che si rafforza nel corso del tempo tra l’opinione pubblica. I genitori intervistati testimoniano come i ragazzi frequentino con piacere le attività extrascolastiche, promosse dalle organizzazioni del Terzo Settore in collaborazione con le scuole.

Pandemia e dinamiche familiari
Nelle famiglie italiane, dal marzo 2020, si misurano gli effetti della pandemia sulle complesse dinamiche casalinghe: una sorta di tsunami innescato dal terremoto pandemico. Per 3 genitori su 10, con la pandemia, è peggiorata l’organizzazione di tempi di vita e lavoro. Il 27% dichiara un peggioramento delle relazioni interne alla famiglia, che sono invece migliorate per meno di un quarto del campione. Particolarmente colpite si dimostrano le relazioni con le reti amicali, che risultano peggiorate per il 63% dei cittadini. Ma, nell’esperienza delle famiglie, ad essere particolarmente intaccato è stato l’equilibrio dei figli, con gli effetti del confinamento che non smettono di farsi sentire fra i minori. Il 78% dei genitori segnala la dipendenza da Internet nei ragazzi; oltre la metà testimonia l’aumento dell’ansia fra i minori. Poco meno di 4 intervistati su 10 indicano una crescita dei casi di depressione. Oltre un quarto del campione di genitori intervistato segnala sovrappeso o disturbi alimentari. Ma anche l’aumento del cyberbulliso (22%), casi di fobia sociale (20%), insonnia (18%).

Percezione della povertà educativa minorile
Nell’Italia che prova a liberarsi del Covid, cresce fra i cittadini la consapevolezza di che cosa sia, quanto sia diffusa e pervasiva la povertà educativa minorile. Secondo i dati dell’indagine realizzata dall’Istituto Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, 6 italiani su 10 ne hanno sentito parlare, con un dato cresciuto di 17 punti nell’ultimo biennio. Migliora inoltre la conoscenza del fenomeno. Il 76% degli intervistati identifica la povertà educativa come una questione di limitato accesso ad opportunità di crescita; il 61% cita il rendimento scolastico ed i bassi livelli di apprendimento. Il 18% la povertà materiale. Inoltre, cresce e si afferma la consapevolezza dell’opinione pubblica sull’importanza del tema. La diffusione della povertà educativa è un fenomeno grave per il 90% degli italiani

Piccoli e PNRR
A pagare il prezzo degli effetti a lungo termine dell’emergenza Coronavirus saranno i più piccoli: ne sono convinti oggi i due terzi degli italiani. Così, rischia di esordire già compromesso quel futuro cui le istituzioni ricominciano a prestare cure ed impegno, con l’attenuarsi dell’emergenza pandemica. Se alto si profila il costo evolutivo imposto ai minori dal Covid-19, è proprio questo il momento in cui restituire centralità, rilevanza sociale e pieno impegno istituzionale ai più piccoli, alla scuola, alla comunità che deve garantirne lo sviluppo.

“Gli italiani e la povertà educativa minorile” – Indagine Demopolis 18 novembre 2021

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Autore articolo

Redazione